Congresso AIS Roma 2012 – Altre Degustazioni

Sullo sfondo del panorama mozzafiato visibile dalla terrazza Monte Mario, la sera del 1 ottobre c’è stata la verticale del Vintage Tunina di Jermann. Luciano Mallozzi e Giovanni Lai hanno guidato con mano sicura il percorso attraverso 22 annate di questo fuoriclasse dell’enologia friulana, anzi italiana. Un mirabile vino bianco, prodotto in uvaggio con Sauvignon, Chardonnay, Ribolla gialla, Malvasia Istriana e Picolit, che fin dal suo apparire sulla scena (nel 1976, quando venne definito da Luigi Veronelli “Il Mennea dei vini italiani”) divenne un punto di riferimento tra i vini italiani, mantenendo sempre, di annata in annata, un costante livello di eccellenza. Il Vintage Tunina viene vinificato quasi esclusivamente in acciaio, solo per la componente di Chardonnay in certe annate viene utilizzato il legno. Purtroppo alcune bottiglie hanno presentato il problema del tappo difettoso, ma, nel complesso, questi piccoli intoppi non hanno penalizzato più di tanto il percorso degustativo che ha entusiasmato gli appassionati presenti in sala. La prima annata presa in esame è stata quella del 1983, che alla fine si è rivelata una delle migliori insieme al 1995, 1998, 2001 e 2006. Nel complesso, tutti i campioni hanno mostrato, dal punto di vista visivo, tonalità tra il quasi dorato delle annate più recenti e il dorato pieno, quasi oro antico per quelle più lontane. Dal punto di vista olfattivo, fino al ’99 è emerso un affiatato binomio vegetalità-mineralità, con una netta prevalenza della seconda nelle annate successive al 2000. Una mineralità talvolta sferzante che in alcune annate ha ricordato alcuni sentori tipici della Borgogna, in altre profumi quasi salmastri maggiormente assimilabili all’Alsazia. Nelle ultime annate si è percepita una maggiore aromaticità, probabilmente in seguito all’aumento della percentuale di Malvasia Istriana utilizzata. Nell’esame gustativo è emerso soprattutto il grande equilibrio che ha contraddistinto quasi tutte le annate, con morbidezza e alcol ben bilanciati da freschezza e sapidità, anche nei millesimi più lontani nel tempo. In alcune annate si è percepita anche una leggera nota fumè, in altre quasi un leggero tannino, in altre ancora una nota ossidativa che ha ricordato alcuni vini prodotti con metodo soleras. Sempre ammirevole la persistenza. E così ha avuto termine il piacevole percorso in compagnia di questo fuoriclasse friulano, degna conclusione della prima giornata del Congresso. Alle ore 12:30 del 2 ottobre, Daniela Scrobogna ha guidato la degustazione dedicata a Grandi formaggi e Grandi Vini. Dopo una rapida ma efficace presentazione dell’universo-formaggio, si è passati alla degustazione dei prodotti, con l’avvertenza da parte della relatrice che l’ordine degli abbinamenti aveva sì un filo conduttore programmato in anticipo, ma che sarebbero stati auspicabili salti, inversioni ed esperimenti vari. La scelta dei vini è ricaduta su Franciacorta Satèn “Soul” Contadi Castaldi, Barbera d’Asti Matteo Correggia, Rosso di Montalcino Poggio di Sotto, Montepulciano d’Abruzzo “Marina Cvetic” Masciarelli, Nero d’Avola “S. Antonio” Morgante, Passito di Pantelleria “Ben Ryè” Donnafugata ed Eiswein Kracher. Il primo formaggio degustato è stato lo Strac di Bufala, prodotto nel Bergamasco, inizialmente in abbinamento con il Satèn, anche se poi si è rivelato più centrato l’abbinamento con la Barbera. A dimostrazione, come ha fatto giustamente notare Daniela Scrobogna, di quanto sia difficile abbinare i formaggi con i vini bianchi (sia fermi che spumanti), dovendosi limitare, in questi casi, ai formaggi molto freschi (Robiola, Stracchino, Squacquerone), eventualmente anche a pasta filata (Burrata, Mozzarella di bufala etc.). Si è passati poi allo Scimudin, formaggio vaccino/caprino prodotto in Valtellina, abbinato alla Barbera. Il terzo formaggio è stato il Morlacco, vaccino prodotto nell’area del Massiccio del Grappa, abbinato al Rosso di Montalcino, uno degli accostamenti più riusciti. Siamo poi passati al Cacio Fiore laziale, un formaggio di origine antichissima prodotto utilizzando un caglio vegetale, un estratto di cardo in macerazione. L’abbinamento con il Montepulciano è stato un po’ penalizzato dall’invadenza alcolica del vino, più centrato l’accostamento al Rosso di Montalcino. Il Provolone del Monaco, formaggio vaccino a pasta filata, prodotto con caglio di capretto e stagionato fino a 18 mesi di cui 8 in grotta, è stato degustato in abbinamento al Nero d’Avola e la bella morbidezza del S. Antonio ha ben sposato i sapori forti e pungenti di questo ottimo formaggio campano. Infine si è passati ai due formaggi abbinati ai vini “dolci”. Il primo, prodotto con latte di capra di razza girgentana, utilizzando caglio vegetale (fico), e ricoperto di foglie di fico, ben si è sposato con l’eccellete Ben Ryè, un fuoriclasse tra i vini passiti, costituendo forse l’abbinamento migliore della giornata. Dulcis in fundo, il formaggio che ha suscitato i maggiori apprezzamenti tra i partecipanti, l’Ovinsard dei Fratelli Fadda, un Erborinato, anzi un Blu come ha preferito chiamarlo Daniela Scrobogna, prodotto in Sardegna, a Thiesi, utilizzando latte intero di pecora. I commenti uditi in sala sono stati tutti entusiastici, e qui ci sia consentito un pizzico di orgoglio isolano, soprattutto per i colleghi presenti, Lorenzo Serra e Tore Russu, thiesini DOP. L’abbinamento con l’Eiswein è stato molto apprezzato così come quello con il Ben Ryè. In conclusione, il viaggio nel mondo di vini & Formaggi è stato davvero interessante e piacevole e anche la collocazione oraria (più o meno l’ora di pranzo) ha fatto sì che il gradimento sia stato unanime. A fine giornata, maratona langarola. Daniele Maestri ci ha magistralmente guidato nella degustazione di ben 30 etichette di Barolo, con l’imprescindibile contributo dell’affiatatissimo gruppo di servizio. Inizialmente abbiamo degustato alcune anteprime dell’annata 2008, tra le quali si sono maggiormente distinte “Brunate – Le Coste” di Rinaldi, “Pajana” di Clerico e “Sorano” di Ascheri. Tra i Barolo 2007 hanno lasciato un’ottima impressione il “Cascina Francia” di Giacomo Conterno, il “Falletto” di Giacosa, il “Bricco delle viole” di Vajra e il “Bussia Sovrana” di Oddero. In questi casi, trattandosi di Barolo “giovani”, si è fatta soprattutto una valutazione in prospettiva, sottolineando le potenzialità olfattive – quando l’evoluzione dei profumi farà sì che gli attuali sentori di humus e terra bagnata diventino in maniera più definita fungo, tartufo, etc. – e mettendo in evidenza le etichette che lasciavano prevedere un maggiore affinamento della trama tannica. Si è passati poi ai Barolo Riserva 2006 e, in questo caso, si sono distinti il “Cerequio” di Michele Chiarlo e il “Lazzarito” di Ettore Germano, entrambi caratterizzati da una piacevole eleganza e, forse, leggermente penalizzati dai tannini ancora un po’ troppo “agguerriti”. Di assoluto rilievo il “Ginestra” Riserva 2005 di Paolo Conterno, colore brillante, profumi profondi di frutto maturo, tannino forte e lunga persistenza. Nel finale, risalendo sempre più indietro con i millesimi, abbiamo degustato l’ottimo “Bussia” Riserva 2004 di Barale e l’eccellente “Monprivato Ca’ di Morissio” Riserva 2003 di Giuseppe Mascarello, sicuramente il migliore della serata, con i suoi eccezionali profumi del tutto personali e sui generis, la spiccata acidità e l’eleganza assoluta. Così siamo giunti al termine di una giornata (anzi una due-giorni), forse un po’ faticosa ma sicuramente piacevole ed esaltante. Sommelier Giorgio Demuru Delegazione AIS Sassar

Hanno letto questo post [ 6 ]