I piaceri della cantina

I piaceri della cantina

Per iniziare, abbiamo scelto un titolo che si potrebbe rubricare alla voce “libro che non ti aspetti”. L’autore è Jay McInerney, scrittore statunitense assurto agli onori della cronaca nel 1984 con il romanzo “Le mille luci di New York”.

Il titolo in questione è “I piaceri della cantina”, pubblicato da Bompiani nel 2012, una raccolta di articoli pubblicati sulla rivista House&Garden nel corso di oltre 5 anni, durante i quali l’autore (beato lui!) ha avuto modo di girare il mondo alla ricerca di vini appartenenti al Gotha internazionale, ma anche di stuzzicanti e sorprendenti novità.

Una volta superato l’inevitabile pregiudizio (romanziere, per giunta americano…), non si può fare a meno di rimanere stupiti di fronte alla precisione d’analisi unita ad una capacità affabulatoria fuori dal comune.

Una panoramica sui vini di tutto il mondo, con notazioni puntuali, gustosi aneddoti e precise citazioni letterarie. A tal proposito, curiosi e talvolta arditi gli accostamenti Borgogna – Turgenev, Bordeaux – Tolstoj, Hermitage – Hemingway, Côte-Rôtie – Fitzgerald, etc.

Importante lo spazio riservato alla nostra cara Italia, di cui vengono analizzati diversi vini inseriti in un discorso più ampio relativo ai territori di provenienza, con l’indicazione dei produttori più rappresentativi. Dal Soave (Anselmi e Pieropan) all’Amarone (Quintarelli e Dal Forno, paragonati addirittura a Platone ed Aristotele), dal Valpolicella (Allegrini e Zenato) al Sagrantino (Bea e Caprai), dal (l’ex) Tocai Friulano (Zamò e Bastianich) alla Barbera (Braida e La Spinetta).

Ma si spazia davvero tanto, attraverso quattro continenti, senza disdegnare prodotti apparentemente “di nicchia”, abbinamenti a prima vista alquanto ostici (cioccolato, cucina orientale) e piacevoli sconfinamenti nell’universo di distillati & dintorni (Armagnac, Assenzio). Pagine cariche di informazioni interessanti, come quelle sui Riesling, condotte sul filo di un racconto preciso nei dettagli e mai noioso, punteggiato da discrete divagazioni ironiche. Un punto di vista e un approccio diversi da quelli cui siamo abituati dalle nostre parti, ma non per questo meno interessanti, anzi.

L’autore offre spesso chiavi di lettura originali in grado di arricchire, senza alcun dubbio, l’analisi di un universo multiforme e sfaccettato come quello del vino. L’indiscutibile padronanza della materia e lo stile al tempo stesso profondo e leggero gli consentono di tenere il lettore incollato alle pagine e, magari, anche di farsi perdonare frasi un po’ ingenue e semplicistiche come “qualunque vino sappia in qualche modo armonizzare le fragranze del lampone e del bacon – per non parlare di aromi come quello di violetta e cuoio – merita di essere salvaguardato” (riferite, per la cronaca, al Côte-Rôtie).

Il passaggio dalle mille luci di New York alla suggestiva penombra delle cantine non è stato affatto traumatizzante, anzi, ha consentito a Jay McInerney di regalarci pagine ricche di fascino e passione.

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