Carignano del Sulcis DOC Riserva “Rocca Rubia”

Carignano del Sulcis DOC Riserva Rocca Rubia

Non so bene quale sia il mio legame con il Carignano, forse è solo nostalgia, il ricordo di qualche bella bottiglia condivisa in gioventù con amici ormai lontani o il profumo di una regione in cui il mare riempie di sale anche l’aria che, al mattino, ti sveglia con uno schiaffo ad ogni respiro.

Il collega Gianluca Rossetti ci ha proposto questo testo. Una recensione anomala, più che altro una serie di suggestioni. Una degustazione-non degustazione, forse. Ma a noi è piaciuta molto! (ndr)

“…se i francesi avessero vigne così, ce ne farebbero bere di poesie” (G. Veronelli).

Non so bene quale sia il mio legame con il Carignano, forse è solo nostalgia, il ricordo di qualche bella bottiglia condivisa in gioventù con amici ormai lontani o il profumo di una regione in cui il mare riempie di sale anche l’aria che, al mattino, ti sveglia con uno schiaffo ad ogni respiro.

Luogo magico, il Sulcis, fatto di tradizioni, amore per la cultura e per la musica, circondato dal mistero della “vigna latina” che affonda le radici nella sabbia per crescere senza ferite, attraversata da linfa vergine, e consegnarci l’essenza stessa di questa terra. A Santadi possono fare il vino così e lo propongono sul mercato, bontà loro.

Qui nasce il Rocca Rubia.

Leggere quel che pensava Gino Veronelli a proposito dei vigneti della maison sulcitana, i cui vini pure premiava in quella circostanza con tre stelle, mi ha spinto a scriverne. Molto è cambiato nei quindici anni che ci separano da quella boutade citata in epigrafe, ma resta la considerazione sull’enorme potenziale che, date le condizioni pedoclimatiche e la materia prima, possono esprimere i vini del Sulcis e della Sardegna in genere che, da sola, ha quasi più vitigni autoctoni dell’intera Francia.

Come se non bastasse il gusto per il paradosso di Veronelli, a complicarmi la vita concorre il fatto che è proprio il Rocca Rubia l’etichetta da me scelta alcuni anni fa per la prova di servizio all’esame da Sommelier.

Voi direte: ma dov’è la tecnica, dove il punteggio? E il colore, i tannini?

Lo so e generalmente sarei d’accordo: quando si deve esprimere un giudizio occorrono unità di misura, scale, descrittori e percentuali. Ma come si fa a misurare una suggestione o la forza di un ricordo?

Permettetemi un paragone estremo: a cosa pensereste trovando nel bicchiere per la prima volta un vino georgiano allevato in anfora? Prevarrebbe l’interesse per la valutazione tecnica (quello che Daniele Cernilli scherzosamente chiama “il Chimico” che è in voi) o precipitereste, come me, nella fascinazione culturale di bere un vino che arriva dall’Asia Minore, culla della vite, prodotto da secoli nello stesso modo e che non assomiglia neanche vagamente ai vini che avete già bevuto?

Ecco, è tutto qui l’amore e la curiosità per questo mondo straordinario fatto di tecnologia ma anche di sapere arcaico talvolta in grado di dispensare autentici tesori, capace di scuotere le nostre certezze e, forse, la nostra presunzione. Non è solo un prodotto da pesare e analizzare, il vino; è un compagno di viaggio, la memoria di un luogo, la tradizione di un popolo. È, a seconda dei casi, il frutto della saggezza o dell’arroganza dell’uomo ma comunque sempre risultato del suo lavoro.

Assaggiamolo, allora, il Rocca Rubia. E invece no, perché non ne ho trovato una bottiglia mentre scrivevo e quindi dirò solo che è ottenuto per il 100% da uve carignano lavorate in acciaio e legno. Proverò a descrivere il vino o meglio l’idea che me ne sono fatto, avendolo degustato molte volte.

Certo, è un vino dei nostri tempi: si usa la solforosa, la fermentazione avviene a temperatura controllata, si impiegano barriques di primo e secondo passaggio, si consultano enologi di chiara fama. Ma l’integrità del frutto, more di rovo in particolare, per nulla scalfito dalle spezie dolci, i tannini addomesticati ma ben presenti, la marcata impronta mediterranea fatta di erbe aromatiche, i profumi di mirto e lentisco, il calore alcolico, la mineralità, fanno del Rocca Rubia un figlio della sua terra. Non consideriamolo un second vin: ha carattere e stoffa tutti suoi, nonostante sul blasone di famiglia svettino le insegne del Terre Brune. È un giudizio che vale per tutte le annate e per tutte le bottiglie prodotte? Certamente no. Vale solo per le volte che l’ho bevuto.

Forse vale solo oggi per me ed è colpa di una suggestione che mi ha costretto a scriverne pur non avendo trovato neanche mezza bottiglia da poter degustare.

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