Viña punto alto Sierra Negra Cabernet Sauvignon – 2003 Valle del Maipo, Laroche

Viña punto alto Sierra Negra Cabernet Sauvignon - 2003 Valle del Maipo, Laroche

Parlare di vini del nuovo mondo si rivela a volte una faticosa corsa ad ostacoli, che ci costringe tra fautori della nobiltà del vitigno e custodi della sacralità del territorio. Per questo ho scelto un prodotto che, pur nato in Sudamerica, cela nel proprio DNA un po’ di vecchio continente: un cabernet sauvignon di Domaine Laroche, storica azienda di Chablis che, dai primi anni duemila, ha investito risorse e know-how in Cile per produrre vini con le tradizionali varietà bordolesi e borgognone.

Parlare di vini del nuovo mondo si rivela a volte una faticosa corsa ad ostacoli, che ci costringe tra fautori della nobiltà del vitigno e custodi della sacralità del territorio. Per questo ho scelto un prodotto che, pur nato in Sudamerica, cela nel proprio DNA un po’ di vecchio continente: un cabernet sauvignon di Domaine Laroche, storica azienda di Chablis che, dai primi anni duemila, ha investito risorse e know-how in Cile per produrre vini con le tradizionali varietà bordolesi e borgognone.

Le piante sono coltivate sul tetto del mondo viticolo a quasi 1500 metri sul livello del mare e la parcella da cui si ottiene il Sierra Negra, rispetto al complesso dei vigneti controllato dall’azienda francese, si distende sulla valle a est del Monte El Mahuco, sfruttando in tal modo il riparo offerto dai rilievi e il clima più mite, favorevole a un migliore sviluppo del cabernet sauvignon. Il versante occidentale, invece, essendo esposto a correnti fredde, è riservato al pinot noir e a varietà a bacca bianca. Caratteristica di tutta l’area è la forte escursione termica, superiore anche a quindici gradi tra giorno e notte, elemento che incide sulla qualità complessiva dei vini.

Nell’eterna sfida tra terroir e varietalism l’utilizzo di un vitigno come il cabernet sauvignon preannuncia un assaggio all’insegna del gusto internazionale ma le particolari condizioni pedoclimatiche della Valle del Maipo potrebbero rivelare sorprese: non è certo la prima volta che, in aree particolarmente vocate, i frutti di viti bordolesi sintetizzano qualità proprie combinandole ad apporti riconoscibili dei territori che le ospitano. E capita quindi di avere risultati straordinari anche al di fuori del Medoc. Basti pensare a Bolgheri e all’unicità di alcuni dei suoi vini, riconoscibili per una precisa impronta mediterranea.

Per questo conviene predisporsi con fiducia all’assaggio. Granato impenetrabile, il vino scivola lentamente nel bicchiere ungendone le pareti. Intenso al naso con riconoscimenti di piccoli frutti a bacca nera, spezie dolci, fiori secchi, fieno, note di tostatura, grafite. In bocca accarezza come velluto, caldo e morbido, strutturato e dai tannini levigati; la freschezza non cede il passo, la sapidità resiste e sostiene il vino in un fragile, esitante equilibrio, costantemente messo in discussione dalle componenti morbide del vino. Riconosciamo la frutta in confettura, prugne e more, un accenno di ciliegia sotto spirito, cacao, note ferrose ed ematiche, ritorni balsamici, il tutto incardinato su una mineralità e una freschezza ostinate.

Le sensazioni che lascia ogni sorso durano a lungo e invogliano a riassaggiare. È vero: lo stile è internazionale ma Laroche, non si sa quanto volutamente, ci presenta il portavoce di un territorio che ha comunque qualcosa da dire: che siano la mineralità o l’acidità, la facilità di beva o, per chi ama le suggestioni, il fascino di un terroir estremo, poco importa. Resta ovviamente aperta la querelle tra tradizione, fatta di specificità culturali, territoriali e ampelgrafiche, e modernità che si traduce in una istanza di confronto avanzata dai nuovi mercati non solo sul piano commerciale e tecnologico ma anche qualitativo. A mio giudizio non è indispensabile schierarsi. L’importante è conservare una mentalità aperta e, come si dice in musica, essere disposti all’ascolto.

Da provare in abbinamento al cinghiale in umido.

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