Maretta 2010 – Azienda Torraccia del Piantavigna

Maretta 2010 - Azienda Torraccia del Piantavigna

Di recente, curiosando in enoteca, ho notato una bottiglia dalla linea insolita, con fattezze d’altri tempi. Sull’etichetta campeggiava la scritta “Maretta”, nome di un antico appostamento per la caccia le cui rovine sono visibili dai margini dei vigneti dell’azienda di proprietà della famiglia Francoli, nota anche per la produzione di distillati.

Poche settimane fa il collega Oliviero Visco ci ha raccontato come talvolta siano i libri a scegliere il lettore, attirandone l’attenzione e seducendolo per via di dettagli apparentemente di minor conto. Qualcosa di simile mi è capitato di recente quando, curiosando in enoteca, ho notato una bottiglia dalla linea insolita, con fattezze d’altri tempi, dichiaratamente ispirata ai contenitori che, nel secondo dopoguerra, si utilizzavano in alcune zone del Piemonte. Sull’etichetta campeggiava la scritta “Maretta”, nome di un antico appostamento per la caccia le cui rovine sono visibili dai margini dei vigneti dell’azienda di proprietà della famiglia Francoli, nota anche per la produzione di distillati.

Come accade di frequente, col passare degli anni il rudere ha finito per identificare la località e quindi, di riflesso, il territorio di provenienza delle uve. Siamo a Ghemme, alto Piemonte, un’area tradizionalmente vocata alla produzione di rossi da uve nebbiolo che tuttavia ospita anche cultivar meno note. Il vino proposto è ottenuto da un vitigno in passato diffusissimo tra Biella, Novara e Vercelli ma ormai raro e relegato in regione a poche decine di ettari: la vespolina. Presente anche nel piacentino e in Lombardia – principalmente nell’Oltrepò Pavese – è vinificata, a seconda delle denominazioni, in uvaggio o, più raramente, in purezza.

La coltivazione della vespolina, nota anche come ughetta, balsamina o novarina, era descritta dagli studiosi già agli inizi del diciannovesimo secolo ma se ne potrebbero documentare le origini novaresi risalendo al quattrocento, epoca in cui gli Sforza solevano acquistare “vini vispolini” dai territori di Ghemme.

Il Maretta di Torraccia del Piantavigna è ottenuto per il 100% da uve vespolina raccolte manualmente e provenienti da 4 ettari di proprietà dell’azienda per una resa complessiva di circa 60 quintali per ettaro, nonostante il disciplinare sia molto meno restrittivo. Dopo la pigiatura soffice si avviano la macerazione e la fermentazione a basse temperature. Conclusa la malolattica il vino matura in legni di media grandezza ed è sottoposto a breve affinamento in bottiglia.

Nel bicchiere si presenta di un bel rosso granato intenso e vivace. Buona la consistenza. Al naso è abbastanza intenso, complesso. Nettissimo il sentore di mirtillo, poi di lampone. La speziatura è declinata anzitutto su note pepate quindi, in misura minore, di vaniglia. Troviamo rose rosse ma anche mina temperata, caramella mou e champignon. Chiusura balsamica.

Al gusto le durezze prevalgono, seppure di un’incollatura, rispetto alle morbidezze: tannini ben presenti, discreta la spalla acida ma più ancora la sapidità. Abbastanza strutturato. Riconoscimenti coerenti di mirtilli e lamponi, in transizione dal frutto fresco alla gelatina, seguiti da un insinuante ritorno del pepe nero; infine liquirizia, caramella mou e burro di cacao. Dopo alcuni secondi dalla deglutizione subentra una curiosa avvolgenza balsamica, come da infuso di erbe officinali, che permane a lungo, cristallizzando elementi sia della fase olfattiva che di quella gustativa.

La ricerca del produttore sembra orientata a mettere in ordine armonico le varie componenti senza alcuna dimostrazione di potenza né di concentrazione. Toni soffusi, piacevole fruttato, speziatura e balsamicità; persistenza: questi i caratteri salienti di un vino che si dischiude compiutamente sulla distanza, svelando una personalità che evolve per molti minuti nel bicchiere. Da provare in abbinamento con entrecôte al pepe verde.

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