Le parole del vino

Le parole del vino

«Le parole sono importanti!». Era quasi un grido di dolore quello che Nanni Moretti, già nel 1989 (nel film Palombella Rossa), scagliava contro la sciatteria linguistica che, come un tumore in continua espansione, minava alle basi la salute della nostra lingua tricolore. E non era che l’inizio del progressivo decadimento che, grazie anche alle nuove e “semplificanti” (sarebbe meglio dire “banalizzanti”) tecnologie, mortifica sempre di più quello che dovrebbe essere il principale canale comunicativo tra gli esseri umani. Di parole e di vino parla Fabio Rizzari, nel libro intitolato programmaticamente “Le parole del vino”, edito da Giunti. Fabio Rizzari è uno di famiglia, visto che collabora attivamente con la nostra rivista Vitae e, tra le (tante) altre cose, è anche curatore di due seguitissimi blog: “Il bottigliere” e “Vino:”, da cui sono tratti gli scritti che compongono questo agile volumetto.

Nella prefazione incontriamo un altro viso noto, l’illustre collega Armando Castagno, definito dall’autore “Mozart della degustazione”, una bella definizione che ci trova completamente d’accordo.

Nella prefazione, dicevamo, Armando Castagno mette subito a fuoco il nucleo del discorso: l’assoluta incapacità della cosiddetta “letteratura enoica” di tenere il passo dei vorticosi cambiamenti che si susseguono a livello produttivo. Una carenza percettibile soprattutto dal punto di vista linguistico, ambito nel quale l’acritico utilizzo di oscuri tecnicismi e il frequente ricorso a rassicuranti luoghi comuni disinnescano in partenza qualsiasi tentativo di elevare il livello della comunicazione. Tutte cose che noi sommelier dovremmo tenere bene a mente, detto en passant.

I testi, si diceva, per quanto dispensati in rete in momenti diversi, dribblano in scioltezza il rischio frammentarietà, andando a costituire un mosaico ricondotto ad unità da una mano sapiente, capace di far vibrare all’unisono le corde della completezza dei contenuti e della precisione stilistica, il tutto giocato sul filo di un’ironia talvolta discreta e più spesso dissacrante. Quasi a ricordarci, tra una degustazione e l’altra, che il vino è materia scientifica, culturale, economica ma anche – e soprattutto – edonistica.

Nel magma ribollente di notazioni “centrate”, segnaliamo alcune vere e proprie perle, come la distinzione tra “vini larghi e vini lunghi”, il rapporto quasi dogmatico con la mineralità e l’approccio sperimentale (e poco ortodosso) con gli abbinamenti cibo-vino. Ma sono giusto veloci richiami, perché è innegabile come, pagina dopo pagina, la curiosità cresca di pari passo al piacere della lettura.

Una voce fuori dal coro (vivaddio!) ma sicuramente in grado di offrire inedite chiavi di lettura in una materia in continua evoluzione, grazie a punti di vista poco ortodossi, sghembi talvolta, però mai banali. La lettura, va da sé, è ben più che consigliata!

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