Sicilia mon amour

Sicilia mon amour

Il fascino di un’isola, la Sicilia, crocevia di popoli e civiltà, sospesa tra straordinari vitigni autoctoni e intriganti interpretazioni degli internazionali: questo l’invitante menù che la Delegazione di Oristano ha offerto ai partecipanti all’incontro-degustazione tenutosi lo scorso 27 luglio presso il Ristorante L’Anfora di Tramatza, dal titolo “Sicilia mon amour”.

Accogliamo con grande piacere l’inizio della collaborazione al nostro sito da parte di Marisa Uras, proveniente dalla Delegazione di Parma ma oristanese DOC. E proprio nella Delegazione di Oristano Marisa ha iniziato il percorso all’interno dell’AIS che l’ha portata fino alla brillante esperienza nel V Master ALMA-AIS conclusosi nel luglio 2014. Oltre a rimpinguare la sempre deficitaria voce “quote rosa”, siamo sicuri che Marisa Uras sarà una risorsa importante per il nostro sito. (G.D.)

Il fascino di un’isola, la Sicilia, crocevia di popoli e civiltà, sospesa tra straordinari vitigni autoctoni e intriganti interpretazioni degli internazionali: questo l’invitante menù che la Delegazione di Oristano ha offerto ai partecipanti all’incontro-degustazione tenutosi lo scorso 27 luglio presso il Ristorante L’Anfora di Tramatza, dal titolo “Sicilia mon amour”.

Per cominciare, la relatrice Marisa Uras ha presentato il vigneto siciliano, riservando due interessanti focus al Grillo e al Nero d’Avola (Calavrisi in siciliano, Calabrese nel registro nazionale delle varietà di vite), senza dubbio i protagonisti del patrimonio ampelografico siciliano. Ripercorrendone a ritroso la storia si è risaliti all’origine probabilmente pugliese del Grillo, impiantato in Sicilia per favorire la ricostruzione post fillosserica nella zona di Marsala; ai greci si deve invece l’arrivo del Nero d’Avola, un vitigno presente un po’ in tutta l’isola ma capace di esprimere al massimo le sue caratteristiche organolettiche solo nell’areale originario tra Avola e il territorio di Pachino e Noto.

Una tappa in quota, sulle pendici dell’Etna per conoscere da vicino i Nerelli (Cappuccio e Mascalese) e la viticoltuta eroica del Vulcano, A Muntagna, come la chiamano i siciliani. Qui l’ecosistema viticolo è tra i più rari al mondo, composto da banchi lavici di rocce compatte di natura porfirica, argille allofane, il ripiddu (strato di terreno di pomice di piccole dimensioni) e la “contessa dei venti”, una nube lenticolare a dischi sovrapposti propria dei rilievi più potenti.

In degustazione i vini della cantina Donnafugata: si parte con un Grillo in purezza, IGT Sicilia, SurSur in etichetta, che significa Grillo nell’antico idioma arabo un tempo parlato nell’isola. Nel bicchiere un’ esplosione di riflessi e luminosità che stupiscono l’olfatto con le note minerali e salmastre in giusto equilibrio con un fruttato esotico. Si sentono i soffi delle brezze marine e della macchia mediterranea e l’esame olfattivo diventa puro divertimento. Grande morbidezza in bocca ma soprattutto elegante rispondenza con l’olfatto che si traduce in una sapidità minerale che difficilmente si scorda.

Prio (allegro, gioioso, in siciliano) è il nome di fantasia del secondo vino in degustazione, un Catarratto in purezza che appaga naso e palato in un’esplosione di morbida e fresca sapidità. Stupiscono questi vini per la loro consistenza, una struttura quasi prorompente per dei bianchi, ma senza mai cedere alla pesantezza. E’ il momento del terzo vino, le slides scorrono sulle immagini dell’alberello pantesco, un sistema di allevamento divenuto patrimonio dell’UNESCO.

Sicilia mon amour

Siamo a Pantelleria per parlare di moscato, uno in particolare, il Moscato d’Alessandria, Zibibbo per i siciliani. Donnafugata propone Lighea, uno Zibibbo secco, vinificato in bianco senza appassimento. Inusuale la veste giallo verdolino, quasi sensuale nelle sue trasparenze, ma il naso è prepotentemente aromatico, si fa a gara per i riconoscimenti olfattivi e ad ogni olfazione ci si inebria di albicocca, litchi, zagara, poi geranio, salvia e le note agrumate. Rotondità in bocca e una freschezza ravvivata dalle note salmastre e iodate che chiudono la persistenza.

Quasi dispiace dover passare al quarto vino, ma è arrivato il momento dell’altro grande protagonista: il Calabrese. Sherazade è un rosso vinificato in acciaio per mantenere l’aspetto di freschezza e piacevolezza sia al naso che al palato.

La serata si chiude con l’ultimo vino in degustazione, Tancredi, un uvaggio di Cabernet Sauvignon, Calabrese e Tannat, 14 mesi in legno tra barrique e tonneau che segnano il profilo sensoriale con note terziarie di pepe, cuoio, sigaro e cacao, in equilibrio con la rotondità fruttata della marasca in composta. Il sorso regala pienezza e una sensazione tattile decisa di tannino, appena smussato dal legno ma con una fierezza che poco concede alla morbidezza. La persistenza rimane sospesa alla ricerca di un equilibro tra le note decise del tannino e la gentilezza fruttata della marasca.

Il viaggio si conclude, adesso la Sicilia sembra più vicina perché ne abbiamo colto l’inconfondibile unicità, il suo modo di essere “diversamente” isola rispetto alla Sardegna; entrambe immerse nel Mare Nostrum, con profumi e colori uguali ma capaci di esprimere personalità differenti, che si svelano solo a chi voglia indagarne il mistero racchiuso nelle loro rispettive storie.

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