Hassan 2012 – Tenuta Asinara

Hassan 2012 - Tenuta Asinara

Azienda giovane, i cui vigneti si inerpicano lungo il costone che fronteggia l’Asinara, battuti dai venti e dalla salsedine. Leggo in controetichetta che questo vino prende nome dal terzo re di Algeri, detto il Bello: nato e cresciuto all’Asinara, prima che il fardello della spada e del governo lo sottraessero alla sua amata isola.

Azienda giovane, i cui vigneti si inerpicano lungo il costone che fronteggia l’Asinara, battuti dai venti e dalla salsedine. Leggo in controetichetta che questo vino prende nome dal terzo re di Algeri, detto il Bello: nato e cresciuto all’Asinara, prima che il fardello della spada e del governo lo sottraessero alla sua amata isola.

E già mi preoccupo: cosa vorrà mai significare questo richiamo congiunto alle radici sarde e alla dimensione internazionale? Troppo peso per una sola etichetta o, forse, per le qualità di un recensore solo. Premetto: ho degustato questo vino senza saperne molto tranne la bella descrizione fatta da un amico qualche tempo fa. Taglio internazionale a base cabernet sauvignon, cabernet franc, merlot e saldo autoctono con un 25% di cannonau. A parte questo per me davvero è tutto nuovo.

Passo oltre e stappo un millesimo che il colore rivela recente col suo rubino impenetrabile ravvivato da merletti porpora. Ancora traguardo il vetro quando un bouquet prepotente mi assalta senza alcuna intenzione di farsi attendere nel bicchiere. Spezie orientali, inchiostro, legni esotici, viole ancora fresche, more selvatiche e piccoli frutti neri già in confettura; poi un accenno alle ciliegie sotto spirito, alleviato dalla burrosa avvolgenza del cioccolato al latte e della vaniglia. Chiude pungente su incenso, tabacco biondo, pelle conciata e tè nero. Troppa grazia, penso. Attendo, come al solito, quei due, tre minuti prima di degustare (non sia mai che poi evapori) e, ovviamente, mi pento sempre di tanta fretta: ogni cosa vuole il suo tempo.

Chiedo scusa: dopo una giornata di lavoro mi serviva un balsamo, un lenitivo e di certo non avevo voglia di aspettare. Anche la scelta del vino aveva una sua ratio. Ho scartato la Borgogna e il Piemonte perché cercavo una coperta calda, un sorso morbido, bordolese, senza divagazioni né spunti “verticali” che, in genere, prediligo. E invece mi sono infilato in un ginepraio. Frutta e spezie diciamo che me le aspettavo. Anche l’erbaceo in fondo non è stato una sorpresa. Curiosa invece l’evoluzione balsamica e i sentori di caramello oltre a sapidità e acidità tese a prolungare il sorso. Ma, inizialmente, sono i tannini il vero mantra di questo vino: graffiano il palato e le gengive lasciando un ricordo pungente di china e liquirizia appena tenuto a freno da sbuffi resinosi e di erbe aromatiche. Dopo alcuni istanti, gomma e note fumé a chiudere un assaggio che definire interlocutorio è dir poco. Mi innervosisco, sbatto i pugni sul tavolo, esprimo disappunto ma, in fondo, la colpa è mia: l’attesa a volte è tutto. Mi impongo pertanto alcune ore prima dell’assaggio successivo.

E qui cambia la musica. Il sorso come per miracolo si arrotonda e finalmente quella tanto agognata avvolgenza pare rivelarsi, elegante e misurata. Che sia solo un’illusione? Certo le asperità non svettano più come prima ma la degustazione è tutt’altro che accomodante; i minerali e forse più ancora la freschezza costringono al secondo bicchiere: nessuna pesantezza da estratto e i 15 gradi di alcol svolto fanno appena capolino tra le mille splendide durezze.

Ora qui ci sarebbe da aprire una discussione su cosa aspettarsi da un vino o, più filosoficamente, su cosa cercare in un vino. Premesso che avremo tante risposte quanti saranno gli interlocutori, da parte mia sosterrò a spada tratta il primo assoluto valore: la piacevolezza che rende il sorso lieve. Poi viene il resto. E qui la ritrovo la piacevolezza. Questo vino, tra molti apporti, conserva la natura selvatica delle coste sarde, appena imbrigliata dai morbidi tralci di Garonna e Dordogna. Intenso e di notevole persistenza, offre una personalissima visione di intendere il vino di Romangia, terra contesa tra modernità e tradizione.

E adesso, in fondo alla degustazione, anche il nome scelto per questa bottiglia assume un significato che pare enunciare le qualità stesse di cui si fa custode, sintetizzando le doti di un terroir unico e l’espressione di un varietalism particolarmente ispirato. Solo seimila bottiglie per questo splendido esordiente isolano. Da abbinare a un brasato al vino rosso.

Hanno letto questo post [ 9 ]