Trebbiano d’Abruzzo Valentini 2012

Trebbiano d'Abruzzo Valentini 2012

Quando di un vino hanno scritto i più grandi conoscitori della materia e quel vino è presentato come monumento al territorio d’appartenenza e al genio di un vigneron, pensare di cavarne una recensione solo perché ne hai bevuto un paio di sorsi potrebbe trasformarsi in un azzardo.

Quando di un vino hanno scritto i più grandi conoscitori della materia e quel vino, pur tra mille discussioni e qualche cedimento polemico, è presentato come monumento al territorio d’appartenenza e al genio di un vigneron; quando lo si descrive come archetipo stesso dei (pochi) bianchi italiani del centro-sud da invecchiamento al punto da ritenere che faccia classifica a sé; quando guide, blind test, verticali millenarie ne certificano il valore; quando tutto questo accade, beh, pensare di cavarne una recensione solo perché ne hai bevuto un paio di sorsi diventa lavoro da sconsiderati. Con l’aggravante di rischiare che la tua analisi non aggiunga una virgola a quanto già noto all’universo intero.

Ovviamente per complicare la sciarada ho scelto un millesimo recente, tanto per vedere che succede a sentirsi Erode per una notte. In definitiva una recensione che potrebbe trasformarsi in un azzardo che tira via l’altro; un vero incubo. Soprattutto per chi legge.

Appena versato è solo paglierino limpido di rilevante consistenza; gli bastano un paio di secondi a contatto con l’aria perché la compressione della massa che ostacolava le trasparenze e il lieve petillant svaniscano e la crisalide cromatica dispieghi le ali in una miriade di frammenti di brillante iridescenza con accenni già dorati.

Esordio al naso d’intensità disarmante su una matassa dinamica lentissima a dipanarsi. E qui viene il difficile. L’esame olfattivo è in sé complesso e si sviluppa per successione di strati non per fusione in un bouquet: un blocco compatto e omogeneo si trattiene nei pressi del calice per molti minuti prima di dare spazio a ulteriori profumi. Strati voluminosi, spessi a tal punto da impedire che qualunque anticipazione del riconoscimento seguente possa trapelare prima della necessaria attesa. È qualcosa di diverso dalla celeberrima “lenta evoluzione nel bicchiere”: qui siamo di fronte a percezioni in un certo senso separate e non se ne coglie immediatamente il filo conduttore.

I profumi, destati anticipatamente dal letargo, pare reclamino tempo per riuscire a dialogare tra di loro. Per una volta conviene essere schematici e non discorsivi; l’ordine di presentazione è cronologico; i riconoscimenti sono separati e ben distanziati:

  1. mille sfumature di frutta secca: tostato di nocciole e croccantini su velo di burro d’arachidi poi pinoli e gherigli di noci infine torrone alle mandorle. È in assoluto la fase più persistente che si riverbera immancabilmente sull’assaggio;
  2. miele di castagno e succo d’acero;
  3. sentori vanigliati di media intensità su una base di confetti e meringhe;
  4. erba tagliata, foglie di salice, coriandolo;
  5. salsedine, calcare e cenni iodati;
  6. resina di pino, thuja, legno di cedro del Libano;
  7. bergamotto, zest di arancia, zenzero;
  8. mandorla amara fresca.

Solo nel finale, a circa mezz’ora dalla stappatura, i sentori agrumati provano a fare da collante, sparigliando le regole di un protocollo olfattivo fino a quel momento rigidissime. L’esito, seppure non del tutto espresso, è molto coinvolgente e anticipa evoluzioni affascinanti per quanto, allo stato, misteriose.

Assaggio difficile da inquadrare per via di analoga insondabile, voluminosa espressività che obbliga ad attendere, una volta di più, l’alternarsi dei singoli riconoscimenti. Impressionante attacco glicerico convogliato dall’alcol su struttura dall’ampiezza memorabile; nitore agrumato di arancia amara, tè al bergamotto, mandarino, zenzero fresco, scorza di limone candita. Dopo una piroetta con lieviti di pasticceria prosegue le danze su traccia dolce di spezie, salsa mou e caramella al latte per poi evolvere ammandorlato su ricordi di ricciarelli senesi, per via di quel loro vago soffio pungente di ammoniaca. Esili note ematiche, carnose, aprono lo scrigno delle durezze con una progressione fresco-sapida giocata di forza ma non disunita dal corpo. Chiude in contrappunto su ricordi di caramello salato. Finale lunghissimo, sincopato da percezioni iodate e acide sgrossate dai polialcoli, che si accommiata con un timido flavor di mandarinetto.

Impossibile rimanere indifferenti, difficilissimo capire i dettagli di un’evoluzione che certamente sarà mirabile. Adesso il vino è affascinante ma a tratti ostico, complesso da decifrare e persino da valutare. Ha l’appeal di una donna estranea ai canoni classici della bellezza ma in grado di rapirti con uno sguardo, capace di renderti schiavo solo sfiorandoti. Per nulla ammiccante eppure sfrontata. Puro distillato di passione, ancora più desiderabile perché inespressa. Un vino che forse ora non ha un senso, come gli sguardi che si intrecciano casualmente per strada e che però, proprio come quegli sguardi, promette qualcosa, anticipa qualcosa. Ma solo a chi saprà attendere.

Come abbinamenti potremmo ipotizzare rana pescatrice con salsa allo zafferano, oppure Waterzooi belga.

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