Negroamaro: il gusto nascosto

Negroamaro: il gusto nascosto

Sole, mare e vento sono alcuni degli elementi che maggiormente caratterizzano anche la viticoltura di un territorio vocato come il Salento, magistralmente interpretato da un grande vitigno autoctono come il Negroamaro. Questo il tema dell’interessante incontro organizzato venerdì 26 febbraio dalla Delegazione AIS di Sassari in collaborazione con deGusto Salento.

“Salentu: lu sule, lu mare, lu ientu”. Questa scritta campeggiava su una t-shirt che acquistai nel 2007 durante una bellissima vacanza in terra salentina, con base a Torre san Giovanni, frazione di Ugento.

Sole, mare e vento sono alcuni degli elementi che maggiormente caratterizzano anche la viticoltura di un territorio vocato come il Salento, magistralmente interpretato da un grande vitigno autoctono come il Negroamaro. Questo il tema dell’interessante incontro organizzato venerdì 26 febbraio dalla Delegazione AIS di Sassari in collaborazione con deGusto Salento, associazione che raggruppa diversi produttori salentini.

Un incontro che ha preso il via con l’avvincente narrazione del Professor Giuseppe Baldassarre, autore anche del libro che ha dato il titolo all’incontro, il quale ha portato a conoscenza della folta platea tantissime informazioni riguardanti il Negroamaro, grande vitigno legato indissolubilmente al territorio salentino in cui è presente dal XIX secolo. Attualmente, dopo il Primitivo, è il secondo vitigno più coltivato in Puglia e si caratterizza per il germogliamento e la maturazione tardivi, per la particolare resistenza al clima caldo-arido e per il vantaggio derivante dalle escursioni termiche, causate dalla vicinanza al mare. In controtendenza rispetto al passato, oggi solo il 20% del vigneto è allevato ad alberello, venendo invece privilegiata la spalliera. Tradizionalmente, il blend utilizzato in fase di vinificazione (in prevalenza con la Malvasia nera) era già predisposto in vigna attraverso la compresenza, tra i filari, delle diverse varietà.

Dieci sono i cloni omologati di quest’uva, ricca di materia colorante, polpa succosa, buon contenuto di zuccheri, ottima acidità e dotazione tannica di rilievo. Ed è chiaramente la varietà più versatile tra quelle coltivate in Puglia, tanto da dare vita a diverse e riuscite tipologie di vini, come, ad esempio, il primo rosato prodotto in Italia, il Five Roses dell’azienda De Castris, risalente al 1943.

In generale, le caratteristiche organolettiche salienti del Negroamaro sono: colore rubino carico che volge al granato e, solo per i vini più evoluti, con sfumature aranciate (nelle vinificazioni in rosso, ovviamente); olfatto caratterizzato in gioventù da un fruttato (frutti rossi e neri), un floreale di rosa e ricordi di erbe aromatiche per evolvere poi su toni speziati e balsamici; un gusto caldo, asciutto, di buona freschezza, equilibrato e persistente, con tannini ben presenti e finale amarognolo.

Negroamaro: il gusto nascosto

Dal punto di vista vitivinicolo, la macro-zona Salento si può suddividere in tre parti: il versante adriatico, condizionato soprattutto dall’influenza delle correnti balcaniche; la piana salentina, in cui gioca un ruolo importante il suolo calcareo-argilloso; il versante jonico, caratterizzato da temperature più alte e dai terreni sabbioso-calcarei e limosi. Nell’affascinante percorso del Negroamaro salentino, una vera e propria svolta si è avuta nella metà degli anni ’70, grazie a due eminenti figure come Cosimo Taurino e Severino Garofano, capaci di tracciare una strada valida ancora oggi.

Due sono gli stili enologici che, al giorno d’oggi, vengono utilizzati: uno più tradizionale, in cui si fa ancora ricorso alle tecniche della sovramaturazione e dell’appassimento delle uve e uno più modernista, orientato verso la produzione di vini estremi, quasi a creare la categoria del “supernegroamaro”.

Al termine della narrazione, Professor Baldassarre ha rivolto uno sguardo verso il futuro, individuando come prioritarie la caratterizzazione delle peculiarità territoriali e la valorizzazione delle vigne più vocate.

Con l’entrata in scena di Ilaria Donateo (presidente di deGusto salento) e Jlenia Gigante (collega Sommelier con specializzazione nel Master ALMA-AIS) ad affiancare Giuseppe Baldassarre nel raccontare storia e curiosità delle aziende partecipanti, ha avuto inizio l’atteso momento delle degustazioni, suddivise in tre batterie.

Nella prima erano presenti: Spumante metodo classico Brut Rosé “Rohesia” (sb. 2015) Cantele, una riuscita sperimentazione in grado sposare la pregnante tipicità del vitigno ad una tipologia di grande eleganza; Rosato di Negroamaro Salento IGT “Grecìa Rosé” 2015 Cantine PaoloLeo, un altro riuscito esempio della versatilità del vitigno che, evitando ogni invadenza, si è distinto per la grazia nell’assaggio, a discapito della potenza, e per l’eccellente facilità di beva; Salento IGT “Armécolo” 2014 Castel di Salve, vino di personalità, blend di Negroamaro e Malvasia Nera affinato in acciaio, proveniente da una zona non facile, lontano da qualsiasi idea di concentrazione si è distinto per eleganza e territorialità; Nardó Rosso Doc “Danze della Contessa” 2014 Bonsegna, stesso uvaggio e affinamento del precedente, ma territorio completamente diverso, nel cuore della DOC Nardò; vino meno verticale e più rotondo, in cui è più percettibile il contributo della Malvasia.

Negroamaro: il gusto nascosto

Si è quindi passati alla seconda batteria (avente come filo conduttore l’affinamento in legno dei vini in degustazione) che prevedeva: Salice Salentino Riserva DOC “Aiace” 2012 Castello Monaci, proveniente da una terra fantastica, vino di grande personalità e compostezza, tipico esempio dell’utilizzo della sovramaturazione, sontuoso ed equilibrato, di grande longevità; Salento IGT Negroamaro Rosso 2011 Calitro, da uve coltivate ad alberello, un vino di stile modernista, caratterizzato da grande concentrazione e potenza gustativa; Salento IGT “Simpotica” 2011 Garofano, con cui si è ritornati ad uno stile tradizionale che punta sulle peculiarità del vitigno affiancato, in questo caso, al Montepulciano; olfatto spiazzante e lenta apertura per un vino molto didattico; Salento IGT “Nero” 2004 Conti Zecca, in uvaggio con il Cabernet Sauvignon, quasi ad incarnare un’ipotetica figura di “SuperApulian”, vino di bella concentrazione, aristocratico, caratterizzato da una composta eleganza. In conclusione, un vino unico, rarissimo, come il Salento IGT Passito “MaterTerra” 2007 Apollonio, un nettare molto particolare, di avvolgente dolcezza riequilibrata da un raffinato tannino.

Ha avuto così termine un affascinante percorso degustativo di grande valore didattico che ha, tra le altre cose, ribadito l’utilità della compresenza di diverse aziende per creare un efficace quadro d’insieme nella descrizione di un territorio. E la collaborazione in forma consortile tra i produttori si conferma ancor di più una carta vincente nell’affrontare le delicate sfide del mercato. Un esempio da tenere bene a mente.

Nel gran finale, i numerosi partecipanti hanno potuto completare e rifinire gli assaggi dei vini attraverso alcuni interessanti abbinamenti con pani, salumi e formaggi isolani.

{gallery}2016/negroamaro{/gallery}

Hanno letto questo post [ 12 ]