Mario Soldati e la Sardegna in “Vino al vino”

Mario Soldati e la Sardegna in “Vino al vino”

A più di 40 anni dalla pubblicazione, la rilettura di un classico del grande intellettuale e appassionato enofilo piemontese fra degustazioni, aneddoti e incontri extravinari.

Accogliamo con grande piacere il debutto sul nostro sito di una nuova firma: Alessandra Corda, neo-sommelier della Delegazione gallurese e già attiva in rete con un blog tutto suo. Per iniziare, viene preso in esame un autentico classico della letteratura enoica italiana, “Vino al vino” di Mario Soldati, del quale Alessandra rivisita le pagine dedicate alla nostra isola (G.D.).

A più di 40 anni dalla pubblicazione, la rilettura di un classico del grande intellettuale e appassionato enofilo piemontese fra degustazioni, aneddoti e incontri extravinari.

La lezione di Soldati. È l’autunno del 1975. Quando Mario Soldati arriva in Sardegna, ha già percorso buona parte della penisola raccontando il vino italiano in due precedenti viaggi, nel ’68 e nel ’71. I calici degustati nelle sue tappe sarde saranno riempiti di quei nettari che oggi possiamo ancora apprezzare. Nei suoi appunti di viaggio sull’isola si intuisce già la fine di un mondo agricolo e rurale che in molti casi ha custodito straordinarie eccellenze e che oggi, in qualche caso, stanno riaffermando la loro identità di vini territoriali, unici al mondo.

Soldati si fa guidare nelle zone vitivinicole più importanti della Sardegna, parla con gli addetti ai lavori, con chi conosce quei territori e ne sa raccontare la storia umana e naturale. Per esempio, con la sola osservazione dei caratteri geo-morfologici introduce il lettore al vino del luogo, alla sua impronta tipica. Del resto, nei suoi appunti il prezioso triangolo territorio- vitigno-uomo viene continuamente evocato. Conoscere gli uomini e le donne che lo producono si rivela così la migliore condizione per avvicinarsi al vino, capirlo e raccontarlo, a volte con critico disincanto, altre con meraviglia antropologica. Cito su tutte la sua visita nelle campagne di Aggius con l’architetto Cannas. Qui, uno stazzo abbandonato in prossimità di una vigna ospita ancora gli antichi strumenti per la vinificazione tradizionale. Così appare a Soldati la Sardegna di quegli anni: sospesa fra le nuove produzioni industriali delle cantine sociali e quelle artigianali dei vignaioli, che bisogna andarsi a cercare, facendo della degustazione anche una straordinaria esperienza culturale.

La Vernaccia, la Malvasia e gli uomini di spirito. La Vernaccia e la Malvasia raccontate nelle parole eccitate di don Fresi, parroco a Porto Cervo in quegli anni, amico di Veronelli e appassionato conoscitore di vini, ci restituiscono non solo il ritratto di un personaggio nella sua personale cantina, ma anche il carattere di due vini straordinari.

Don Fresi riempie i calici “come in preda a un raptus”, ci dice Soldati. Il parroco decanta le doti di ogni bottiglia con grado alcolico e provenienza, “Vernaccia 1970 Baratili San Pietro, 16 gradi, Vernaccia 1961 Oristano, 20 gradi, Malvasia di Bosa, Campeda, 1970, 15 gradi…”. Vini che non si potrebbero raccontare senza il territorio. Anzi, che non esisterebbero senza il protocollo naturale dei lieviti indigeni che, nella bassa valle del Tirso o nella Planargia, preparano il terreno all’evoluzione ossidativa. E infatti quella degustazione in Costa Smeralda è solo un preludio. Accompagnato dal giornalista Giacomo Mameli, Soldati si reca nei luoghi della Vernaccia: San Vero Milis, Zeddiani, Tramatza. “Oro chiaro” quella di Giuseppino Seda di San Vero, una Vernaccia di quattro anni di 16-17 gradi, bevuta in piedi nel cortile di casa. Prova poi quella di Francesco Putzolo (probabilmente Putzolu), 18 gradi. Le due Vernacce hanno in comune il profumo intenso, deciso e gradevole che “annulla qualsiasi sgradevolezza dell’alcool”. Soprattutto, non c’è quel “gradino”, che Soldati attribuisce all’alcool, quando all’assaggio non si sposa con le altre componenti. Insomma, un piacere dato dalla fluidità dell’esperienza degustativa propria dei grandi vini.

Mario Soldati e la Sardegna in “Vino al vino”

Con Emilio Firinu a Tramatza, infine, conosce la tradizione delle botti da 300, 600 litri. Botti lavate con acqua bollente e niente zolfo, tiene a sottolineare Firinu, ma travasi sì, almeno quattro volte all’anno. Questa Vernaccia sfusa è spillata con il caratteristico piseddu (una cannuccia vegetale). Una tradizione che a Tramatza ancora si pratica con la spiseddadura: un momento di assaggi e convivialità. Prima DOC sarda ad essere riconosciuta (1971), la Vernaccia è una specialità insieme “rustica e raffinata”, sottolinea Soldati.

Sempre seguendo le dritte di Veronelli, si reca a Bosa per conoscere la Malvasia di Salvatore Deriu Mocci, detto il Ciecone, amico di Giovanni Battista Columbu, anche lui fine produttore. Ciecone è “dotato di un umorismo secco, breve, moderno: allegro come la sua risatina”, scrive Soldati. La Malvasia di Ciecone (Zegone), è per Soldati “luminosa” e cita Cyril Ray, che riporta una degustazione di Malvasia bosana nel suo The wines of Italy (1966) paragonandola a uno Sherry. La Malvasia di Ciecone è però ogni anno diversa per stessa ammissione del produttore. Sembra ovvio, ma in questa dichiarazione è contenuto un postulato etico: lui stesso, il vignaiolo, è solo interprete rispettoso della materia e delle sue sorprendenti sfumature. Non saprebbe dire prima dell’assaggio cosa verrà quell’anno. La Malvasia che prova Soldati si attesta sui 16-18 gradi. Leggiamo nelle note di degustazione:

“…finissima, leggera, setosa, profumata, saporosa di rosa e ginepro. Soprattutto completamente secca…”, a differenza di quella degustata da Ray anni prima.

Insomma, siamo davanti a qualcosa che si avvicina molto allo spirito colto da don Fresi nella sua personale collezione; qualcosa che lo stesso Soldati si sforza di narrare con le parole, usandone forse più del solito, nel tentativo di immortalare i secondi della degustazione, per sua natura effimera e irripetibile.

Il Cannonau: l’innovazione, la tradizione o le due cose insieme. A guidare inizialmente Soldati nei territori del rosso sardo per eccellenza è Francesco Bassu, ispettore agrario di Nuoro. Giunto a Oliena, l’autore cerca una piccola bottega che Veronelli si è premurato di segnalargli, dove si mesce un ottimo Cannonau. Ma non la trova, non esiste più. Nella Cantina Sociale incontrano Gemiliano Massaiu. La cantina ha un’impronta moderna: “vasche e cisterne di cemento, filtri di acciaio, autoclavi e compagnia bella o piuttosto brutta…”, scrive Soldati. Ma il vino gli piace. Così le sue note di degustazione: “Massaiu stappa una bottiglia del ’73: rosso rubino; alcool 13,8; profumo e gusto intensi, catramosi, ma giustamente catramosi. Poi ancora un Oliena del ’70, rosso carico; alcool 15; corposo, completo; un po’ amarognolo e un po’ dolce; molto catramoso. Infine un Oliena ’58, che mi sembra mirabile: alcool 17; appena amarognolo e appena dolce; niente catramoso. Ripeto, quest’ultimo bicchiere mi sembra supremo”.

Mario Soldati e la Sardegna in “Vino al vino”

Pensa Soldati alle pagine scritte da d’Annunzio su quello che diverrà poi il Nepente. L’autore poi viene condotto a Lanaittu, presso un’azienda gestita proprio dall’Ispettorato Agrario Provinciale. Bassu illustra quei vigneti, non più allevati ad alberello, ma a spalliera, e già sogna il tendone e la raccolta meccanica, qui ancora manuale, fatta da giovani donne di Dorgali e Oliena. Giovanni Pau, il fattore dell’azienda, lo invita ad assaggiare anche il vino che produce dalla sua vigna privata, ancora allevata ad alberello. Un Cannonau del ’74 ottenuto da uve appassite per una settimana sulle pietre. Il vino non si fa attraversare dalla luce e Soldati annota: “perfezione assoluta”; ma qualche mese dopo si ricorda di quel sorso e di un’eccessiva acidità.

A Jerzu, la cantina sociale si presenta come un edificio di dimensioni “colossali”, dove la modernità degli impianti e il loro scintillante groviglio tecnologico non lascia intravedere il mosto e il vino, i protagonisti. Sono gli strumenti legati alle pratiche di cantina: refrigerazioni, pastorizzazioni, filtraggi, che, a parte il travaso, Soldati reputa fatali per la vitalità stessa del vino. Quell’innovazione tecnologica appare inevitabile, ma non poggia sul rispetto della tradizione, piuttosto sulla necessità del modello produttivo più economicamente vantaggioso, anche per i piccoli vignaioli che convogliano le loro uve verso i nuovi impianti di vinificazione.

Qualcuno, però, resiste: si tratta di Giovanni Mucéli. Nella sua piccola cantina regna un disordine naturale, “un’antichità vitale” scrive Soldati. Sacchi di iuta come filtri per ottenere il rosato, secondo un procedimento in uso fin dalla fine dell’800, botti centenarie, etc. A parte una leggera solfitazione, anche Mucéli fa solo il travaso, quattro o cinque volte l’anno, lasciando che il vino prenda quel tanto d’aria che serve alla sua evoluzione. Il vino Mucéli lo vende sfuso. La cantina e la produzione di famiglia di un “artigiano puro”, sottolinea Soldati. All’assaggio, 15 gradi il rosso e 17 un rosato del ‘70. L’innovazione e la tradizione: queste due realtà sembrano dunque convivere nella zona classica del Cannonau o Canonau.

S’incontrano nell’esperienza di Mario Mereu a Tortolì. Un produttore che utilizza macchinari moderni per la vinificazione, ma allo stesso tempo il suo Perda Rubia non subisce refrigerazioni, pastorizzazioni e nemmeno filtrazioni. Mereu mette in vendita solo dopo tre anni di botte, poi imbottiglia, niente sfuso. Per Soldati questo produttore resta un artigiano, che ha trovato il modo di distribuire il suo vino in bottiglia e con una bella etichetta, per farlo viaggiare ben oltre i confini dell’Ogliastra. Questa azienda fondata nel 1949 è oggi ancora attiva. Soldati doveva fermarsi una settimana in Sardegna, invece vi trascorrerà un mese. Chiude le sue note di viaggio con il rimorso di non esser riuscito a visitare i luoghi di un altro grande rosso che avrebbe ricevuto la DOC due anni dopo nel 1977, il Carignano del Sulcis e aggiunge: “…proprio queste rinunce, queste attese di un ritorno, questi desideri di scoprire ancora si depositano nell’animo e innamorano di un paese”.

Fonte: Vino al Vino. Alla ricerca dei vini genuini ( Milano, Mondadori 2006)

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