San Leonardo 2008

San Leonardo 2008

Località: Borghetto all’Adige, frazione del Comune di Avio (TN). Ci troviamo lungo l’estremo lembo meridionale del Trentino, meno di dieci chilometri a est del Lago di Garda e a un tiro di schioppo dalla autostrada A22 del Brennero.

I vigneti sono solcati dall’Adige, che attraversa per intero la Vallagarina, e si dispongono su una quota media inferiore ai 200m di altitudine rispetto al livello del mare. Base ampelografica: cabernet sauvignon, merlot, carmenere.

“La terra è l’anima del nostro mestiere” – Carlo Guerrieri Gonzaga.

Località: Borghetto all’Adige, frazione del Comune di Avio (TN). Ci troviamo lungo l’estremo lembo meridionale del Trentino, meno di dieci chilometri a est del Lago di Garda e a un tiro di schioppo dalla autostrada A22 del Brennero.

I vigneti sono solcati dall’Adige, che attraversa per intero la Vallagarina, e si dispongono su una quota media inferiore ai 200m di altitudine rispetto al livello del mare. Base ampelografica: cabernet sauvignon, merlot, carmenere. Tecnica di vinificazione: uve lavorate e fatte maturare separatamente in cemento e legno per poi essere assemblate prima dell’imbottigliamento, fase in cui si decide l’esatta proporzione del blend.

Come avrete notato, stavolta il proposito è di non procedere con le mie solite divagazioni sui massimi sistemi: qui si raccontano anche storie e si danno informazioni, non è mica d’obbligo filosofare.

Un sogno che prende forma nel 1982, il San Leonardo, e che, a partire dal 1985, riceve le cure e le attenzioni di Giacomo Tachis. Vino che, da 34 anni, è emblema stesso della poetica bordolese fuori dai suoi confini originari e che, mutatis mutandis e senza troppi slanci di fantasia, potrebbe esser lecito ribattezzare Super-Trentino, se non suonasse male. James Suckling lo definì il Sassicaia del nord. Proviamo a dirne qualcosa in più: densità d’impianto di 6600 ceppi per ettaro; rese che non superano i 60 q./ha ma che, in genere, si attestano ben al di sotto; raccolta effettuata separatamente per ciascun vitigno quando l’andamento stagionale, come nel millesimo proposto, lo consente; vendemmia svolta, nel 2008, tra il 20 settembre e il 10 ottobre per un’annata caratterizzata da scarse piogge e forti escursioni termiche, in particolare tra agosto e settembre. Infine: sosta in barrique sia nuove che di 2° e 3° passaggio per un periodo che può variare tra i 18 e i 24 mesi e affinamento di un anno in vetro.

Difficile parlare della mia bottiglia. Le parole ben spese possono sollevare le sorti di un prodotto di qualità media, se si procede con lodi sperticate, ma difficilmente riescono a render l’idea di un grande vino. Grazia ed espressività, mi verrebbe da dire. Quell’equilibrio straordinario che trovi nel Sassicaia, la sua misura e la sua eleganza, qui regalano un’interpretazione non del tutto dissimile ma il vino in questo caso è terreno, non suscita stati contemplativi da sindrome di Stendhal; il San Leonardo, pur nella somma raffinatezza di cui è espressione, risulta compatto, coi ranghi serrati, ben ancorato alle radici delle sue vigne. Votato interamente alla persistenza, quasi voglia imprimersi nel ricordo con i suoi contorni di spezie e piccoli frutti rossi appena maturi.

Sbircia torvo e intensamente rubino dal bicchiere. La severità dello sguardo è scalfita dall’orlo giovanile che lo rende appena meno austero. Non è semplice accostarsi al bevante. C’è un po’ di soggezione. Io poi, da quando ho scoperto di amare incondizionatamente la Borgogna, ho sempre l’incubo ricorrente che un taglio bordolese mi aspetti sotto casa per cantarmene quattro. Quindi tentenno. Ma col vino, come si fa a non correre rischi? Come rinunciare a scoprirne le mille espressioni? Non ce la faccio proprio e quindi mi affido all’istinto che, in genere, sbaglia meno della testa. Il che è tutto dire: lunga carriera di intuizioni geniali la mia; notoriamente.

Naso che gioca a rimpiattino tra una messe di profumi straordinariamente definiti, senza sbavature né incertezze: lampone, mirtillo, arancia rossa e scorza di kumquat, viole, rose appena colte, spezie dolci ma anche pepe nero, cenni di liquirizia e più ancora di cacao. Lucido da scarpe, cuoio, ceralacca cui si aggiunge un inverosimile mix di esili note mielate e sale di roccia in chiusura. Sorso aristocratico, setoso, in equilibrio impeccabile su toni ricorrenti di frutti rossi freschi e soffusa ma ineludibile vena speziata e minerale. I tannini sono limati a tal punto che paiono soffrire – se mi passate il termine- una spinta alcolica tutt’altro che memorabile, appena 13%. Ci pensano acidità e sapidità a livellare l’orizzonte.

In conclusione: non riecheggiano prepotenti i toni mediterranei del nobile cugino toscano; qui svettano la solidità e la compostezza dei Campi Sarni, esposti a condizioni climatiche non propriamente sovrapponibili a quelle delle campagne di Bolgheri. Ma, in definitiva, ogni cosa è in ordine, quasi frutto di cesello, se non fosse per l’interminabile PAI drammaticamente inchiodata a fondo scala. Questa sua persistenza infinita suggerisce espressioni che non amo particolarmente, quali “vino da meditazione”. Diciamo che se la si intende nel senso che induce a meditare, sottoscrivo in pieno. Ma un vino così ha bisogno di un compagno di viaggio, berlo da solo (forse) può privare di alcuni piaceri: da provare con cacciagione da piuma preferibilmente in preparazioni con ridotta addizione di liquidi.

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