Sapere di vino

Sapere di vino

Sapere di vino non è stata una semplice degustazione di vini, ma uno spettacolo in tre atti diretto e interpretato da un grandissimo relatore, il sommelier professionista Massimo Castellani, in cui l’indiscussa protagonista è stata l’eccellenza. La grandissima qualità, infatti, è stato filo conduttore che ha idealmente legato tutti i vini serviti e di cui proprio il compianto Tachis fu l’artefice.

Un piccolo capoluogo di provincia può diventare per qualche giorno il centro del mondo, o quantomeno può provare l’ebbrezza di esserlo.

Già ebbrezza è il termine esatto, perché il motivo che ha dato a Nuoro, piccola città barbaricina, la sensazione di essere al centro dell’attenzione è stato l’evento organizzato da AIS Sardegna attraverso la locale Delegazione; una degustazione commemorativa volta a ricordare Giacomo Tachis, un grande dell’enologia italiana, venuto a mancare lo scorso mese di febbraio, che tanto ha fatto per elevare la Sardegna e la sua produzione vitivinicola ad altissimi livelli qualitativi oggi consolidati e universalmente condivisi.

Sapere di vino non è stata una semplice degustazione di vini, ma uno spettacolo in tre atti diretto e interpretato da un grandissimo relatore, il sommelier professionista Massimo Castellani, in cui l’indiscussa protagonista è stata l’eccellenza. La grandissima qualità, infatti, è stato filo conduttore che ha idealmente legato tutti i vini serviti e di cui proprio il compianto Tachis fu l’artefice.

Atto I – “La quadratura del cerchio: la modernità”

I vini che Massimo Castellani ha adottato come protagonisti del primo atto sono stati il Barrua e il Tignanello. Due prodotti apparentemente distanti, soprattutto nei tempi e nello stile; sono separati, infatti, da oltre un trentennio nel loro esordio sul mercato, ma soprattutto nel territorio, nel clima e nei vitigni impiegati per ottenerli.

Prima di spiegare l’insolito connubio, il nostro relatore, ha ceduto la parola a un ospite, Antonello Pilloni, che ha presto assunto il ruolo del co-protagonista raccontando innumerevoli aneddoti e rendendoci partecipi della storia che ha portato alla costituzione dell’azienda Agricola Punica. Pilloni è lo storico presidente della Cantina Santadi ed è stato uno dei fautori della costituzione di Agricola Punica, azienda vitivinicola che produce il Barrua. Questo attempato signore, con stile e grande coinvolgimento emotivo, ci ha descritto come un’idea di Tachis sia diventata un progetto, per poi concretizzarsi nella consolidata realtà produttiva che conosciamo.

Nel riprendere il discorso, il relatore ha voluto esprimere attraverso questi due vini la capacità di Tachis di comprendere cosa poteva mancare a un grande vitigno autoctono per dare un grandissimo vino. Sia nel carignano coltivato nel Sulcis, sia nel sangiovese prodotto nelle colline del Chianti, un piccolo contributo di vitigni internazionali, grazie a una sua geniale intuizione, ha consentito di trovare la quadratura del cerchio, restituendo vini moderni e di indiscussa qualità.

Rosso IGT Isola dei Nuraghi, BARRUA 2012, Agricola Punica. Vino prodotto in una annata calda dal colore cupo e concentrato a tinte noir. Attacco olfattivo che esprime l’intensità e la potenza della solarità e della marittimità delle uve carignano con profumi di macchia mediterranea, incentrati sulla bacca di mirto, il legno di cedro e la scatola di sigari. Progressivamente rivela un corredo olfattivo che va arricchendosi di sfumature: carruba, liquirizia, carne sotto sale e intense note balsamiche, figlie del cabernet sauvignon e del cabernet franc, che si sono “sardizzati”, mutando i tipici sentori erbacei e vegetali. Il gusto evidenzia una gestione esemplare del tannino che si presenta setoso, suadente, molto femminile. C’è corpo e volume, ma anche molta grazia, con l’apporto delle morbidezze, che dà al vino una grande centralità in bocca. Magistrale gestione del legno, mai protagonista. In chiusura riemerge l’anima del carignano con la sua freschezza e le eleganti note salmastre.

Rosso IGT Toscana, TIGNANELLO 2013, Marchesi Antinori. Il Tignanello è stato il primo vino del territorio del Chianti ad abbandonare la “ricetta ricasoliana”, rinunciando all’impiego di uve bianche in vinificazione, a inserire nell’uvaggio i vitigni internazionali e a impiegare le barrique francesi nell’affinamento. Ciò determinò la fuoriuscita del vino dalla denominazione Chianti, tanto che fu immesso nel mercato come un “semplice” vino da tavola. Dopo varie sperimentazioni, dal 1982 è stato deciso di fissare l’uvaggio del Tignanello che da allora viene prodotto solo nelle annate migliori impiegando 85% sangiovese, 10% cabernet sauvignon e 5% cabernet franc.

Il 2013 in Toscana è stata un’annata importante, perché ha permesso un ritorno alla normalità, con vendemmie eseguite fino a metà ottobre, senza la necessità di anticipare come spesso era accaduto negli anni precedenti. Il vino dimostra i tratti caratteristici dell’annata, con una evidente vivacità di colore e una leggera trasparenza, data dal sangiovese.

Le importanti escursioni termiche del millesimo hanno portato in dote al vino una grande esplosione floreale, che cede il passo ai profumi fruttati. Lentamente il frutto tende a prendere il sopravvento con note ricche di amarena; poi una discreta balsamicità e una speziatura pepata che muta verso le note della liquirizia; si completa con note minerali di grafite e cenni salini. Al gusto la prorompente freschezza è arginata da un tannino sopra le righe, suadente e aggraziato, che dà struttura a un vino molto femminile; tratti che ne tradiscono la gioventù, ma sono una promessa di grande longevità. Il gusto è perfettamente coerente, ricco di fruttuosità, arricchita da eleganti cenni balsamici e minerali in una chiusura molto prolungata.

Atto II – “La riscoperta del Genius Loci”

Indiscussi interpreti del secondo atto sono stati due vini, prodotti sotto l’attenta guida di Giacomo Tachis, che hanno consentito la valorizzazione di un territorio, l’affermazione sul mercato e la consacrazione a livello internazionale: il Terre brune e il Sassicaia.

Il Sassicaia può essere considerato il “punto zero” del rinascimento enologico italiano, quello che ha messo tutti d’accordo. È stato il vino che ha determinato la scoperta di Bolgheri e la riscoperta della coltivazione della vite vicino al mare. In questo il Terre Brune può essere considerato “figlio del Sassicaia”; infatti nel Sulcis moltissime vigne vengono coltivate vicino al mare, con grande beneficio per l’arricchimento fenolico e aromatico delle uve carignano.

La testimonianza di Antonello Pilloni ci ha riportato a quando si impegnò per convincere Tachis a venire in Sardegna per produrre vini di qualità. La storia è ricchissima di personaggi e di episodi che hanno portato l’azienda di Santadi, una cantina sociale, ad affacciarsi sul balcone dell’eccellenza e a insediarvisi stabilmente.

Rosso DOC Carignano del Sulcis Superiore, TERRE BRUNE 2012, Cantina Santadi. Il Terre Brune è stato il primo vino sardo barricato. L’impiego delle barrique di rovere francese fu un’autentica rivoluzione, benché Tachis avesse deciso di seguire la tradizione utilizzando solo i vitigni autoctoni per ottenerlo.

Appassionato di storia e tradizioni, aveva capito che l’esperienza aveva indotto i locali a porre a dimora le viti di carignano in area costiera poiché molto soggette all’oidio; si era reso conto che quei ceppi traevano giovamento dal grande soleggiamento e dall’esposizione alle brezze marine che aiutavano a prevenire lo sviluppo della famigerata muffa. In quelle condizioni, inoltre, la maturazione delle uve era perfetta, ideale per produrre un gran vino. Con il 95% di carignano e il 5% di bovaleddu, creò il capolavoro che oggi tutti conoscono.

Il vino si presenta con un colore compatto, integro e molto vivace, con toni purpurei a contorno che ne rivelano la provenienza da uve sane e a giusta maturazione. Il bagaglio olfattivo apre con note salmastre e di macchia mediterranea: si sente l’essenza marittima della Sardegna. Il carignano è un’uva materica; è l’anima del Sulcis che diventa vino: il carignano è il genius loci!
Il vino è senza fronzoli, con una buona freschezza che sorregge un perfetto equilibrio, nonostante una decisa nota alcolica, che poi si stempera in una mineralità salmastra. Il tannino rimane discreto, non invadente, giusto corollario per un sorso fruttato e gratificante. Vino che sa unire potenza ed eleganza con una grandissima persistenza.

Rosso DOC Bolgheri Sassicaia, SASSICAIA 2013, Tenuta San Guido. Il Sassicaia è il più bordolese dei vini italiani; tuttavia il suo colore tradisce la sua “toscanità”. Al naso è intensamente fruttato, si dimentica gli aspetti vegetali del cabernet, ma acquisisce una gradevole balsamicità, il tratto distintivo dei vini di Bolgheri: foglia d’alloro, eucalipto, legno di cedro e scatola di sigari. Leggere la speziatura e la tostatura. Non è potente; è un paradigma di grazia e raffinatezza. In bocca non è fermo; è un vino di un’incredibile vivacità e dinamicità gustativa. Fruttato di ribes rosso, di cui evoca distintamente anche la freschezza; è minerale e dotato di un tannino setoso a sorreggere e dare spessore a ogni sorso. Vino scattante, leggero, piacevolissimo, si fa ricordare a lungo per le doti di eleganza e per una persistenza intramontabile.

Atto III – “Intuizione e genialità”.

Per comprendere quanto grande è stato l’apporto di Giacomo Tachis alla produzione vitivinicola italiana, il relatore ha fatto ricorso a due vini che sono la concretizzazione della sua genialità interpretativa. Infatti il Turriga e il Solaia sono stati letteralmente inventati da Tachis, grazie alla sua enorme competenza tecnica, alla sua sensibilità e alla sopraffina capacità di degustare e creare il giusto blend.

Un importante contributo nel delineare queste qualità è stato fornito da Mariano Murru, attuale enologo di Argiolas e allievo di Tachis. Nel suo intervento ha voluto condividere molti episodi relativi alla collaborazione con la famiglia Argiolas e ha raccontato come, da giovane enologo, si sia trovato a lavorare con un autentico luminare che, con i suoi insegnamenti, gli ha permesso di muoversi con sicurezza nel mondo del vino.

Rosso IGT Isola dei Nuraghi, TURRIGA 2012, Cantina Argiolas. Nel Turriga la sensibilità di Tachis è stata il veicolo per capire che il cannonau del basso Campidano non era capace di esprimere quella ricchezza di profumi e aromi che si ottiene nei territori d’elezione, Barbagia e Ogliastra. La sua maestria ha fatto sì che riuscisse a individuare quei vitigni che, posti al servizio del cannonau, gli avrebbero consentito di ottenere un grande vino. Così inventò un uvaggio che oggi è universalmente conosciuto: 85% cannonau, 5% carignano, 5% bovale e 5% malvasia nera. Il Turriga è la magia dell’uvaggio; un vino in cui la sinergia dei vari vitigni porta a una sommatoria di espressioni.

Il vino non tradisce le aspettative; colore ricco e vivace che ci racconta di un vino ancora giovane. Il corredo olfattivo è dominato da una poliedrica espressione fruttata su profumi di gelatina di more, mirtilli e crème de cassis. Soggiungono le note speziate di vaniglia, liquirizia e paprika. C’è una grande quantità di profumi nel bicchiere che si apre progressivamente, evidenziando sentori terrosi e di sottobosco con marcati accenti carnosi e con le note tostate del legno perfettamente integrate. Il gusto è attratto da un perfetto equilibrio in cui la decisa alcolicità si stempera in un tannino di grande qualità, con un vivace gioco gustativo accentuato da una freschezza e una mineralità molto gradevoli. Bevibilità e potenza perfettamente concordi; fruttuosità di incredibile persistenza.

Rosso IGT Toscana, SOLAIA 2013, Marchesi Antinori. Il Solaia è un vino nella cui storia l’intuizione e la genialità di Tachis hanno giocato un ruolo determinante. Un’annata particolarmente felice aveva portato a un surplus produttivo di uve cabernet di eccezionale qualità; la decisione fu immediata: produrre un nuovo vino di qualità altrettanto eccezionale. Da un uvaggio composto da 75% cabernet sauvignon, 5% cabernet franc e 20% sangiovese, proviene il Solaia, prodotto solo nelle annate che possono assicurarne l’elevatissima qualità.
Il vino già all’aspetto, con una grande concentrazione di colore, tradisce le sue ambizioni: vuole essere grande e potente. All’olfatto è frutto e balsamicità insieme. Profumi d’alloro, ginepro e note mentolate. Legno integrato benissimo che lascia spazio a un ricco corredo speziato e tostato con una chiusura declinata su una mineralità terragna, quasi ferrosa e ingentilita da cenni di fondi di caffè. L’assaggio è impattante: pienezza e potenza; tannino sontuoso, maturo, imponente per un sorso che ripropone amplificate tutte le note percepite all’olfatto, prolungate da una persistenza monumentale.

Epilogo

Un grande relatore e alcuni ospiti importanti hanno dato lustro a una serata in cui i veri protagonisti sono stati i vini e dove l’eccellenza è stata la première dame, in ossequio a Giacomo Tachis che quei vini li ha concepiti e fatti diventare grandi.

L’insolito gioco delle pariglie proposto da Massimo Castellani ha mantenuto viva l’attenzione e la curiosità di tutti i presenti e ha dispensato continue emozioni con la batteria di vini proposti in degustazione.

Il grande consenso espresso in sala da tutti i presenti non è stato solo rivolto ai vini e al relatore, ma anche ai componenti della Delegazione AIS di Nuoro che hanno lavorato dietro le quinte per la riuscita dell’evento, credendo profondamente nell’ambizioso progetto del Delegato Francesco Deriu che, supportato da un gruppo di servizio affiatato, attento e professionale, è riuscito a presentare queste eccellenze nelle migliori condizioni per l’assaggio.

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