Oddoene, un cru possibile

Ci sono casi in cui la bella sintesi del “triangolo virtuoso” (luogo, vitigno e memoria), coniata da Sandro Sangiorgi, ha una straordinaria coerenza: il luogo è la valle di Oddoene, la memoria la trovo nel baffo arguto di Antonio Berritta, il vitigno resta lui, il cannonau.

Innocenti evasioni (il luogo)

Camminare per le vigne di Oddoene (Dorgali) ravviva lo stupore che si prova nel poter comprimere un luogo in una bottiglia. Si resta sopraffatti da uno scenario geologico di forte suggestione, come se fossimo giunti da chissà quale area inurbata lontanissima anni luce. Senza scomodare troppo il profilo pedoclimatico, basta lo sguardo, anche quello mio incompetente, per intuire che questo luogo non poteva che dare buoni frutti. Granito in disfacimento in primis, ma soprattutto forti escursioni termiche giorno-notte, con i versanti basaltici e calcarei che accumulano calore e lo cedono alla piccola valle, come un caldo abbraccio. Qui si porta a maturazione ottimale quella specie tanto comune quanto eterogenea per esiti enologici, che è l’uva cannonau. È il microclima a fare la differenza molto più del suolo, dove la vite dimora accanto a ulivi e alberi da frutto. Un paesaggio composito che racconta molto bene la fatica dell’uomo e il lungo processo di addomesticamento prodotto su un’area selvatica, male vissuta persino dai caprai cento anni fa.

Mi ritorni in mente (la memoria)

Da Oddoene è partita la prima esperienza di cantina cooperativa agli albori del ‘900, come rinascita dalle ceneri della fillossera. Oggi è areale vocato per il Cannonau Classico, accanto alle zone storiche del vigneto dorgalese: Filieri e Isalle. Ognuna con condizioni pedoclimatiche differenti, mi dice Giampaolo Sanna, agronomo della Cantina Dorgali, dove si lavorano uve maturate in situazioni molto eterogenee. Antonio Berritta conferisce qui da decenni. Per un periodo ne è stato anche presidente. Oggi i figli vinificano parte delle loro uve in proprio. Berritta è memoria storica di questa valle, a cui ha dedicato persino un libro, La grande vallata. Le diverse parcelle del vigneto di Oddoene rivelano ricche vicende umane, vale la pena ascoltarle. Lui è persona conviviale e non si nega alle mie curiosità:

“Questa prima vigna che vedi è stata acquistata da Nanneddu (Ruca) Corrias, oggi novantenne. E’ stato lui a fare la selezione dei ceppi seguendo un procedimento empirico per decenni, vendemmia dopo vendemmia. Da lì sono partito per la selezione massale, con gli innesti di un clone cannonau già ben acclimatato in questo luogo”.

Poi mi indica qua e là piccole porzioni di vigneto con caratteri di giacitura ben definiti, separati appena da un sentiero tra i filari. Infine la osserviamo dall’alto quella valle che lui conosce palmo a palmo. Ragioniamo sull’anzianità, l’abbandono e il rinnovo di piccoli vigneti, alcuni terrazzati.

Ancora tu (il vitigno)

Si affaccia il concetto di cru, se preferite atto finale del più complesso lavoro di zonazione, che qualche giorno prima ho cercato di approfondire ancora con Giampaolo Sanna e Carlo Mazzuoli (enologo Cantina Dorgali). Definire se un Cannonau è Isalle o Filieri oppure Oddoene, richiede rigore tecnico in vigna e in cantina, studio dei cloni, microvinificazioni, ecc. Ci vuole tempo, ma è uno scenario possibile. Il dato: le ottime uve di Oddoene sono un dono della natura, soprattutto il carattere del Cannonau qui ha buona possibilità di manifestarsi nella sua atavica dimensione. Intanto, gli assaggi mi riportano all’origine della mia visita: il profilo sensoriale di questi Cannonau in purezza nella zona classica. Ne riporto due ad esempio: Vigna di Isalle 2015 (Cantina Dorgali, Isalle) e Thurcalesu 2014 (Cantina Berritta, Oddoene). Due buoni Cannonau di territorio (non è qui un facile abuso del termine), con profili gusto-olfattivi davvero tipici. Vigna di Isalle è il Cannonau che manderei nello spazio. Un vino icona identitaria, da vigna storica proprietà della Cantina Dorgali.

Thurcalesu, ottenuto da un’unica parcella di vigneto, lo terrei invece su questo pianeta, anzi su quest’isola come memento per noi sardi che lo beviamo da sempre il Cannonau, ma perdiamo a volte il senso della sobria eleganza di alcuni vini che ci sono familiari. Come i manufatti della cultura contadina, dove si legge il lavoro umano e la bellezza rurale del luogo a cui appartengono. Si ritorna così alla monumentale sintesi del “triangolo virtuoso” (luogo, memoria, vitigno) pensata da Sandro Sangiorgi o, se si vuole, a una definizione di “Classico” che abbia un senso compiuto.

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