Birre e Stili nel mondo

La declinazione al plurale del termine Birre presente nel titolo è una vera e propria dichiarazione programmatica, perché l’obiettivo di questo ciclo di incontri allestito dalla Delegazione AIS di Sassari è proprio quello di scandagliare tutte le anime che, attraverso i numerosi stili birrari, disegnano la multiforme identità di questa nobile bevanda che affonda le radici in una storia antica e vive un presente di rassicuranti conferme e stimolanti novità. Eh sì, perché se da un lato il costante gradimento del pubblico mantiene la birra al top dei consumi, dall’altro il sempre più crescente fenomeno dei birrifici artigianali assicura il rinnovamento e permette di tenere sempre alta l’asticella del livello qualitativo.

A costo di indulgere nell’autoreferenzialità, non si può evitare di ricordare che da AIS Sassari è partito l’impulso che, con il coinvolgimento delle altre Delegazioni isolane, ha portato nel 2016 alla realizzazione della prima Guida alle birre artigianali della Sardegna (che, peraltro, al termine di quest’anno tornerà alla ribalta con una versione aggiornata). E il merito maggiore va ascritto ad Antonio Furesi, il collega che grazie all’intreccio di passione, competenza e capacità divulgativa furi dal comune ha fatto letteralmente volare le quasi tre ore in cui si è articolata la serata di venerdì 9 febbraio.

Passione vera e propria quella di Furesi: basti pensare che da diverso tempo pianifica le sue vacanze individuando luoghi che, per tradizione brassicola o presenza di birrifici di rilevo, possano ulteriormente arricchire il suo bagaglio di conoscenze.

La narrazione ha visto inizialmente un rapido richiamo ai metodi di lavorazione e ai diversi stili che compongono l’universo brassicolo, per trasformarsi poi in un suggestivo giro turistico nei territori che incarnano la tradizione europea delle birre. Dalla Repubblica Ceca al Belgio, dalla Germania al Regno Unito, dall’Irlanda all’Olanda il racconto, contrappuntato da precisi riferimenti storici e sorprendenti aneddoti, ha presentato sotto angolazioni diverse stati e popoli a noi vicini ma talvolta poco conosciuti. Un approfondimento specifico è stato dedicato alla famiglia delle birre trappiste, un gruppo di aziende accomunate dal rispetto di alcune rigorose regole organizzative e commerciali ma che, a livello produttivo, spaziano abbondantemente tra gli stili birrari. E se per molto tempo la realtà trappista è stata circoscritta al Belgio, con un’unica eccezione in Olanda, negli ultimi anni la famiglia si è notevolmente allargata con il coinvolgimento di altre nazioni come Austria, Stati Uniti e anche la nostra Italia.

Il momento delle degustazioni, gestito con la consueta affidabilità dal gruppo di servizio, ha visto la sequenza di ben otto birre.

La Pilsner ceca Svatecni Lezak del birrificio Bernard ha aperto le danze, dimostrando che la semplicità (gran parte delle birre bionde prodotte nel mondo appartiene alla tipologia Pilsner) può benissimo andare a braccetto con la qualità. Profilo olfattivo semplice, corpo fluido, ma grandissima e piacevole bevibilità.

La Weizen tedesca del birrificio Berghammer ha mostrato le qualità delle birre di frumento, con i toni fruttati all’olfatto e l’ingresso dolce al gusto, ma col valore aggiunto dell’equilibrio apportato da una leggera freschezza acidula.

Oltrepassando il confine col Belgio, si solleva anche il livello qualitativo, con la Saison D’erpe Mere del birrificio De Glazen Toren Brouwerij. Corredo olfattivo ricco e piacevole (miele e agrumi su tutti), con profumi netti e ben distinti, fase gustativa articolata ed equilibrata, finale secco e asciutto.

Ancora profumo di Fiandre, con la Belgian Ale La Maledetta prodotta però dall’italianissimo Birrificio del Borgo. Dopo i paglierini/dorati delle prime birre, in questo caso la veste cromatica vira sui toni ambrati. Note di frutta e caramello introducono un assaggio ricco di gusto, con la luppolatura apparentemente in secondo piano che però si incarica di ripulire la bocca.

Si oltrepassa la Manica con la IPA Wild Boar del birrificio inglese Buxton Brewery. La componente luppolata la fa ovviamente da padrona, con toni erbaceo/resinosi e agrumati in primo piano, e l’ingresso in bocca esaltante disegna il profilo di una birra di spessore, con una persistenza finale davvero notevole.

Sempre dal Regno Unito proviene la Taddy Porter del birrificio Samuel’s Smith. Colore scuro e impenetrabile con schiuma color caffelatte. Naso ricco sui toni tostati e caramellati, con una delicata nota di confettura di mirtillo, ingresso in bocca vellutato, elegante e fase retro-olfattiva rispondente disegnano il ritratto della classica Porter inglese.

Si torna in Germania con la Doppelbock Korbinian del birrificio Wehienstephaner. Veste mogano con riflessi ramati, impatto olfattivo di media intensità su toni caramellati e biscottati, ma fase gustativa davvero ricca, equilibrata e con un gradevole finale di liquirizia.

Per la chiusura in grande stile, si torna in Belgio con la trappista Rochefort 10, Strong Ale prodotta dal Birrificio Rochefort. Classico colore tonaca di frate, profilo olfattivo ricco e articolato che mette in fila frutti rossi, caramello, nocciola e caffè. Anche in bocca l’opulenza è sempre all’insegna dell’equilibrio (la generosa dotazione alcolica, 11,3 %, è perfettamente integrata) e dell’eleganza che contraddistingue questa grande birra.

L’appuntamento è per la seconda serata, ancora da calendarizzare, ma che si terrà presumibilmente in primavera.

Galleria fotografica dell’evento.

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