Birre e stili nel mondo – Seconda parte – “I paesi extraeuropei”

Con il passaporto in una mano e il bicchiere nell’altra, l’attento pubblico presente al Carlo Felice ha seguito Antonio Furesi nel suo giro del mondo attraverso le birre. Quella allestita dalla Delegazione AIS di Sassari venerdì 15 giugno era in effetti la seconda parte di un seminario iniziato lo scorso febbraio con l’analisi del panorama brassicolo europeo e, in questo modo, i partecipanti hanno potuto giovarsi di un efficace sguardo d’insieme e degli strumenti idonei a comprendere cosa ci sia veramente in un bicchiere di birra.

Nella parte introduttiva, il tour planetario ha preso il via dalle Americhe, territori nei quali, in epoca pre-coloniale, le popolazioni indigene (le tribù pellerossa di nativi americani nelle zone settentrionali, le cosiddette civiltà precolombiane – Aztechi, Maya, Inca, etc. – in quella che per comodità viene chiamata America Latina) ottenevano bevande da fermentati di cereali e altri vegetali. La colonizzazione europea portò poi allo sviluppo e alla produzione delle birre secondo gli stili più diffusi nel vecchio continente (inglesi e tedeschi al nord, spagnoli e ancora tedeschi e inglesi in America Latina).

Per quanto riguarda l’Africa, l’attenzione è rivolta soprattutto all’Egitto, dove sono presenti reperti archeologici risalenti a circa 3000 fa che testimoniano l’esistenza di bevande ottenute da cereali fermentati. Attualmente la produzione birraria è molto diffusa, con utilizzo di materie prime molto variegate.

In Oceania la produzione di birre ha avuto origine in epoca coloniale e nel tempo c’è stato, in Australia e Nuova Zelanda, un grande sviluppo nella produzione di luppoli.

Ed infine l’Asia, con l’area della cosiddetta “mezzaluna fertile” unanimemente considerata la culla delle bevande ottenute dalla fermentazione alcolica dei cereali. In India la presenza della birra è invece successiva alla dominazione inglese, con una notevole diffusione che portò anche alla nascita di una tipologia (IPA, India Pale Ale), attualmente tra le più “modaiole” in tutto il mondo.  In Cina la presenza della birra in epoche lontane è testimoniata da alcuni reperti archeologici, mentre in Giappone la tradizione è piuttosto giovane.

E proprio dal paese del Sol Levante ha preso il via il percorso degustativo articolato in otto fermate. La nipponica Premium Press del birrificio Kirin Ichiban Brewery ha introdotto gli assaggi con un profilo semplice ma ben fatto, una classica Lager dai sentori di miele e caramella d’orzo e dalla buona bevibilità. Attraversando il Pacifico, eccoci negli U.S.A. con un prodotto di grande fascino come la Steam Beer (marchio brevettato, per uno stile noto anche come California Common) prodotta da Anchor Brewing Co.; una birra di buon impatto, dal bouquet declinato sui toni caramellati e tostati e una fase gustativa piacevole orientata sulle componenti morbide. Al di là del Rio Grande (o Rio Bravo) troviamo il Messico, paese d’origine della Death Becomes You, validissima Amber Ale prodotta dalla Cervezeria Mexicana. Sentori tostati e resinosi delineano il profilo olfattivo, riproponendosi al gusto in una beva rotonda, ricca ed elegante. Si torna negli Stati uniti con l’American Pale Ale del birrificio Sierra Nevada Brewing Co. Naso complesso di miele amaro, agrumi e caramello con una suadente nota balsamica finale. Un assaggio dinamico, con i sentori dolci iniziali ad introdurre la decisa nota amara fino al bellissimo finale agrumato-balsamico.

L’Australia entra in scena con la Best Extra Stout prodotta da Coopers Brewery Inc. L’impenetrabile colore nero e il corredo olfattivo marcato dai sentori di torrefazione (caffè, cappuccino), liquirizia e salsa di soia lascerebbero presagire una struttura imponente, invece al gusto mostra una sorprendente fluidità che ne accresce la piacevolezza. Ancora Stati Uniti con l’unica birra trappista prodotta oltre oceano: si tratta della Trappist Ale del birrificio Spencer Trappist Brewery, attivo dal 1950 e inserito dal 2014 nel ristretto novero di produttori autorizzati ad utilizzare la dicitura “trappista”. Una Belgian Ale molto tipica, con un profilo olfattivo che profuma di Fiandre con frutta (melone e agrumi) e note resinose, balsamiche ed erbacee in evidenza, arricchite da una piacevole nota biscottata. Bocca rotonda, morbida ed estremamente coerente con le percezioni olfattive. L’ultima birra statunitense proposta – e, a parere di chi scrive, la migliore del lotto – proviene da un piccolo birrificio artigianale californiano, l’Anderson Valley Brewing Co.; Hop Ottin’ è il nome di questa IPA che colpisce già dall’accattivante colore ambrato con riflessi ramati. La componente olfattiva è quella tipica della cultura brassicola americana: impatto balsamico-resinoso che si arricchisce via via di note fruttate, dall’agrume alla frutta a polpa gialla. In bocca è un’esplosione di sapori, il leggero dolce iniziale viene sopraffatto dalla componente luppolata, decisa ma ben integrata. Corpo imponente, per una birra equilibrata e di ottima fattura. Chiusura in salsa canadese con Equinoxe du Printenps della Brasserie Dieu du Ciel, una Scoth Ale addizionata con sciroppo d’acero. Naso complesso e fine, con note di tostatura, resina, frutti di bosco e miele di castagno. Al gusto è ricca ed equilibrata, con l’alcol (9%) in evidenza e un ricchissimo corredo di sensazioni retrolfattive di grande eleganza. Lunga persistenza per un finale molto vicino alle percezioni gustative dei barleywine. La serata ha avuto poi una gustosa appendice l’indomani, con la visita al Birrificio 4 Mori, ubicato presso la Miniera di Montevecchio.

In conclusione, mi permetto di rubare alcune righe per  ringraziare, a compimento del quadriennio,  i tanti appassionati che hanno seguito il nostro sito, regalando  soddisfazione e apprezzamento per il lavoro che, insieme ai bravissimi collaboratori, abbiamo portato avanti con entusiasmo e spirito da “dilettanti di buona volontà”. Grazie ancora.

 

 

 

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