Un resoconto del seminario “Le parole del vino”

La giornata di sabato 24 novembre 2018, dedicata da AIS Sardegna al seminario “Le parole del vino”, affidato alle sapienti mani di Fabio Rizzari, ha avuto grandi apprezzamenti e riscontri positivi a tutti i livelli, dagli organizzatori al relatore, fino agli attenti e “reattivi” partecipanti. Uno sforzo organizzativo volto a dotare i sommelier sardi degli strumenti più idonei per affrontare la sfida della narrazione enoica. Da qui la necessità di stimolanti confronti con professionisti del settore, capaci di trasmettere con immediatezza all’uditorio conoscenze e “metodo”. A maggior ragione, poi, se si tratta di personaggi illustri e unanimemente apprezzati come Fabio Rizzari, da oltre trent’anni attivo in diversi ambiti, da quelli più mainstream e istituzionali, fino a quelli più indipendenti e “di nicchia”. L’occasione è stata propizia per presentare il libro di recente pubblicazione del quale Fabio Rizzari è coautore insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina: “Vini Artigianali Italiani”. Un testo singolare che associa la descrizioni di alcuni vini italiani con famose opere d’arte, offrendo una chiave di lettura diversa e inconsueta del racconto del vino.
I risultati del Seminario non si son fatti attendere, tanto che uno dei partecipanti, il collega Salvatore L. Marras della Delegazione Gallura, si è voluto subito mettere alla prova realizzando questo puntuale resoconto, con esiti lusinghieri. (G.D.)

Il seminario “Le parole del vino”, condotto brillantemente da Fabio Rizzari, è stato fortemente voluto dall’AIS Sardegna ed è stato magistralmente organizzato dalla Delegazione di Sassari, guidata da Pier Paolo Fiori. Voleva essere un momento di riflessione sulla comunicazione del vino ed una guida per i sommelier impegnati nella compilazione della guida Vitae o comunque attivi nell’arduo compito di mettere in parole l’ineffabile contenuto di un bicchiere. Si può dire che ha centrato pienamente l’obiettivo, fornendo un vademecum, essenziale ma efficace, utile a tutti i comunicatori dell’enogastronomia, o aspiranti tali.

Già dall’introduzione, il Presidente Roberto Dessanti ha fatto notare come nel parlare di vino ci si collochi nell’ambito dei metalinguaggi, essendo il vino già di per sé una forma di comunicazione, un veicolo di messaggi, un linguaggio che trasmette tradizioni, lavoro e territorio. Nel prosieguo del seminario, Rizzari ha evidenziato come l’argomento vino si presti ad una molteplicità di stili e di soluzioni retoriche, prima fra tutte la sinestesia, facendoci gustare l’arte dello scrivere con gli immortali esempi di grandi letterati come Paolo Monelli, Carlo Dossi e Piero Camporesi, ma anche di “nobili artigiani” come Mario Soldati, Richard Olney e l’indimenticabile Luigi Veronelli. Ha poi, in un certo senso, subito smorzato le velleità artistiche dei presenti, ricordando a tutti come lo scrivere sia prima di tutto lavoro d’artigiano, che ha i suoi strumenti e le sue regole. Su tutte, la regola aurea di tener sempre a mente chi dovrà essere il lettore del nostro scritto; e quindi se il nostro intento sarà divulgativo, e non un mero esercizio stilistico, si dovrà sempre usare un linguaggio chiaro, con significati trasparenti ed aggettivi inequivocabili. A questo punto è stato inevitabile evidenziare come lo stile ed il registro vadano sempre adeguati anche al mezzo che veicolerà la descrizione delle nostre degustazioni: diverso sarà comunicare attraverso un blog, una rivista o una guida. Quest’ultimo caso, per ovvi motivi, è stato analizzato nel dettaglio e, in ossequio alla regola di scrivere al servizio del lettore, Fabio Rizzari ha elencato una serie di caratteristiche che una buona scheda-vino dovrebbe sempre avere:

Semplicità. Sono assolutamente da evitare periodi lunghi – pieni di incisi – ricamati di frasi subordinate, stile Proust, appesantiti da parentesi che spezzano il discorso e rimandano ad evocazioni, del tutto soggettive, che poco aggiungono alla comprensione di un vino. La descrizione dovrà essere semplice. Si useranno frasi brevi. Aggettivi precisi. Si daranno informazioni utili. Si spiegherà il vino.

Ripetizioni. Se ogni bravo scrittore evita le ripetizioni come la peste, questo principio non si applicherà alla compilazione di una scheda-vino per una guida. Se un degustatore dovesse trovare venti vini di seguito ugualmente sapidi e freschi, userà altrettante volte gli aggettivi sapido e fresco, ben sapendo che la guida verrà consultata come un’enciclopedia, piuttosto che letta da cima a fondo come un romanzo. Quindi la ripetizione non sarà affatto disturbante ma anzi segno di rigore e precisione.

Equilibrio. Troppo spesso alcune fasi della descrizione di un vino prendono il sopravvento sulle altre. Nello specifico è frequente che la descrizione delle caratteristiche olfattive di un vino sia predominante rispetto alla descrizione del comportamento del vino in bocca, che invece si suppone sia il primo interesse di chi cerca informazioni su un’etichetta. Una teoria infinita di riconoscimenti odorosi, più che dare informazioni utili al fruitore della guida, sembrerà essere un’autocelebrazione del naso del degustatore. Mentre un’attenta valutazione del sorso, con una precisa descrizione delle sensazioni gustative in ingresso ed in chiusura, potrà fornire informazioni più utili e sicuramente più gradite al lettore.

Condivisione dei significati. Chi scrive ha l’obbligo di scegliere termini inequivocabili, il cui significato non possa essere frainteso dal lettore. L’esempio emerso durante le esercitazioni è stato illuminante. Ci si riferiva al descrittore “sottobosco”, relativo al bagaglio olfattivo di un Pinot Nero di Borgogna. Chi scriveva aveva in mente una valenza positiva, riferibile al profumo “fresco” di funghi, di foglie cadute; chi ha letto ha avuto invece un’immagine più negativa e, soprattutto, legata a sentori terziari, più evoluti. Questo ha generato un cortocircuito interpretativo che avrebbe potuto essere evitato semplicemente chiedendosi se il termine utilizzato potesse dare luogo ad ambiguità interpretative, e quindi risolto optando per un’espressione più condivisibile o delimitando il significato del vocabolo prescelto con un breve inciso esplicativo.

Controllo. Molti scrivono di getto e mandano in stampa testi non riveduti e corretti. Una semplice rilettura permetterà di evitare refusi, accostamenti improbabili, descrizioni fumose e soprattutto esiti involontariamente comici in un testo che pretende di essere serio e istituzionale.

Questi gli strumenti che Fabio Rizzari ci ha messo in mano. Tutti fondamentali per quel lavoro di cesello al quale ogni buona recensione dovrebbe essere sottoposta. Ci saranno sicuramente utili e lo ringraziamo di cuore per aver voluto condividere con noi la sua esperienza.

Abbiamo ovviamente avuto anche il piacere di degustare qualche vino. Uno su tutti merita di essere ricordato, la sorprendente Malvasia Istriana 2014 di Damijan Podversic: una livrea oro antico con riflessi quasi ambra; un naso aromatico con canditi di cedro e arancia, lievi note di pasticceria e di miele con un accenno di fiori gialli prossimi all’appassimento, un finale di zenzero e albicocca disidratata; mentre tutto ci portava a pensare ad un passito, forse muffato, sicuramente dolce, ecco la rivelazione: un sorprendete palato che stupisce con tracce tanniche e freschezza disarmante, che sovrastano le note agrumate appena percettibili. Questa è stata la perla sulla corona di vini proposti in degustazione, che ci hanno portato dai graniti della Gallura al caldo del Sulcis, dalla compostezza austera del Mandrolisai alle freschezze del Collio, senza farci mancare una puntata oltralpe per godere della Borgogna liquida degli areali di Saint-Aubin e Gevrey-Chambertin. Ma di tutto questo ora è bello tacere, così com’era bello parlarne in compagnia di Fabio Rizzari.

Questo è quanto. Spero che il mio racconto abbia stimolato la curiosità e che non manchiate ai prossimi appuntamenti che, vista la lungimiranza dell’AIS Sardegna, saranno sicuramente numerosi ed ugualmente coinvolgenti. Alla prossima!

 

Hanno letto questo post [ 116 ]