Bourgogne Vézelay La Voluptueuse 2016 – Domaine La Croix Montjoie

 Registriamo con piacere un nuovo debutto sul sito AIS Sardegna: Giovanni Murgia, appartenente alla Delegazione di Sassari, ci racconta la degustazione di uno Chardonnay di Borgogna arricchita da suggestioni gastronomiche e musicali. Buona lettura. (G.D.)

SULLE NOTE DI FRANCIA

Siamo in Francia, in terra di Borgogna, casa dei grandi Pinot Noir d’oltralpe ma luogo nel quale una delle uve internazionali più famose e coltivate ha trovato da sempre terreni fertili e produttivi sui quali crescere e dare il suo meglio. Parliamo dello chardonnay, il grande bianco di Francia, un vitigno che sa adattarsi in maniera perfetta a diverse situazioni pedoclimatiche e morfologiche creando sempre grandi vini in tutto il mondo: dalla Francia alla Nuova Zelanda, dalla California al Cile.

Quest’uva ha una storia affascinante anche se non del tutto definita. La teoria più comunemente conosciuta trae origine dalla Borgogna, più precisamente nell’omonimo paese del Mâconnaise, dove venne impiantato dai monaci, e a partire da quel momento, siamo verso la fine del XIX secolo, si è diffuso in tutto il mondo.
Secondo un’altra teoria l’origine di questo vino andrebbe ricercata sulle colline di Gerusalemme; infatti questo vitigno cresce benissimo in terreni argillosi (come quelli che si trovano a Gerusalemme) e la parola chardonnay ha origini ebraiche. I primi Crociati, al loro ritorno dal Medio Oriente, riportavano anche del vino il cui nome originale era “Porte de Dieu” perché era la traduzione del nome ebraico “Shahar Adonay”, che significa appunto “la porta di Dio”. Le vigne erano tutte intorno a Gerusalemme, città santa, le cui porte conducevano tutte al Tempio di Dio. (fonte: wikipedia)
Il suo utilizzo va dai vini fermi, affinati in acciaio o in botte, sino alla spumantistica, essendo l’uva principe degli Champagne francesi, del nostro Franciacorta e di tanti altri vini spumantizzati.

NOTE TERRITORIALI

Il Domaine La Croix Montjoie si trova nel dipartimento dello Yonne, tra i paesi di Vézelay, che da il nome alla AOC territoriale, e Tharoiseau, a sud di Auxerre e della più rinomata zona di Chablis dalla quale provengono, insieme a quelli della Côte de Beaune (Corton Charlemagne, Montrachet e Meursault), gli Chardonnay più famosi di Francia.
Qui, nel comune di Tharoiseau, nel 2009, i coniugi Sophie e Matthieu Woillez, entrambi agronomi ed enologi, decidono di impiantare 10 ettari di vigne su terreni argillo-calcarei esposti a sud-sud est, caratterizati dalla presenza di diverse forme fossili, risalenti al periodo Kimmeridgiano.
Coltivano chardonnay ad eccezione di una piccolissima parcella di 0,17 ha impiantata nel 2010 a pinot noir, dalla quale nascono due vini rossi AOC Vézelay.
La cantina è stata realizzata nella ex fattoria dell’antico castello di Tharoiseau, con una splendida vista della basilica e delle pendici del Morvan. Dalle vigne piantate a chardonnay vengono prodotte tre cuvée in purezza e un Cremant de Bourgogne, frutto di una selezione delle uve di tutte le parcelle in base all’età delle vigne e al grado di maturazione dei grappoli.
l vini sentono la vicinanza di Chablis, con cui condividono la medesima matrice geologica. Tuttavia, pur ricordando i vini di Chablis quanto a freschezza, tensione e mineralità, si caratterizzano per una maggiore “solarità”, dovuta alle caratteristiche della zona, più aperta e meno esposta ai venti freddi.

LE NOTE DI DEGUSTAZIONE

La cuvée che ho degustato è uno dei tre Chardonnay in purezza della casa, realizzato interamente con uve di proprietà ed elevato in botti di rovere nuove (per il 25% della massa) e vecchie (per il 50%). La restante parte affina in acciaio per poi essere unita al resto delle masse.
L’annata degustata è la 2016 ed è classificata come Appellation Régionale. Dall’annata 2017 questo vino si fregia della denominazione AOC Vézelay.

 

Nel bicchiere la veste cromatica è luminosa e decisa, di un giallo paglierino intenso con evidenti sfumature dorate. La presenza nel bicchiere è morbida e sinuosa, con una consistenza decisa che fa presagire un vino di buona struttura. Siamo di fronte ad un vino non troppo alcolico (12,5%), elevato in botti di rovere delle quali  conserva tracce a partire dalla sua veste cromatica per proseguire poi al naso e, soprattutto, al palato.

Ad una prima olfazione il quadro aromatico si preannuncia intenso, ricco, elegante e fine.
L’esordio è tipicamente boisé e si esprime su note dolci di vaniglia, burro, nocciola e brioche che si intrecciano alle note di frutta matura (mela golden, pesca gialla e banana) e fiori bianchi, il tutto sostenuto da una leggera trama citrina di pompelmo rosa.
A seguire salvia e fieno per finire su echi minerali di gesso. Un vino dal naso appagante e via via sempre più intrigante.
L’ingresso in bocca è avvolgente, pieno e rotondo, appagante e sottile, forse un po’ troppo dominato dal passaggio in legno. Ma è solo l’inizio.
Subito entra in scena il carattere minerale di questo vino che sferza il palato e riequilibra il sorso verso note sapide e acide decise e corroboranti. Le sensazioni si fanno via via più fini ed eleganti con ritorni di frutta, vaniglia tostata e pasticceria ai quali fanno eco leggere note amaricanti di carattere erbaceo ed un sottile rivolo agrumato e sapido.
Il sorso è decisamente avvolgente e di sostanza, manca della sapidità sferzante dei cugini di Chablis (coi quali condivide, dicevamo, una certa matrice geologica) ma questo Chardonnay ha dalla sua una pienezza e una dinamicità abbastanza decisa che danno ritmo alla bevuta e piacevolezza al palato.
Raggiunge un buon equilibrio e una buona struttura con una correlazione naso-bocca che lo rendono un vino armonioso e centrato.
Un vino da bere adesso, a circa 10°/12°C (io l’ho degustato leggermente più caldo a 14°C.), ma che può giovare ancora di uno, massimo due anni in bottiglia, visto che il produttore stima in sette anni dall’imbottigliamento l’orizzonte di vita per questo prodotto.

LE NOTE DI GUSTO

Un vino eclettico che unisce un naso intenso e variegato ad un palato ricco ma allo stesso tempo sferzante e deciso, e che fa bella figura accanto a diversi piatti, dai pesci importanti alle carni bianche, dai crostacei a piatti conditi con salse a burro.
Io l’ho provato con un trancio di tonno alla griglia accompagnato da una crema di olive, arachidi, capperi e burro.

LE NOTE MUSICALI

Ma rimanendo in tema di note, in un percorso degustativo che sollecita quattro dei cinque sensi,  l’unico modo per coinvolgere quello mancante (l’udito) è accompagnare l’assaggio del vino con un brano musicale.
Rimanendo in ambito di influenza francofona, nella scia delle origine medio-orientali di quest’uva, e cercando di abbinare le caratteristiche di versatilità, pienezza ed eleganza di questo vino con quelle di un genere musicale o di un artista, mi viene in mente Didi, la celebre canzone dell’artista algerino Khaled

https://www.youtube.com/watch?v=zZJx27Qe6gY

Ritmata ma caratterizzata da un trama musicale elegante e molto profonda, che esordisce in maniera gentile e delicatamente ritmica, di chiaro stampo orientaleggiante, per poi prendere corpo e sostanza con il passare dei minuti grazie alla voce da müezzin di Khaled e all’incalzante tappeto ritmico basso-batteria dalla chiara matrice etnica, abilmente sferzato dal riff acido del sassofono nel mezzo e sul finale del brano. Un po’ come questo Chardonnay in degustazione che esordisce con un naso ritmico e un sorso pieno e rotondo per poi regalare piacevoli acuti sapidi e fruttati.

Buon ascolto e buona degustazione.

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