Ritorno in Valpolicella

Tempo fa vidi un bellissimo film a tema “enoico” intitolato Ritorno in Borgogna, una pellicola francese ambientata tra le vigne della Côte d’Or (https://www.youtube.com/watch?v=Bq5xtzcoYmk) .
La storia di un figliol prodigo che, a seguito della morte del padre, decide di tornare laddove ci sono le sue radici per prendere in mano insieme ai due fratelli le vigne e l’azienda vinicola lasciategli in eredità.
Voi direte “ma che c’entra questo con la Valpolicella?”


L’insegnamento che io ho tratto da questo film riguarda il fatto che ci sono dei luoghi che, per nascita o appartenenza, rimangono scolpiti nella memoria e nella storia di ognuno di noi e in qualche modo esercitano un richiamo atavico che spinge a tornarci, anche a distanza di anni.
Per me la Valpolicella è uno di questi luoghi.
Qui c’è stato un pezzo importante della mio percorso che in qualche modo mi ha fatto crescere e mi ha insegnato diverse cose su come affrontare la vita e le sue difficoltà.
Quindi, a distanza di 7 anni, ritornare qui ha per me un sapore del tutto speciale anche alla luce del fatto che, rispetto alla volta precedente, il motivo per il quale sono di nuovo a spasso tra le vigne e le strade di questo distretto vinicolo ha a che fare con il vino.
O meglio, non solo con il vino – altrimenti chi la sente mia moglie!

ALLA SCOPERTA DELL’AMARONE
Ogni viaggio è una scoperta e diciamo che questa piccola vacanza nella valle delle tante cantine ha avuto ovviamente anche un risvolto enoico, oltre che fotografico e vacanziero in senso stretto, per scoprire le bellezze di queste terre.
Venire in Valpolicella significa respirare vino ad ogni passo, tra vigneti a perdita d’occhio, osterie e wine shop che si susseguono ininterrotti tra le strade che attraversano queste vallate: dalle colline sopra Negrar fino a Marano, dalla piana di San Pietro in Cariano fino a Fumane.
Siamo nel pieno della Valpolicella Classica, sottozona della DOC omonima e patria di uno dei vini rossi italiani più conosciuti ed amati nel mondo: l’Amarone della Valpolicella Classico DOCG.
La storia della sua “nascita” è controversa quanto affascinante e narra di un errore che diventerà poi la sua fortuna. Infatti la leggenda vuole che una botte destinata all’affinamento del Recioto (vino dolce ottenuto dalle stesse uve dell’Amarone – di base corvina, corvinone e rondinella) venisse “dimenticata” facendo sì che la fermentazione consumasse tutti gli zuccheri residui trasformando questo vino in un “Recioto amaro”. Da qui il nome Amarone.
Con il tempo questo vino rosso, corposo e strutturato, diventa l’ambasciatore enoico di queste terre annoverando diversi esemplari di alto livello che lo hanno portato ad essere uno dei vini più costosi del nostro panorama vinicolo.

Ma torniamo all’obiettivo del mio viaggio: rimanere sobrio.
Scherzi a parte, volevo andare alla scoperta di quelle piccole realtà produttive che mantengono ancora intatto il legame con il territorio e con la tradizione. Aziende perlopiù a carattere familiare che valorizzano i vitigni autoctoni e preservano il territorio adottando tecniche colturali rispettose della natura, dell’ambiente e dell’uomo.
È così che mi imbatto in una piccola realtà appena fuori l’abitato di Negrar, nucleo storico della produzione vinicola della valle e sede dell’omonima cantina sociale dove, si dice, nacque l’Amarone.
L’azienda si chiama Fratelli Vogadori e dal nome emerge subito la chiara impronta familiare di questa cantina. Come tutte le cantine del luogo è aperta e disponibile ad accogliere turisti e wine lovers per fare conoscere loro i propri vini.


Ad accogliermi trovo Alberto, uno dei fratelli, che molto gentilmente mi invita a degustare i suoi vini. Tra una chiacchiera e l’altra mi racconta che l’azienda nasce ai tempi del nonno e che la nuova generazione ha voluto portare avanti la sua idea, modernizzando processi e metodi di coltivazione ma mantenendo intatte le tradizioni enologiche di famiglia, che rispecchiano questo territorio.
L’azienda produce circa 70/80.000 bottiglie l’anno, votando la produzione alla valorizzazione dei vitigni autoctoni e improntando l’allevamento della vite alla massima naturalità e rispetto.
I metodi sono quelli del biologico, anche se i vini non hanno la certificazione, e il sistema di allevamento è la classica pergola veronese.
I vigneti si trovano intorno alla cantina e sono balzati agli onori della cronaca qualche mese fa per via del ritrovamento di una villa romana proprio sotto di essi, al confine con un’altra proprietà.
Un altro piccolo appezzamento di vigneto si trova in località Forlago, a 650 metri s.l.m., verso nord, sulle colline prospicienti la vallata. Qui, in circa un ettaro di vigneto, vengono allevate le classiche varietà locali come la corvina, il corvinone e la rondinella insieme a uve poco conosciute ma altrettanto importanti come l’ oseleta, la negrara (o negrar) e il pelada.
Vigne situate sul versante della collina esposte a sud, con basse rese, dalle quali viene prodotto il vino di punta dell’azienda: l’Amarone Forlago. Ed è di questo vino che vi parlerò nel dettaglio in questo articolo.

LA DEGUSTAZIONE
A dire il vero la degustazione in cantina inizia con una versione in purezza dell’IGT Corvina. Un vino che si presenta con un naso intenso e dominato dai sentori di ciliegia, bella carnosa e croccante, per finire con una beva asciutta e pulita, molto diretta e piacevole.
A seguire il Valpolicella Ripasso Classico Superiore DOC che, con le sue note di ciliegia matura, lampone e una pregevole speziatura inizia a preparare il palato per il fratello maggiore.
O meglio, per uno dei due fratelli maggiori. Infatti prima dell’assaggio del Forlago, Emanuele ci tiene a farmi assaggiare anche un bicchiere del suo Amarone Classico, annata 2015.
La differenza, oltre che per una sosta minore in legno (24 mesi) e in bottiglia (12 mesi) rispetto al Forlago, sta nel fatto che le uve provengono dai vigneti della zona più a valle.
Questo Amarone è un po’ il preludio del suo fratellone e come lui esprime subito le note terziarie di cioccolato, tabacco e liquirizia molto eleganti e intense, supportate da sentori di frutta rossa in confettura (ciliegie, lamponi) che introducono un sorso pieno e avvolgente, morbido e persistente, dominato anche qui dalle note di cioccolato e cacao in polvere.

AMARONE FORLAGO 2013
Ma eccoci a quello che può essere considerato il fiore all’occhiello dell’azienda (che produce tra gli altri anche un ottimo Recioto, tre Garganega – fermo, spumante e passito – oltre ad un ottimo olio e alle immancabili grappe: stiamo parlando dell’Amarone della Valpolicella Classico DOCG Forlago, annata 2013.
Il nome deriva dalla zona nella quale è situato il vigneto, Forlago appunto, che si trova a circa 2 chilometri dalla cantina, verso la località di Dosso, a nord di Negrar. Il vigneto di circa un ettaro è situato sul versante sud della collina, a 650 metri s.l.m., e condotto con metodi di coltivazione a basso impatto. Qui oltre alle classiche uve utilizzate per l’Amarone si trovano anche alcune varietà autoctone poco diffuse che l’azienda cerca di conservare come la negrara (o negrar) e l’oseleta.
La raccolta è manuale, in piccole cassette, facendo molta attenzione alla selezione dei grappoli e alla loro integrità. Il Forlago è prodotto solo nelle migliori annate, caratterizzate da un’estate calda ed asciutta. I grappoli devono essere spargoli. Le uve raccolte a settembre vengono lasciate in appassimento all’interno delle casettine, nei cosiddetti fruttai, fino agli inizi di febbraio.
Il processo di vinificazione prevede la fermentazione in acciaio con lieviti naturali e con rimontaggi successivi (almeno 3 volte al giorno) per poi proseguire con l’affinamento in barrique di rovere francese di primo e secondo passaggio, per un periodo di 36 mesi.


In seguito prosegue l’affinamento in bottiglia per altri 18 mesi prima di essere immesso sul mercato.
Quello che ne vien fuori è un vino importante, un vino da meditazione che ti avvolge e ti intrappola in un caleidoscopio di sensazioni che si rinnovano ad ogni sorso.
Ad iniziare dal manto cromatico di questo vino che gioca su decise tonalità granato vivo, ancora luminoso. Nel bicchiere il suo aspetto è consistente e impenetrabile con lievi riflessi ramati che rivelano il segno del tempo.
L’impatto olfattivo è di grande sostanza e finezza, ed è dominato dalle note del cioccolato fondente, della vaniglia e del tabacco da pipa accompagnati da una leggera speziatura di pepe nero. A seguire arriva il frutto, maturo e carnoso, che sa di marasca e di lampone in confettura e che disegna una trama olfattiva di grande pienezza e intensità. Nelle olfazioni successive emergono piacevoli note di fico secco, sapa di vino e radice di liquirizia. Lievi sentori di cuoio e china chiudono il complesso bouquet di questo vino.
Al palato il sorso esordisce caldo e pieno, avvolgente e deciso, con un tannino fitto ma finemente cesellato e avvolgente. La nota alcolica è presente (15% vol) ma ben integrata e sorretta dalla freschezza di questo vino che non tradisce il passare del tempo (ne avrò conferma più avanti degustando l’annata 2004). Il finale è molto lungo e persistente, tra richiami di cioccolato e note di radice di liquirizia. Vino di grande corpo e sostanza con buoni margini di invecchiamento.
L’immagine finale evidenzia eleganza ed armonia, con un bilanciamento dell’equilibrio ormai quasi raggiunto.

Come dicevo, un vino da meditazione ma che si rivela adatto anche ad accompagnare carni brasate con salse generose (magari all’Amarone), arrosti e cacciagione.
Da provare anche con dei primi con ragù di cinghiale all’Amarone o, se volete osare, provatelo anche a fine cena accanto ad un tortino al cioccolato con cuore caldo al fondente.
Se poi amate anche i buoni sigari, niente di meglio di questo vino da sorseggiare tra una boccata e l’altra.

Qui si conclude la parte enoica del mio ritorno in Valpolicella ma porto con me negli occhi ancora questi luoghi e questi colori, il gusto dell’Amarone e la voglia di ritornare presto, prima dei 7 anni precedenti.

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