Congresso AIS Roma 2012 – Altre Degustazioni

Sullo sfondo del panorama mozzafiato visibile dalla terrazza Monte Mario, la sera del 1 ottobre c’è stata la verticale del Vintage Tunina di Jermann. Luciano Mallozzi e Giovanni Lai hanno guidato con mano sicura il percorso attraverso 22 annate di questo fuoriclasse dell’enologia friulana, anzi italiana. Un mirabile vino bianco, prodotto in uvaggio con Sauvignon, Chardonnay, Ribolla gialla, Malvasia Istriana e Picolit, che fin dal suo apparire sulla scena (nel 1976, quando venne definito da Luigi Veronelli “Il Mennea dei vini italiani”) divenne un punto di riferimento tra i vini italiani, mantenendo sempre, di annata in annata, un costante livello di eccellenza. Il Vintage Tunina viene vinificato quasi esclusivamente in acciaio, solo per la componente di Chardonnay in certe annate viene utilizzato il legno. Purtroppo alcune bottiglie hanno presentato il problema del tappo difettoso, ma, nel complesso, questi piccoli intoppi non hanno penalizzato più di tanto il percorso degustativo che ha entusiasmato gli appassionati presenti in sala. La prima annata presa in esame è stata quella del 1983, che alla fine si è rivelata una delle migliori insieme al 1995, 1998, 2001 e 2006. Nel complesso, tutti i campioni hanno mostrato, dal punto di vista visivo, tonalità tra il quasi dorato delle annate più recenti e il dorato pieno, quasi oro antico per quelle più lontane. Dal punto di vista olfattivo, fino al ’99 è emerso un affiatato binomio vegetalità-mineralità, con una netta prevalenza della seconda nelle annate successive al 2000. Una mineralità talvolta sferzante che in alcune annate ha ricordato alcuni sentori tipici della Borgogna, in altre profumi quasi salmastri maggiormente assimilabili all’Alsazia. Nelle ultime annate si è percepita una maggiore aromaticità, probabilmente in seguito all’aumento della percentuale di Malvasia Istriana utilizzata. Nell’esame gustativo è emerso soprattutto il grande equilibrio che ha contraddistinto quasi tutte le annate, con morbidezza e alcol ben bilanciati da freschezza e sapidità, anche nei millesimi più lontani nel tempo. In alcune annate si è percepita anche una leggera nota fumè, in altre quasi un leggero tannino, in altre ancora una nota ossidativa che ha ricordato alcuni vini prodotti con metodo soleras. Sempre ammirevole la persistenza. E così ha avuto termine il piacevole percorso in compagnia di questo fuoriclasse friulano, degna conclusione della prima giornata del Congresso. Alle ore 12:30 del 2 ottobre, Daniela Scrobogna ha guidato la degustazione dedicata a Grandi formaggi e Grandi Vini. Dopo una rapida ma efficace presentazione dell’universo-formaggio, si è passati alla degustazione dei prodotti, con l’avvertenza da parte della relatrice che l’ordine degli abbinamenti aveva sì un filo conduttore programmato in anticipo, ma che sarebbero stati auspicabili salti, inversioni ed esperimenti vari. La scelta dei vini è ricaduta su Franciacorta Satèn “Soul” Contadi Castaldi, Barbera d’Asti Matteo Correggia, Rosso di Montalcino Poggio di Sotto, Montepulciano d’Abruzzo “Marina Cvetic” Masciarelli, Nero d’Avola “S. Antonio” Morgante, Passito di Pantelleria “Ben Ryè” Donnafugata ed Eiswein Kracher. Il primo formaggio degustato è stato lo Strac di Bufala, prodotto nel Bergamasco, inizialmente in abbinamento con il Satèn, anche se poi si è rivelato più centrato l’abbinamento con la Barbera. A dimostrazione, come ha fatto giustamente notare Daniela Scrobogna, di quanto sia difficile abbinare i formaggi con i vini bianchi (sia fermi che spumanti), dovendosi limitare, in questi casi, ai formaggi molto freschi (Robiola, Stracchino, Squacquerone), eventualmente anche a pasta filata (Burrata, Mozzarella di bufala etc.). Si è passati poi allo Scimudin, formaggio vaccino/caprino prodotto in Valtellina, abbinato alla Barbera. Il terzo formaggio è stato il Morlacco, vaccino prodotto nell’area del Massiccio del Grappa, abbinato al Rosso di Montalcino, uno degli accostamenti più riusciti. Siamo poi passati al Cacio Fiore laziale, un formaggio di origine antichissima prodotto utilizzando un caglio vegetale, un estratto di cardo in macerazione. L’abbinamento con il Montepulciano è stato un po’ penalizzato dall’invadenza alcolica del vino, più centrato l’accostamento al Rosso di Montalcino. Il Provolone del Monaco, formaggio vaccino a pasta filata, prodotto con caglio di capretto e stagionato fino a 18 mesi di cui 8 in grotta, è stato degustato in abbinamento al Nero d’Avola e la bella morbidezza del S. Antonio ha ben sposato i sapori forti e pungenti di questo ottimo formaggio campano. Infine si è passati ai due formaggi abbinati ai vini “dolci”. Il primo, prodotto con latte di capra di razza girgentana, utilizzando caglio vegetale (fico), e ricoperto di foglie di fico, ben si è sposato con l’eccellete Ben Ryè, un fuoriclasse tra i vini passiti, costituendo forse l’abbinamento migliore della giornata. Dulcis in fundo, il formaggio che ha suscitato i maggiori apprezzamenti tra i partecipanti, l’Ovinsard dei Fratelli Fadda, un Erborinato, anzi un Blu come ha preferito chiamarlo Daniela Scrobogna, prodotto in Sardegna, a Thiesi, utilizzando latte intero di pecora. I commenti uditi in sala sono stati tutti entusiastici, e qui ci sia consentito un pizzico di orgoglio isolano, soprattutto per i colleghi presenti, Lorenzo Serra e Tore Russu, thiesini DOP. L’abbinamento con l’Eiswein è stato molto apprezzato così come quello con il Ben Ryè. In conclusione, il viaggio nel mondo di vini & Formaggi è stato davvero interessante e piacevole e anche la collocazione oraria (più o meno l’ora di pranzo) ha fatto sì che il gradimento sia stato unanime. A fine giornata, maratona langarola. Daniele Maestri ci ha magistralmente guidato nella degustazione di ben 30 etichette di Barolo, con l’imprescindibile contributo dell’affiatatissimo gruppo di servizio. Inizialmente abbiamo degustato alcune anteprime dell’annata 2008, tra le quali si sono maggiormente distinte “Brunate – Le Coste” di Rinaldi, “Pajana” di Clerico e “Sorano” di Ascheri. Tra i Barolo 2007 hanno lasciato un’ottima impressione il “Cascina Francia” di Giacomo Conterno, il “Falletto” di Giacosa, il “Bricco delle viole” di Vajra e il “Bussia Sovrana” di Oddero. In questi casi, trattandosi di Barolo “giovani”, si è fatta soprattutto una valutazione in prospettiva, sottolineando le potenzialità olfattive – quando l’evoluzione dei profumi farà sì che gli attuali sentori di humus e terra bagnata diventino in maniera più definita fungo, tartufo, etc. – e mettendo in evidenza le etichette che lasciavano prevedere un maggiore affinamento della trama tannica. Si è passati poi ai Barolo Riserva 2006 e, in questo caso, si sono distinti il “Cerequio” di Michele Chiarlo e il “Lazzarito” di Ettore Germano, entrambi caratterizzati da una piacevole eleganza e, forse, leggermente penalizzati dai tannini ancora un po’ troppo “agguerriti”. Di assoluto rilievo il “Ginestra” Riserva 2005 di Paolo Conterno, colore brillante, profumi profondi di frutto maturo, tannino forte e lunga persistenza. Nel finale, risalendo sempre più indietro con i millesimi, abbiamo degustato l’ottimo “Bussia” Riserva 2004 di Barale e l’eccellente “Monprivato Ca’ di Morissio” Riserva 2003 di Giuseppe Mascarello, sicuramente il migliore della serata, con i suoi eccezionali profumi del tutto personali e sui generis, la spiccata acidità e l’eleganza assoluta. Così siamo giunti al termine di una giornata (anzi una due-giorni), forse un po’ faticosa ma sicuramente piacevole ed esaltante. Sommelier Giorgio Demuru Delegazione AIS Sassar

Congresso Nazionale AIS Incontro con Josko Gravner Roma, 1 Ottobre 2012

“Il vino lo devo fare per me!” Inizia così l’incontro con quell’autentico gigante della vitivinicoltura italiana che risponde al nome di Josko Gravner. Efficacemente stimolato dai relatori Daniele Maestri e Franco Siciliano, Josko ha dispensato tante perle di saggezza che ben descrivono la sua figura di contadino che riesce a conciliare al meglio rigore e semplicità, rispetto della terra e qualità del prodotto. “Non mi interessa venire incontro al gusto delle masse. Inizialmente, in contrapposizione a mio padre, facevo vini convenzionali, in acciaio inox, anche perché negli anni ’70 il legno, in Friuli, era diventato tabù. Quando mi sono accorto di essere in errore, purtroppo mio padre era già morto e allora ho deciso di fare il vino cercando di capire la storia. Nell’87 ho fatto un viaggio in California e ho capito cosa non si deve fare, cioè creare bevande facili per rubare clienti alla Coca-Cola. E allora, siccome per trovare l’acqua pura non bisogna andare alla foce ma alla fonte, decisi di cercare i luoghi dove il vino è nato, cioè Anatolia, Mesopotamia e Caucaso. E lì si usavano le anfore, un recipiente che consente di non perdere il contatto con la terra”. Parla spedito Josko, con suoi modi educati e decisi, mostrandosi come un uomo scolpito nella roccia del suo Collio. Solo un piccolo attimo di cedimento, quando ha nominato il figlio Miha, volato via in un incidente nel 2009, un dolore sempre vivo e sempre presente, perché così deve essere. Il calore dell’uditorio partecipe fa superare l’empasse, si può andare avanti. “La prima anfora arrivò nel ’96 e venne utilizzata per la vendemmia del ’97. Così iniziai a vinificare nelle anfore, rendendomi conto di come, al loro interno, la fermentazione fosse commovente e spontanea. La fermentazione, senza utilizzo di lieviti selezionati e senza controllo di temperatura, dura 5-6 mesi, a volte 7 e la torchiatura viene effettuata tenendo anche conto delle fasi lunari”. Davvero non ci stancherebbe mai di ascoltare le parole di Josko, il loro magico intreccio di vita e vite. “Il vino prosegue l’affinamento per 6 anni in botte grande e viene messo in commercio 7 anni dopo la vendemmia. 7 anni è un numero magico perché in questo arco di tempo avviene la sostituzione di tutte le cellule del corpo umano”. Nel frattempo i bravissimi sommelier del gruppo di servizio hanno terminato di versare nei nostri bicchieri i Breg 1998 e 2005 e le Ribolla 2000, 2001, 2002, 2003, 2004 e 2005. Davanti ai nostri occhi si sviluppa una sinfonia cromatica che va dall’oro antico al ramato fino all’ambra. A prima vista sembrerebbe una degustazione di Marsala. Passando all’esame olfattivo è tutto un susseguirsi di ricordi autunnali (giustamente, Daniele Maestri, a proposito del Breg 2005 ha parlato di “Sinfonia d’autunno”), terracotta, foglie macerate, buccia di castagna, ruggine, sorbe, giuggiole, miele. Non manca l’essenza minerale e il tocco iodato. Nel caso della Ribolla 2000, è venuto spontaneo un paragone con alcuni grandi Trebbiano d’Abruzzo, come quello di Valentini e con le birre a fermentazione naturale come le Gueuze. Al palato emergono la forte acidità e la decisa sapidità, portata dai venti dell’Adriatico e dalla mineralità del suolo. E si fa delicatamente notare anche un leggero tannino. Analizzando i diversi campioni sono emerse alcune variazioni sul tema, alcune annate nelle quali si è avvertita la presenza della botrite, ma nel complesso il dato che emerge con maggiore nitidezza è che ci si trova di fronte a una serie di vini che più personali non si può, capaci di rispecchiare al meglio un grande uomo di vigna come Josko. Un uomo che Daniele Maestri, acutamente, ha paragonato a Michelangelo (quando diceva “La scultura è già nel blocco di marmo, io devo solo farla venire fuori”) e a John Cage (la musica è fatta di note e silenzi), arrivando alla conclusione che, con i suoi vini, Josko è riuscito a quintessenziare il territorio del Collio.

Brasserie Cantillon; una visita che vale un viaggio

Sommelier Antonio Furesi Associazione Italiana Sommeliers – Sezione Territoriale della Sardegna Delegazione Provincia di Sassari Il Birrificio Cantillon tramanda da quasi un secoloun’antica tradizione della cultura birraria nellaproduzione del Lambic, tipico prodotto brassicolodel territorio di Bruxelles. Chi ha il piacere di visitarequesto affascinante birrificio, può ammiraretecniche e attrezzature birrarie che si tramandanodal 1900 e degustare prodotti unici nel loro genere ………..

Inaugurazione della nuova Sala di degustazione presso la cantina Sella & Mosca

All’interno delle tenute della cantina Sella & Mosca, nel pomeriggio di mercoledì 14 novembre c’è stata l’inaugurazione della nuova ed avveniristica Sala di degustazione, un locale dotato di tutti i comfort per consentire agli addetti ai lavori (e non solo) la degustazione dei vini nelle condizioni migliori. Comode postazioni, perfetta illuminazione, possibilità di utilizzo di strumenti tecnologici, il tutto racchiuso in una cornice capace di fondere al meglio istanze innovative e rispetto della tradizione, come nel caso della parte del soffitto strutturata come l’interno di una vera e propria botte, doghe comprese. I responsabili tecnici ed amministrativi dell’azienda hanno chiamato a raccolta un gruppo di sommelier della Delegazione di Sassari, capeggiati dal Delegato Roberto Dessanti, nonché il giornalista della Nuova Sardegna Pasquale Porcu, esperto di Eno-gastronomia. Per l’occasione l’azienda ha deciso di presentare in anteprima l’annata 2007 del Marchese di Villamarina, in procinto di essere messa in commercio, che, nel frattempo, ha già raccolto i maggiori riconoscimenti delle più importanti guide enologiche nazionali, come del resto avviene praticamente tutti gli anni. Accanto al fuoriclasse aziendale, la Sella & Mosca ha proposto in degustazione anche il Cannonau Riserva Dimonios 2008 e il Tanca Farrà 2008, quasi a comporre un percorso che dal monovitigno Cannonau conduce, attraverso l’uvaggio Cannonau-Cabernet del tanca Farrà, al monovitigno Cabernet del Marchese. Il dibattito che ha fatto seguito alle degustazioni individuali ha offerto spunti molto interessanti. Innanzitutto il fatto che, pur accostate ad un fuoriclasse come il Marchese, le altre due etichette non hanno per niente sfigurato e poi la perfetta pulizia olfattiva, caratteristica comune di tutti i vini degustati, ennesima conferma dell’estrema cura e attenzione profuse nel lavoro in cantina. Del Cannonau Dimonios si è apprezzato l’aspetto della bevibilità e comunque il tratto identificativo della personalità nell’offrire una declinazione del vitigno diversa, per forza di cose, da quelle di altre aree geografiche, ma non per questo meno apprezzabile. L’unico ostacolo a una completa espressione equilibrata del vino è il leggero sbilanciamento verso le componenti morbide, soprattutto l’alcol e la speziatura dolce del legno, percettibile nonostante si tratti di botti grandi. Il Tanca Farrà anche nel millesimo 2008 ha proposto quelli che sono i suoi abituali punti di forza, declinando in una chiave meno impegnativa le caratteristiche olfattive e gustative del più celebre Marchese. Come hanno sottolineato i tecnici dell’Azienda, l’accostamento al Cannonau di un vitigno internazionale – in questo caso Cabernet Sauvignon – composta spesso il rischio che quest’ultimo prevalga sull’autoctono. Nel caso del Tanca Farrà 2008 l’evidente impatto del Cabernet (soprattutto nelle componenti erbacee e balsamiche) ben si è amalgamato con la freschezza e il fruttato del Cannonau, garantendo anche una buona persistenza. Gran parte dei sentori del Tanca Farrà li abbiamo poi ritrovati nel Marchese di Villamarina, inseriti in un contesto più ampio e avvolgente, caratterizzato – via via che la degustazione andava avanti – da un susseguirsi di diverse sfaccettature, accomunate dall’estrema eleganza e dalla lunghissima persistenza. Già da ora il millesimo 2007 si candida ad essere uno dei più significativi nell’Albo d’oro di questa autentica eccellenza enologica isolana. L’inevitabile “gioventù” degli ultimi due vini degustati ha portato ad alcune interessanti considerazioni sulle disdicevoli tendenze degustative più in voga, che privilegiano unicamente i vini appena imbottigliati, causando una serie di conseguenza negative: in primis l’apprezzamento generalizzato per i prodotti di pronta beva, senza prestare attenzione alla qualità. Poi il fatto che, in questo modo, ci si priva della possibilità di apprezzare sfumature e connotazioni meno immediate che richiedono, ovviamente, un approccio alla degustazione più attento e concentrato. Al termine dell’incontro c’è stata una degustazione di prodotti locali con, a sorpresa, l’assaggio della nuova annata del Nasco passito Monteluce, ricomparso dopo qualche anno di oblio. Al momento dei saluti i responsabili dell’azienda hanno manifestato l’intenzione di calendarizzare a scadenze più o meno regolari altri incontri analoghi. Certamente una buona notizia, un’imperdibile occasione di collaborazione e arricchimento reciproco. Sommelier Giorgio Demuru Delegazione AIS Sassari

Formaggi e vini piemontesi Sassari – 01.02.2013

Grande successo per la serata “Formaggi e vini piemontesi” organizzata dalla Delegazione AIS di Sassari. Addirittura non è stato possibile accogliere tutte le richieste di partecipazione, avendo esaurito in breve tempo il numero massimo dei posti disponibili. A condurre l’incontro, un relatore di altissimo profilo, il Prof. Marco Rissone, docente di Analisi Chimiche Enologiche presso l’Università di Torino, nonché Maestro Assaggiatore di formaggi ONAF, che ha messo a disposizione della platea le sue vastissime conoscenze tecniche e territoriali, filtrate da una rara sensibilità e dai modi garbati da gentiluomo sabaudo. Ai nastri di partenza 6 formaggi (Robiola di Roccaverano, Raschera di caseificio e Raschera d’alpeggio, Toma piemontese, Stravej e Castelmagno) e 4 vini (Roero Arneis 2011 Correggia, Dolcetto d’Alba “Colombè” 2011 Renato Ratti, Barbera d’Alba Tre vigne 2009 Vietti e Langhe nebbiolo “Fralù” 2010 Bruno Rocca). Dopo una veloce introduzione sulla caseificazione nelle diverse epoche storiche, si e passati all’esame dettagliato dei prodotti in degustazione. Per iniziare, la Robiola di Roccaverano, formaggio fresco prodotto tra le province di Asti e Alessandria con l’utilizzo di latte crudo intero caprino, ovino o vaccino, con almeno il 50% di latte di capra. Il campione in degustazione, 100% latte di capra e affinamento di circa 10 giorni, ha colpito per l’impatto deciso e per la spiccata complessità aromatica dovuta al seppur breve affinamento. Molto riuscito l’abbinamento col Roero Arneis, un vino elegante e delicato, prodotto con un vitigno – l’Arneis, appunto – molto particolare, caratterizzato dall’elevato grado zuccherino e dall’acidità squilibrata (molto acido tartarico e pochissimo acido malico), che ha trovato nei terreni sabbiosi del Roero il suo habitat ideale. L’Arneis 2011 di Correggia si è fatto apprezzare per il bel colore giallo paglierino intenso, i delicati sentori di biancospino e la buona trama acido-sapida. Lo stesso vino ha trovato un discreto connubio anche con il secondo formaggio, la Raschera di caseificio. La Raschera è un formaggio DOP prodotto nella provincia di Cuneo con l’utilizzo di latte crudo di vacche di razza piemontese (un latte molto grasso e dall’elevata qualità proteica). Il campione di Raschera degustato ha mostrato un’identità quasi neutra, una delicata connotazione dolce, una leggera burrosità e una salatura non invadente. Molto più deciso l’impatto della Raschera d’alpeggio, un’emozione sensoriale maggiore, una potenza aromatica che lascia il segno, con il retrogusto ammandorlato tipico dei formaggi a pasta cruda e pressata. Il vino inizialmente previsto per l’abbinamento, il Dolcetto di Ratti, si è rivelato come l’unica (parziale) delusione della serata, anche a causa della presenza di alcune bottiglie difettate. Il Dolcetto è un vitigno connotato dalla modesta acidità, dal buon grado zuccherino e dalla buccia molto tenera, caratteristiche che richiedono una vinificazione molto accurata. Purtroppo il campione in degustazione non ha reso giustizia a questo storico vitigno langarolo. Decisamente più soddisfacente l’abbinamento della Raschera d’alpeggio con la Barbera di Vietti. Anche la Barbera è un vitigno storico del Piemonte, caratterizzato dalla spiccata acidità, ben plasmata, nel campione in degustazione, dal caldo che ha caratterizzato l’annata 2009. La Barbera “Tre Vigne” si è fatta apprezzare inoltre per il suo bel colore rubino carico, i sentori di ciliegia e viola, i tannini rotondi e una lunga persistenza. L’abbinamento col formaggio successivo, la Toma piemontese, ha invece evidenziato una certa prevalenza delle componenti dure, con un’eccessiva esaltazione dell’amaro. Più adeguato l’accostamento al Dolcetto, sebbene in una versione poco riuscita come quella in degustazione. La Toma è stata definita dal relatore un “formaggio politico”, per evidenziare il fatto che, una volta individuate le singole specificità locali dei prodotti tipici e legati ai diversi territori, si sia voluto dare un riconoscimento ai produttori dell’intera regione, con una denominazione “trasversale” che porta in dote, inevitabilmente, un livello qualitativo altalenante. E anche il campione in degustazione non si è particolarmente distinto nell’esame organolettico. Deciso salto in avanti con lo Stravej, formaggio a pasta dura prodotto con latte parzialmente scremato di vacche di razza piemontese, idealmente assimilabile al Bra duro, ma, per scelta del produttore, al di fuori della DOP. Un prodotto realizzato con estrema cura, pressatura molto intensa, salatura per strofinamento superficiale, affinamento con olio di lino semi-essiccativo. L’esame organolettico ha evidenziato profumi intensi, sentori floreali, di frutta secca e legno, cristallizzazione granulosa, una presenza gustativa decisa, modulata sui toni del salato e del piccante ma nell’ambito di una mirabile armonia sensoriale. Di questi tempi siamo tempestati dai sondaggi; ebbene, il tam tam della platea ha conferito allo stravej il primato qualitativo della serata, parallelamente alla Barbera “Tre vigne”, con cui ha delineato un abbinamento molto riuscito. In conclusione, il Castelmagno, considerato la perla tra i formaggi piemontesi, anche per la tonalità madreperlacea della sua pasta, prodotto in un areale molto ristretto all’interno della provincia di Cuneo, con l’utilizzo di latte intero di vacche di razza piemontese. In fase di affinamento viene praticata una massiccia salatura che provoca, talvolta, alcune screpolature nella crosta che, consentendo il passaggio dell’aria, sviluppano – soprattutto nei prodotti sottoposti a più lunga stagionatura – delle particolari venature erborinate, differenti, per forza di cose, da quelle più tipiche dovute al penicillium roqueforti degli erborinati propriamente detti. Il campione esaminato ha evidenziato note piccanti crescenti, sensazioni animali, grande sapidità e granuli evidenti. Positivo l’accostamento al Nebbiolo “Fralù” di Bruno Rocca, azienda con sede a Barbaresco, collocazione territoriale perfettamente avvertibile nel bicchiere. Un vino dal tipico colore scarico, dovuto alla povertà di antociani del vitigno, sui toni del granato vivo. Profumi delicati, buona acidità, tannicità avvertita ma non invadente, gradevole retrogusto di liquirizia. Tutte le degustazioni sono state accompagnate da due eccellenti pani, una pasta dura cotta nel forno a legna e un pane nero di segale, e sono state agevolate dal puntuale contributo dell’efficiente gruppo di servizio. A fine serata la platea entusiasta è riuscita a strappare al Prof. Rissone la promessa di un futuro ulteriore approfondimento dell’enogastronomia piemontese, incentrato magari sui formaggi freschi e sui salumi. Un’occasione, sicuramente, da non lasciarsi sfuggire. Sommelier Giorgio Demuru Delegazione AIS Sassari

SASSARI Visita guidata presso l’Azienda Sella & Mosca

A conclusione di un corso di 1° livello più che soddisfacente sotto tutti i punti di vista, la Delegazione AIS di Sassari, capitanata dal Delegato Roberto Dessanti e da un nutrito gruppo di Sommelier, ha condotto i numerosi corsisti in visita all’Azienda Sella & Mosca. Si tratta della realtà vinicola più importante dell’Isola, con numeri rilevanti (7.500.000 bottiglie prodotte ogni anno) e un’attenzione costante al raggiungimento e al mantenimento di elevatissimi standard qualitativi. Più che meritato il riconoscimento a livello nazionale della Guida Gambero Rosso che ha conferito alla Sella & Mosca il titolo di “Cantina dell’anno 2013”. Al nostro arrivo, la cordiale accoglienza della Responsabile Pubbliche Relazioni Anna Cadeddu ci ha subito calato nella realtà di un’azienda nata agli inizi del ‘900 per merito di due biellesi, l’Ingegner Sella e l’Avvocato Mosca. Dopo aver descritto l’evolversi della struttura della tenuta nel corso dei decenni, Anna Cadeddu ci ha lasciato nelle sapienti mani di Giovanni Pinna, capo degli enologi dell’azienda, il quale ci ha guidato attraverso tutti gli ambienti nei quali si svolge il processo produttivo, facendoci vedere da vicino tutti i diversi strumenti dai quali prendono vita i vini dell’azienda, apprezzati in tutto il mondo. Diraspa-pigiatrici, vinificatori e serbatoi in acciaio inox, botti in legno di diverse dimensioni, dalle barriques ai grandi fusti che arrivano fino ai 200 hl. Macchinari all’avanguardia, tecnologie avanzate costantemente monitorate da un efficiente apparato informatico coesistono con i retaggi del passato, come le avveniristiche (per l’epoca) vasche in calcestruzzo datate 1903. A dimostrazione della vocazione pionieristica che ha sempre contraddistinto l’operato dell’azienda, capace di introdurre nel processo di vinificazione idee innovative che poi, nel corso degli anni, sono diventati dei veri e propri canoni. Il percorso è proseguito, poi, nel villino dei Marchesi di Villamarina, all’interno del quale si completa l’affinamento in bottiglia dell’omonimo e prezioso vino rosso a base Cabernet Sauvignon, da anni un’icona dell’enologia isolana e non solo. Abbiamo poi visitato la sala museale, nella quale, accanto a tutta una serie di interessanti reperti archeologici provenienti dalla vicina necropoli di Anghelu Ruju, sono presenti antichi strumenti agricoli e suggestive foto d’epoca. In conclusione, all’interno della nuova sala di degustazione (di cui abbiamo già parlato su queste pagine, precisamente qui) si è svolta la degustazione di due interessantissimi vini dell’azienda, accompagnati da una selezione di prodotti locali. In apertura, il Vermentino di Gallura Superiore DOCG “Monteoro” annata 2008, che si è rivelato una vera sorpresa. Non è facile trovare, in Sardegna, vini bianchi capaci di presentarsi, a cinque anni dalla vendemmia, in piena forma come questo Vermentino Monteoro. Colore giallo paglierino con evidenti riflessi dorati, al naso un sorprendente susseguirsi di note mielate, di fieno, di frutta secca e, inaspettatamente, addirittura idrocarburi. Al gusto un piacevole equilibrio nel quale una buona acidità, non preponderante, ha consentito di apprezzare al meglio la decisa sapidità. Successivamente siamo passati all’Isola dei nuraghi IGT “Medeus” 2010 nel quale due importanti vitigni autoctoni (Cannonau e Carignano) incontrano felicemente due tra i più apprezzati vitigni internazionali (Cabernet Sauvignon e Merlot). Un bel bicchiere color rubino carico e impenetrabile mette subito le carte in tavola. All’olfatto si susseguono note floreali (viola), fruttate (prugna) e speziate (pepe nero, chiodi di garofano). Al gusto un tannino importante ma non aggressivo, sostenuto da una buona acidità, bilancia la gradevole morbidezza e la sensazione pseudo-calorica dell’alcol. Nel finale, una lunga persistenza nella quale ritornano piacevolmente tutte le sensazioni percepite in precedenza. Due vini che, come ha giustamente fatto notare il Responsabile Commerciale Antonio Posadinu, sono emblematici della “filosofia” dell’azienda, che ha sempre perseguito la valorizzazione dei territori diversi da quello di appartenenza (in questo caso la Gallura) e dei vitigni autoctoni attraverso l’accostamento mirato a quelli internazionali. L’appuntamento, per tutti, è per il mese di ottobre, quando partirà il corso di 2° livello. Sommelier Giorgio Demuru Delegazione AIS Sassari