47 GIORNI

47 GIORNI

Le potenzialità espressive delle uve vermentino si ritrovano in un vino pensato come un bianco macerativo. L’invito ad un assaggio in cui il vitigno principe della Gallura sposta le nostre attese e ci sorprende con un profilo gustativo del tutto inedito.

Guido Costa

Un volto fiero dai lineamenti puri, che sembra appartenere a una comunità umana di qualche altrove. La giovane donna, con un copricapo niente affatto femminile, sposta la nostra capacità di collocare nello spazio-tempo quell’immagine. Qualcosa di straordinariamente esotico, ovvero che arriva da luoghi lontani, di stravagante, originale ricercatezza. Una bellezza nella sua androgina imperfezione. La foto è di Guido Costa, scattata ai primi del novecento a Desulo (Barbagia). Quel primo piano sfugge agli schemi e ci ammutolisce: nessuno spazio è lasciato alla leziosa e pittoresca riproduzione dei costumi tradizionali. Capita così con alcuni vini, che per citare Le Corbusier sono “oggetti a reazione poetica”, caratterizzati cioè da una forte carica espressiva che ci attrae terribilmente in un viaggio prima di tutto emotivo poi estetico, per la sua natura, come dire, irregolare. Il 47 giorni Isola dei Nuraghi Bianco IGT 2017, per esempio, non sta dentro l’idea di Vermentino che ho preso abitudine a riconoscere, con uve lavorate come non si è soliti fare, come non ci si aspetta.

Arto Lindsay

Il tempo, che in questo vino è riposto nel suo nome, è quello di una macerazione prolungata per quarantasette giorni sulle bucce. Le vinacce hanno accompagnato la sua metamorfosi in un processo che non è stato solo fermentativo, ma di decomposizione e dissoluzione di tutte le parti organiche nel dominio stabile delle durezze. Di quella giovane donna di Desulo non sappiamo la vita che ha vissuto, se qualcuno l’ha osservata e amata nella sua distinta e forte presenza. Questo Vermentino nasce così, suppongo, con un processo solo in parte fissato, in parte lasciato al suo corso, che per indole ha un’evoluzione in bottiglia tutta da scoprire in un tempo diverso. Nell’assaggio ritroviamo la chiara struttura di elementi che tornano sempre puri, come quel volto, e insieme le note screziate di una materia che ha subito un processo diverso, prezioso, di attesa ed estrazione di sostanze che ne segnano il sorso. Viene in mio soccorso un’altra immagine, questa volta musicale. La purezza formale nella composizione di Jun Miyake, la voce di Arto Lindsay e gli inserti graffiati della sua chitarra in Alviverde (biancoverde). Minimali e profondi nello stesso tempo, quella musica e questo vino. Un Vermentino che alletta le narici con intensi profumi di scorze di bergamotto essiccate, elicriso, sambuco, pepe bianco, noce, zenzero candito. Esordisce asciutto e fresco al palato. Si congeda composto nella sua lunga scia sapida, con ritorni di agrume surmaturo. Né lezioso, né pittoresco, forse esotico, o meglio esoterico.

Taccuino di viaggio

47 Giorni, Isola dei Nuraghi Bianco IGT 2017, 14% vol. – Imbottigliato da Tenuta Masone Mannu Soc. Agricola S.r.l

Guido Costa, Ragazza in costume tradizionale (Desulo, ante 1927) – Istituto Superiore Regionale Etnografico – Fondo Costa

Jun Miyake & Arto Linsday, Alviverde (Stolen from Strangers, 2008)  https://www.youtube.com/watch?v=JRKQF-jC-kw

C’era una volta il Prosecco

C’era una volta il Prosecco

Uno dei vini più bevuti al mondo, il Prosecco, offre nel suo territorio di elezione intriganti possibilità espressive. Con Astoria, azienda nel cuore della DOCG Valdobbiadene Superiore, conociamo gli stili e le virtù di queste fragranti bollicine a base glera, nella serata voluta da AIS Gallura.

Plinio e il “prosecho”

Del Prosecco sappiamo per certo che è un vino spumante italiano che accompagna aperitivi e buffet di mezzo mondo, con mirabolanti dati sull’esportazione, seguiti dall’approccio snob degli enofili più intransigenti. In terza battuta, resta la curiosità di chi non lo vorrebbe liquidare cosi in fretta. Ed è qui che ci soffermiamo, perché, al di la delle mode, la storia esiste ed è affascinante, e come sempre definisce lo stretto legame che un’uva ha intrecciato con il luogo di elezione, quello in cui ha saputo dare il meglio. Plinio (23-79 d.C.) nella sua Naturalis Historia lo chiama Pucinum, vino amato da Livia, moglie di Augusto. Nel Settecento compare per la prima volta il nome Prosecho, dall’omonima località nel Carso triestino, dove pare abbia avuto le sue origini, chiamato glera. Ma è sulle colline del trevigiano che ha trovato il suo areale vocato, con sottozone di grande pregio nell’ambito della DOCG Conegliano Valdobbiadene, come Cartizze e le 43 micro zone con menzione Rive. Proprio nelle colline di Conegliano, il conte Marco Giulio Balbi Valier selezionò un clone migliore denominato Prosecco Balbi, da cui si otteneva un vino con doti speciali di “grazia e forza” (Balbi, 1868). Qui è nata la prestigiosa Scuola di Viticoltura ed Enologia, ed è al Prosecco che dobbiamo la prima strada del vino riconosciuta in Italia. Luoghi che sono oggi candidati a diventare Patrimonio Unesco.

Easy sparkling? Parliamone

Fragrante di frutta a polpa bianca, melaromatico come scriveva nel Settecento Valariano Canati. Sì, ci siamo, è lui. Ma non si esaurisce cosi la ricchezza di sfumature organolettiche che, vuoi per le vinificazioni vuoi per le differenti micro zone di produzione, scopriamo in un sorso di Prosecco. Un esempio? La scia sapida che i suoli di Cartizze conferiscono alla nota fruttata propria del varietale, con esiti davvero eleganti. Cartizze è l’espressione più tipica del prosecco e della sua cremosità. La componente zuccherina veicola la naturale aromaticità del glera. Fa parte del gioco. Facile, si sente spesso dire del Prosecco. Provo per deviazione didattica a pensare il vino nella sua tipologia: uno Charmat che si ottiene da uve con una componente aromatica importante. Questo dovrebbe bastare a spostare la nostra attenzione su altri parametri. Come ciò che asseconda in certi momenti della nostra vita il desiderio di concedersi leggerezza. Leggerezza alcolica, vero, ma anche immediatezza di beva: una dote che si esprime bene solo nel fare ad arte vinificazioni che a quell’uva rendono giustizia. Un attento lavoro in tutte le fasi, pre-fermentativa e fermentativa fino alla presa di spuma, per mantenere grazia e finezza. Negli Charmat lunghi, per esempio, il Prosecco sosta per mesi sui lieviti e la cessione delle fecce fini si sente tutta, con profili organolettici più complessi. Più rara quanto affascinante la rifermentazione tradizionale in bottiglia e la sua caratteristica velatura, dove fiori e frutta lasciano il passo ai più diretti sentori di levito. A questo punto, verrebbe da chiedersi se chi lo chiama prosecchino ne meriti ancora un calice.

Astoria e il suo Prosecco

Astoria, l’azienda ospite della serata Prosecco voluta dalla Delegazione Gallura, è radicata nel cuore della DOCG Conegliano Valdobbiadene, a Refrontolo. Quattro le etichette di Prosecco raccontate da Giorgio Polegato (patron di Astoria) e Roberto Sandrin (storico enologo della casa).

Hanno degustato per noi tre palati femminili di carattere: Attilia Medda (delegata AIS Gallura), Adriana Occhioni e Sofie Bendahmane (AIS Gallura), aprendo gustose e raffinate parentesi sugli abbinamenti che il versatile Prosecco sempre solletica.

ASOLO PROSECCO SUPERIORE EXTRA BRUT FANO’ 2017

Brillante paglierino tenue. Pesca e pera, nuance agrumate, delicate note di biancospino e glicine. Fresco e sapido. Chiude piacevolmente agrumato e acidulo questo Prosecco che non prevede aggiunta di zuccheri.

VALDOBBIADENE PROSECCO SUPERIORE RIVE DI REFRONTOLO BRUT CASA VITTORINO 2017

Paglierino scarico, con lampi citrini che introducono note di pompelmo, pera Williams e ananas. Fresco e sapido l’attacco, di buona struttura a sostenere un sorso morbido e ben equilibrato. Si congeda su note tipiche del varietale, nitido e fruttato. Un prosecco classico dedicato a Vittorino Polegato (fondatore della casa) e ottenuto da un unico vigneto vendemmiato a mano.

VALDOBBIADENE PROSECCO SUPERIORE EXTRA DRY MILLESIMATO 017

Paglierino vivace, dal perlage fine e persistente. Frutta fragrante a polpa bianca, melone croccante, mandarancio. Elegante chiusura sapida e fresca di agrume. Un millesimo con una vinificazione che dona rotondità alla beva, grazie agli zuccheri residui mantenuti dalla prima fermentazione.

VALDOBBIADENE SUPERIORE DI CARTIZZE DRY ARZANA’ 2017

Perlage fine e persistente; intenso l’impatto olfattivo, in sequenza pera, cedro e crosta di pane, con accenni di erbe aromatiche. Sapido e di buona struttura, la sua soave cremosità ne fa un Cartizze di tradizione.

La serata è stata anche l’occasione per degustare altre etichette di casa Astoria:

Un rosè a base pinot nero e raboso, Venezia extra dry Honor Rose’ 2017; lo Charmat lungo Kalibro brut 2014 Metodo Cavazzani, a base chardonnay e pinot nero. Dulcis in fundo, Colli di Conegliano Refrontolo Passito Fervo 2016, da uve marzemino.

 

Il Crémant secondo Furlan

Il Crémant secondo Furlan

Bolle di un dio minore. 

Rompere l’incantesimo delle bollicine assolute, quelle che fluttuano dalle parti di Épernay per intendersi, con sette vini spumanti prodotti in aree vinicole dove dominano splendidi vini fermi, è come sfidare gli dei dell’Olimpo. Sfida vinta da Eddy Furlan, che ha condotto magistralmente la serata “Crémant di Francia”, voluta da Attilia Medda e dalla sua Delegazione Gallura, lo scorso 14 marzo. Il mondo dei crémant non può competere con quello blasonato degli champenoise, ça va sans dire. Tuttavia, questi vini, che per storia (o leggenda) stanno alle origini della spumantizzazione francese, rivelano un loro fascino discreto e coprono una fetta di mercato sempre più importante. Delle otto AOC Crémant di Francia oggi riconosciute, le sette scelte per la serata gallurese rappresentano una rosa significativa di stili e terroir. Furlan ha avuto dalla sua l’appassionata competenza tecnico-enologica per raccontare un metodo classico, dove vitigni di pregio e varietà regionali concorrono per tradizione alle cuvée, con distinte sfumature gusto-olfattive. Un viaggio che è stato anche un intrigante esercizio gourmet, grazie agli abbinamenti proposti dal relatore, la cui squisita finezza in fatto di cibo è cosa nota in AIS.

La natura tattile del crémant

Per disciplinare, i Crémant di Francia sostano minimo 9 mesi sur lattes (sui lieviti) e sviluppano una pressione al di sotto delle 6 atmosfere, producendo un’effervescenza più delicata rispetto a uno champagne. Le sensazioni stimolate dalla CO₂ richiamano al palato immediate similitudini con preziose trame di seta (satin, chiffon). Una degustazione che apre i sensi, sorso dopo sorso, passando per ciò che meglio definisce questa tipologia ovvero la cremosa soavità della spuma. Grazie anche ai colleghi sommelier del gruppo di servizio, impeccabili nei tempi, abbiamo potuto apprezzare il potenziale espressivo di queste rarefatte bollicine.

Di seguito gli appunti di degustazione.

  • Crémant de Limoux Brut AOC – Maison Guinot Tendre Imperial

chardonnay 60%, chenin blanc 30%, mauzac 10%

Coltura tradizionale delle vite e sboccatura alla volée per questo crémant nato in una azienda storica nella produzione del Blanquette de Limoux con metodo ancestrale. Un brut dedicato a un suo illustre cliente, lo zar Nicola II di Russia. Chardonnay con i suoi fini aromi floreali, lo chenin blanc per la freschezza e il mauzac, che conferisce struttura e carattere territoriale alla cuvée. Fragrante crosta di pane rustico, seguono frutta a polpa gialla e note di sottobosco, portate in dote dal mauzac. Mediamente fresco, di discreta sapidità. Crudo di ostriche.

  • Crémant de Die Brut AOC – Maison Monge Granon

clairette blanche 83%, aligoté 15%, muscat a petit grains 2%

Casa vinicola da quattro generazioni oggi biodinamica. Un Brut a base clairette che riposa sui lieviti dai 2 ai 4 anni. Grande lucentezza, con spuma cremosa e compatta, presagio di una resa avvolgente al palato. Fiori di mandorlo, mela verde e pasta lievitata lievemente acidula. Fresco e sapido. Da tenere sullo scaffale ancora un po’. Assiette di piccoli crostacei.

  • Crémant du Jura Blanc Brut AOC Côte du Jura – Domaine Pignier

chardonnay 100%

Azienda biodinamica con certificazione Demeter, lavora con interventi minimi in cantina senza aggiunta di zuccheri o lieviti. La presa di spuma avviene a settembre, aggiungendo al vino base un pied de cuve del mosto in fermentazione dalla nuova vendemmia. Le bottiglie riposano sotto le antiche volte della cantina storica di famiglia. Si presenta cristallino, giallo paglierino. Numerose, di grana fine e persistenti le bollicine. Pesca bianca, susina e mollica di pane delineano un corredo olfattivo di media complessità. Sottile e asciutto l’ingresso in bocca, si congeda sapido e minerale. Tagliolini ai finferli.

  • Crémant de Bourgogne Rosé AOC – Vitteaut Alberti

pinot nero 100%

Vitteaut Alberti vinifica le sue bollicine da terroir selezionati nelle Hautes-Côtes de Beaune e nella Côte Chalonnaise. Sosta minima sui lieviti 16-18 mesi per i suoi crémant. Un rosé che cattura lo sguardo con il suo lucente e voluttuoso rosa salmone dai bagliori ramati. Apre su note di pesca noce, prugnolo maturo, lampone. Deliziosi accenni di pan brioche. Un crémant elegante che rivela la classe indiscussa del pinot nero in purezza, ma declinato in rosa. Tartare di ricciola.

  • Crémant de Lisennes, Crémant de Bordeaux AOC – Maison Château de Lisennes

sémillon 80%, sauvignon 10%, muscadelle 10%

Estese sulle dolci colline di Entre-Deux-Mer le vigne di Chateau de Lisennes, oltre alle uve rosse del tipico taglio bordolese, ospitano sémillon, sauvignon e muscadelle, tutte comprese nella cuvée del crémant della casa. Brillante paglierino luminoso. La fine effervescenza introduce nuance agrumate, mela rossa, susina, origano fresco, accenni fumé e biscotto. Ingresso fresco-sapido, manifesta una composta e discreta morbidezza. In chiusura un ritorno di agrume. Asparagi bianchi e uova.

  • Crémant de Loire Brut AOC – Pureté de Silex, Maison Clos de la Briderie

chenin blanc 40%, chardonnay 20%, cabernet franc 20%, cabernet sauvignon 20%

Cru dell’azienda di Vincent Girarault, Clos de la Briderie si trova nei pressi di Tour sulla riva destra della Loira. Conduzione biodinamica e rispetto del carattere territoriale dei suoi vini, utilizzo di lieviti indigeni. Il nome scelto per il crémant celebra il carattere di questi suoli ricchi di selce. Cristallino, tenue paglierino vivace. Le bollicine fini e persistenti gli conferiscono un aspetto eccellente nel calice. Mela golden, minuti fiori gialli. Cenni di lievitazione e sbuffi minerali a completare il profilo. Sottile ed elegante la dinamica del sorso, che permane fresco con accenti sapidi in evidenza. Frittura di pesce.

  • Crémant d’Alsace Extra Brut AOC – Domaine Meyer-Fonné

pinot bianco, chardonnay, riesling

Vigneti distribuiti su alcuni dei più importanti cru dei Pays de Colmar, i Meyer-Fonné vignaioli da più di due secoli, vinificando separatamente le uve provenienti da differenti parcelle, alcune situate sui ripidi pendii tipici del vigneto alsaziano. Un extra brut brillante, paglierino con riflessi dorati. Bollicine fini, numerose e persistenti. Esordisce fruttato; mela golden e ananas; seguono note di gelsomino e cenni di erbe aromatiche. Al palato l’attacco è asciutto e moderatamente caldo, carezzevole e glicerico. Chiude con ritorni fruttati e composta freschezza. Un brut elegante, che conferma la vocazione di questa AOC per la tipologia crémant. Crudité di scampi.

Oddoene, un cru possibile

Oddoene, un cru possibile

Ci sono casi in cui la bella sintesi del “triangolo virtuoso” (luogo, vitigno e memoria), coniata da Sandro Sangiorgi, ha una straordinaria coerenza: il luogo è la valle di Oddoene, la memoria la trovo nel baffo arguto di Antonio Berritta, il vitigno resta lui, il cannonau.

Innocenti evasioni (il luogo)

Camminare per le vigne di Oddoene (Dorgali) ravviva lo stupore che si prova nel poter comprimere un luogo in una bottiglia. Si resta sopraffatti da uno scenario geologico di forte suggestione, come se fossimo giunti da chissà quale area inurbata lontanissima anni luce. Senza scomodare troppo il profilo pedoclimatico, basta lo sguardo, anche quello mio incompetente, per intuire che questo luogo non poteva che dare buoni frutti. Granito in disfacimento in primis, ma soprattutto forti escursioni termiche giorno-notte, con i versanti basaltici e calcarei che accumulano calore e lo cedono alla piccola valle, come un caldo abbraccio. Qui si porta a maturazione ottimale quella specie tanto comune quanto eterogenea per esiti enologici, che è l’uva cannonau. È il microclima a fare la differenza molto più del suolo, dove la vite dimora accanto a ulivi e alberi da frutto. Un paesaggio composito che racconta molto bene la fatica dell’uomo e il lungo processo di addomesticamento prodotto su un’area selvatica, male vissuta persino dai caprai cento anni fa.

Mi ritorni in mente (la memoria)

Da Oddoene è partita la prima esperienza di cantina cooperativa agli albori del ‘900, come rinascita dalle ceneri della fillossera. Oggi è areale vocato per il Cannonau Classico, accanto alle zone storiche del vigneto dorgalese: Filieri e Isalle. Ognuna con condizioni pedoclimatiche differenti, mi dice Giampaolo Sanna, agronomo della Cantina Dorgali, dove si lavorano uve maturate in situazioni molto eterogenee. Antonio Berritta conferisce qui da decenni. Per un periodo ne è stato anche presidente. Oggi i figli vinificano parte delle loro uve in proprio. Berritta è memoria storica di questa valle, a cui ha dedicato persino un libro, La grande vallata. Le diverse parcelle del vigneto di Oddoene rivelano ricche vicende umane, vale la pena ascoltarle. Lui è persona conviviale e non si nega alle mie curiosità:

“Questa prima vigna che vedi è stata acquistata da Nanneddu (Ruca) Corrias, oggi novantenne. E’ stato lui a fare la selezione dei ceppi seguendo un procedimento empirico per decenni, vendemmia dopo vendemmia. Da lì sono partito per la selezione massale, con gli innesti di un clone cannonau già ben acclimatato in questo luogo”.

Poi mi indica qua e là piccole porzioni di vigneto con caratteri di giacitura ben definiti, separati appena da un sentiero tra i filari. Infine la osserviamo dall’alto quella valle che lui conosce palmo a palmo. Ragioniamo sull’anzianità, l’abbandono e il rinnovo di piccoli vigneti, alcuni terrazzati.

Ancora tu (il vitigno)

Si affaccia il concetto di cru, se preferite atto finale del più complesso lavoro di zonazione, che qualche giorno prima ho cercato di approfondire ancora con Giampaolo Sanna e Carlo Mazzuoli (enologo Cantina Dorgali). Definire se un Cannonau è Isalle o Filieri oppure Oddoene, richiede rigore tecnico in vigna e in cantina, studio dei cloni, microvinificazioni, ecc. Ci vuole tempo, ma è uno scenario possibile. Il dato: le ottime uve di Oddoene sono un dono della natura, soprattutto il carattere del Cannonau qui ha buona possibilità di manifestarsi nella sua atavica dimensione. Intanto, gli assaggi mi riportano all’origine della mia visita: il profilo sensoriale di questi Cannonau in purezza nella zona classica. Ne riporto due ad esempio: Vigna di Isalle 2015 (Cantina Dorgali, Isalle) e Thurcalesu 2014 (Cantina Berritta, Oddoene). Due buoni Cannonau di territorio (non è qui un facile abuso del termine), con profili gusto-olfattivi davvero tipici. Vigna di Isalle è il Cannonau che manderei nello spazio. Un vino icona identitaria, da vigna storica proprietà della Cantina Dorgali.

Thurcalesu, ottenuto da un’unica parcella di vigneto, lo terrei invece su questo pianeta, anzi su quest’isola come memento per noi sardi che lo beviamo da sempre il Cannonau, ma perdiamo a volte il senso della sobria eleganza di alcuni vini che ci sono familiari. Come i manufatti della cultura contadina, dove si legge il lavoro umano e la bellezza rurale del luogo a cui appartengono. Si ritorna così alla monumentale sintesi del “triangolo virtuoso” (luogo, memoria, vitigno) pensata da Sandro Sangiorgi o, se si vuole, a una definizione di “Classico” che abbia un senso compiuto.