Alla corte del luppolo – Il fascino delle birre luppolate

Alla corte del luppolo – Il fascino delle birre luppolate

Nel contesto dell’evoluzione del mondo brassicolo, è innegabile il ruolo cruciale che i luppoli hanno giocato nell’arricchire e definire la complessità sensoriale. Le varietà di luppolo oggi disponibili sul mercato offre ai birrai un vero e proprio ventaglio di possibilità per esprimere la propria creatività e produrre birre che stimolano i sensi e soddisfano i palati più esigenti.

I luppoli non sono solo ingredienti, ma veri e propri protagonisti nella creazione di birre dalle personalità uniche. Ogni varietà porta con sé una distintiva combinazione di aromi e amaro, che possono trasformare radicalmente il carattere di una birra. Dalle note agrumate e floreali dei luppoli americani alle tonalità terrose e speziate di quelli europei, le possibilità sono infinite e permettono ai birrai di giocare con una gamma di sapori che spaziano dall’audace e deciso all’elegante e raffinato.

Il 16 maggio con la guida del Presidente regionale AIS Sardegna Antonio Furesi esploreremo in dettaglio il ruolo fondamentale dei luppoli nell’universo birraio contemporaneo.

Attraverso una panoramica sugli stili birrari che maggiormente hanno sfruttato l’utilizzo dei luppoli, nelle loro caratteristiche distintive e nelle modalità in cui influenzano il profilo gustativo e aromatico delle birre.

Dalle tradizioni consolidate alle nuove frontiere dell’innovazione, esploreremo le diverse metodologie di coltivazione e utilizzo dei luppoli.

Degusteremo 6 birre che mostrano al meglio le potenzialità e le sfumature offerte dai luppoli ma soprattutto la ricerca dei birrai per offrire la perfetta combinazione di luppoli per creare prodotti di straordinaria complessità e piacevolezza gustativa.

 

Di seguito le birre in degustazione:

  • Pohjala “Uus Maailm” (Session IPA – Estonia)
  • Lervig “Tasty Juice” (New England Style IPA – Norvegia) 
  • Buxton “Axe Edge”  (DDH IPA – UK)
  • Canediguerra “American IPA” (American IPA – Italia) 
  • P3 100 nodi (Double IPA – Italia) 
  • Galway Bay “Resin & Rye” (Barley Wine – Irlanda) 

 

 

 

 

 

  oristano@ais-sardegna.it
Sommelier Alessandro Benini 348 2887662

 

 


 

Dettagli Evento

  • Data: giovedì 16 maggio 2024
  • Relatore: Sommelier Antonio Furesi
  • Sede: Hotel Mariano IV – Piazza Mariano, 50 – 09170 Oristano – ingresso Via Mariano IV
  • Orario: 19:30
  • Contributo Soci: € 30,00 (in regola con l’ultima quota associativa 2024)
  • Contributo Soci 2023 non in regola con la quota 2024 al momento dell’iscrizione: € 30,00 + IVA
  • Contibuto NON SOCI: € 40,00 +IVA
  • Posti disponibili: max 40
  • Scadenza iscrizioni: fino ad esaurimento posti ed entro il 13 maggio 2024
  • Disdetta iscrizioni: Se dopo la prenotazione l’iscritto fosse impossibilitato a partecipare dovrà darne  avviso all’organizzazione tempestivamente e comunque entro le 48 ore precedenti il seminario. La mancata presentazione o la disdetta a meno di 48 ore dall’inizio dell’evento non daranno diritto al rimborso. Dal rimborso della quota sarà detratta una somma di €5,00 a titolo di spese amministrative. 
  • Lista d’attesa: All’esaurirsi dei posti, gli iscritti saranno inseriti in lista d’attesa e contattati secondo l’ordine di iscrizione non appena si dovessero liberare dei posti.
  • Bicchieri da degustazione: i soci partecipanti dovranno munirsi della valigetta con i bicchieri.

 

ATTENZIONE: per motivi fiscali, i Soci 2023 e i NON Soci devono effettuare ordini e pagamenti SEPARATI dai Soci.

NON SONO AMMESSE ISCRIZIONI E PAGAMENTI A NOME DI SOCIETÀ

 

 

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Chi ben degusta birra è già a metà dell’opera! – Dopo il successo del 1° livello, si pensa già al 2°

Chi ben degusta birra è già a metà dell’opera! – Dopo il successo del 1° livello, si pensa già al 2°

Parlare di birra suscita un crescente interesse tra i Sommelier e quelli della Sardegna si distinguono in questo campo, quasi ad onorare il noto primato isolano che vede il consumo annuo pro capite attestarsi su valori più che doppi rispetto alla media nazionale. Se volessimo avere conferma basterebbe considerare l’elevato numero di lettori degli articoli in ambito birrario che vengono pubblicati sempre più frequentemente sul sito AIS Sardegna ed il successo riportato da due importanti eventi, tenuti via web lo scorso anno in piena clausura pandemica. Il primo, intitolato “WeBeerNar”, è stato incentrato sugli attuali orientamenti della produzione e del mercato delle birre artigianali. Il secondo incontro, “Questione di luppolo”, dello scorso dicembre, ha svelato interessanti aspetti di questo componente fondamentale della ricetta al quale è spesso legato il successo di un prodotto.

L’universo brassicolo si sta ritagliando crescenti fette di mercato con l’utilizzo delle birre a tavola, anche in accompagnamento a menu complessi e di alto livello, grazie alla loro versatilità. I consumatori consapevoli dimostrano di apprezzare i locali in grado di offrire un’articolata scelta di tipologie birrarie e i Sommelier stanno approfondendo le loro conoscenze in questo campo, per soddisfare i loro clienti, studiando i possibili abbinamenti anche con piatti che talvolta non trovano una completa armonia con un vino.

La prima lezione del corso, incentrata sulle materie prime e sulla produzione, è stata tenuta da Riccardo Antonelli, Sommelier della Delegazione di Terni e componente della Commissione Nazionale che sta mettendo a punto la nuova didattica sulla birra. Della medesima Commissione fa parte anche Gabriele Pollio, Sommelier della Delegazione di Napoli, che ha illustrato dettagliatamente la tecnica della degustazione e mostrato l’utilizzo pratico della nuova scheda AIS per la birra, nella sua versione ormai quasi definitiva.

Seguendo un criterio geografico si sono quindi prese in esame le nazioni di lunga tradizione birraria, soffermandosi a descrivere gli stili che ne caratterizzano le produzioni. Si è partiti dalla Repubblica Ceca e dalla Germania, illustrate da Roberto Pisano della Delegazione di Cagliari, Referente didattico del Corso. È stata quindi la volta di UK e USA, curate da Leonardo Taddei della Delegazione di Lucca, e del Belgio presentato da Raffaele Papi della Delegazione Urbino Montefeltro. Ad Antonio Furesi della Delegazione di Sassari, Direttore del Corso e anch’egli componente della Commissione Nazionale, è spettato il compito di presentare le produzioni birrarie del nostro Paese ed illustrare la legislazione nazionale, attuale e pregressa.

Un’intera lezione è stata dedicata ad un primo approccio agli abbinamenti cibo/birra, illustrati anche con alcuni esempi da Antonello Raimondi, Sommelier della Delegazione di Cagliari e Relatore abilitato per Birra e Distillati come tutti i docenti di questo Corso. L’approfondimento della teoria e della pratica dell’abbinamento della birra costituirà l’oggetto del 2° livello.

L’ultimo appuntamento è stato destinato all’autoverifica e alla degustazione di due birre, con caratteristiche molto diverse tra loro, che i corsisti hanno assaggiato individualmente, verificando le loro valutazioni con una proficua interazione con i relatori collegati. Per l’autoverifica è stato utilizzato il programma mentimeter.com che, grazie alla possibilità di visionare in tempo reale le risposte degli allievi, ha fornito l’occasione di rivedere e sottolineare i principali contenuti illustrati nel corso.

Non essendo ancora disponibile il testo ufficiale, i corsisti hanno ricevuto una dispensa tratta dalle due edizioni della “Guida alle birre artigianali della Sardegna” pubblicate da AIS Sardegna nel 2016 e nel 2018, oltre alle slide delle lezioni e una selezionata bibliografia per chi volesse approfondire gli argomenti trattati.

I 50 partecipanti hanno ricevuto una valigetta contenente 4 calici da birra Teku 3.0 da 420 ml, 23 birre scelte in base all’impostazione didattica del corso e i prodotti alimentari per le prove di abbinamento. In dettaglio: un formaggio caprino fresco da abbinare ad una Helles bavarese, una salsiccia sarda campidanese accompagnata da una Hefeweizen e un pecorino sardo maturo DOC in abbinamento con una Belgian Strong Ale.

Particolarmente apprezzata dagli allievi è stata la formula “on line”, tanto che molti di loro hanno espresso l’auspicio che anche il secondo modulo si svolga con la medesima modalità.

A conclusione di questa prima esperienza è doveroso il ringraziamento a tutti coloro che, con un lodevole gioco di squadra, hanno consentito di portare a termine il progetto, creando le condizioni per dare avvio al secondo livello non appena il programma sarà stato definito dai responsabili nazionali della didattica.

L’auspicio pertanto è di ritrovarsi già nel prossimo autunno per completare il percorso formativo e diplomare i primi Sommelier della Birra della Sardegna.

 

Baladin Metodo Classico Riserva 2015

Baladin Metodo Classico Riserva 2015

“… e tando ghetta birra!

La birra è sicuramente una bevanda che incontra il favore della gente sarda; prova ne sia il consumo pro-capite degli isolani che è praticamente doppio rispetto alla media nazionale e paragonabile a quello di alcuni paesi del nord Europa.

Per noi che siamo mediterranei questo rapporto privilegiato con la bionda e spumosa bevanda è piuttosto strano, un po’ inusuale, ma ben giustificato. Sicuramente le elevate temperature estive favoriscono la scelta di una birra fresca rispetto a un buon calice di Cannonau; non è sempre così ma capita spesso. Inoltre la birra è considerata molto meno impegnativa e quindi di più facile consumo, non come il vino che richiede un doveroso rispetto e un certo cerimoniale anche nel consumo casalingo.

Senza voler essere sessista o inoltrarmi in ardite discussioni sulla parità di genere, posso dire che non è trascurabile neppure il fattore culturale: un uomo vero, qualcuno direbbe “unu balente”, può mai bere un succo di frutta o un’aranciata? Roba da donne! “… e tando ghetta birra!”.

La birra per il suo moderato contenuto d’alcol è di fatto considerata come una semplice bibita e non come altre bevande alcoliche. Anzi proprio il basso tenore alcolico favorisce larghe bevute e la prolungata socializzazione (ovviamente… alla giusta distanza!), negli ultimi tempi anche fra le donne, senza indurre gli sgraditi effetti che spesso accompagnano un generoso consumo di vino.

Da questo preambolo è facile capire che in Sardegna la birra è intesa come la bionda bevanda sormontata da un dito di schiuma; il tipico aspetto che caratterizza le birre lager e che ha portato molti sardi a identificarsi con un famoso prodotto di largo consumo appartenente proprio a questa tipologia.

Tuttavia la Sardegna è anche la patria di tanti appassionati produttori artigianali che si sono distaccati da quel modo comune di intendere la birra nell’isola. Produttori che, grazie alla loro sensibilità e alla loro passione, hanno sfondato questa barriera culturale presentando prodotti di altissimo pregio e arrivando, con colui che è ritenuto il migliore dei maestri birrai sardi, a creare un genere oggi universalmente riconosciuto: lo stile Italian Grape Ale (sintetizzato spesso nell’acronimo IGA).

Questi signori hanno però preso ispirazione da un precursore che a livello nazionale ha dato il via al movimento dei produttori artigianali di birra: Teo Musso, il patron del birrificio piemontese Baladin. Egli è uno che guarda lontano, è uno sperimentatore e ha iniziato a cimentarsi producendo birre con rifermentazione in bottiglia rispondenti ai più svariati stili tradizionali. Ma è anche un innovatore, uno che ha esplorato campi che nessuno aveva mai battuto prima. A suo modo un genio!

Proprio dalla sua attitudine alla sperimentazione nasce la birra Metodo Classico, il cui nome deriva dal particolare metodo di produzione, tipicamente impiegato per l’elaborazione dei vini spumanti rifermentati in bottiglia.

Qualche breve nota per descrivere il processo produttivo; ingredienti: acqua, malto d’orzo, frumento (weizen), grano saraceno, spezie in proporzioni variabili, luppolo, zucchero e lievito per la produzione del mosto. Dopo la fermentazione si avvia la presa di spuma e si predispone la base per il prolungato riposo sui lieviti: ben 18 mesi. Contrariamente ad altri produttori che si vantano di impiegare per la rifermentazione delle liqueur de tirage confezionate con gli stessi lieviti/ingredienti impiegati per la produzione dello Champagne, Baladin dichiara di non usare nella produzione della Metodo Classico alcun ingrediente di derivazione enologica. A suo modo ha trovato anche qui il modo per distinguersi. Poi la sboccatura, la ricolmatura e la tappatura con tappo a fungo in sughero, proprio come gli spumanti.

Note di degustazione.

La birra ha un intenso color ambra leggermente opalescente; la spuma è compatta di un tenue color nocciola e di buona persistenza. Numerosi merletti di Bruxelles rivestono il bordo del calice.

Profumi complessi: scorze d’agrumi candite, pesche sciroppate, albicocca e papaia disidratate. Toni dolci di maltosio, caramelle all’orzo, sciroppo d’acero e uva sultanina. Richiami odorosi che ricordano un vino a invecchiamento ossidativo, un grande vino bianco; poi, cenni speziati e lievito.

Al gusto ha una morbidezza serica; un leggero residuo zuccherino conferisce una tenue amabilità, cui subentra una leggera nota amaricante e la pungenza di una carbonica fine e diffusa. Chiusura secca e pulita. Tutti elementi che contribuiscono a formare una birra di grande struttura e di grande equilibrio gustativo.

Ricca, impegnativa e piacevolissima.

Da provare con un’insalata di bottarga, carciofi crudi e olio EVO, con un buon pane carasau o del civraxu a lievitazione naturale appena sfornato.

 

La birra che vien dalla campagna – 1a parte – Le Saison

La birra che vien dalla campagna – 1a parte – Le Saison

Viaggio nella storia e produzione delle birre Saison e Bière de Garde. La nascita e diffusione di una filosofia birraria all’insegna dell’estate: le farmhouse ale o birre di fattoria

Nei territori di confine tra il nord-est della Francia e il Belgio, nel periodo a cavallo tra il XVIII e XIX secolo, i territori corrispondenti alla parte nord del Passo di Calais e le Fiandre risultavano molto simili per tradizioni contadine e culture.
In queste terre, il periodo preindustriale è stato caratterizzato da una grande diffusione delle produzioni agricole e delle corrispondenti filosofie di vita. Nelle fattorie del tempo tutto era declinato a favore di una produzione per l’autosostentamento; si coltivavano cereali, frutta, ortaggi; era ancora largamente usata la pratica del baratto. Non deve quindi stupire se gli agricoltori del tempo, in un’ottica di “filiera corta” e piena gestione delle risorse dei campi, producessero in proprio anche la birra.
D’altronde questa usanza non è particolarmente dissimile da quella che nell’Alto Palatinato in Germania portò alla produzione delle birre Zoigl, realizzate dalle famiglie del villaggio, utilizzando a turno un impianto comunale.
Nella visione frenetica del mondo industriale di oggi, ci può sfuggire il fatto che nei secoli passati, molto prima che venissero inventati i sistemi moderni di refrigerazione e termostatazione, la produzione delle birre seguisse gioco forza una sua stagionalità e non di rado essa avvenisse soprattutto nei mesi invernali o primaverili, per garantire una buona scorta nei mesi caldi.
A questo meccanismo rispondevano anche le birre che gli agricoltori e fattori della Francia del nord e del Belgio producevano per il proprio fabbisogno e quello dei lavoratori dei campi durante le fatiche estive. La produzione brassicola inoltre era profondamente radicata nella cultura fiamminga e questo alimentava una solida tradizione che è confluita, ai giorni nostri, nella famiglia delle cosiddette farmhouse ale o birre di fattoria.
Le materie prime utilizzate erano quelle che offrivano i raccolti, dall’orzo al frumento, alla segale e all’avena sia in forma grezza che maltati. Trattandosi inoltre di birre stagionali il cui scopo ultimo era quello di essere dissetanti, al contempo nutrienti e che potessero tenere nel tempo, visto che passavano diversi mesi dalla produzione al consumo, i birrai sapevano di dover lavorare molto o sul contenuto di alcol o sulla luppolatura e su un’impronta al palato molto secca che garantisse una pronta beva.
Nei territori francesi e belgi di cui si narra, gli approcci si diversificarono nel tempo sino a connotare due famiglie di stili differenti: le Saison in Vallonia (Belgio) e le Bière de Garde in Francia.
Sia chiaro, proprio per la loro natura contadina, queste famiglie di birre non hanno alle spalle una solida documentazione storica, visto che molto si tramandava oralmente; tant’è che in gran parte non si poteva (e forse neanche oggi in senso stretto si potrebbe) parlare di un vero e proprio stile birrario, bensì, come detto prima, più che altro di famiglie di birre.
In questa prima parte incentriamo il racconto sul lato belga della produzione: Le Saison.
Una radicata tradizione orale rende complesso delineare una dettagliata storia delle Saison, etimologia probabilmente legata ai saisonniers – i braccianti stagionali. È abbastanza consolidata l’idea che la produzione fosse concentrata soprattutto nei periodi di dicembre, poco prima del Natale e a marzo, quando era più ampia la pausa dalle attività dei campi. Le materie prime erano abbastanza varie, in funzione delle disponibilità del fattore; l’orzo, sicuramente il cereale più utilizzato, era solitamente della tipologia esastico, disponibile nelle stagioni invernali, pur tuttavia non mancavano frumento, segale e avena.
Come detto si tendeva ad adottare soluzioni che permettessero una buona conservabilità delle birre e nel caso delle Saison il metodo di elezione era quello di procedere a luppolature generose, sia in fase di bollitura che nelle fasi successive. Per rendere ancora più appetibili queste birre stagionali, a seconda di quelle che erano le disponibilità del contadino, era frequente l’aggiunta di spezie e aromi, tra i quali dominavano coriandolo, pepe, zenzero, senza tuttavia una ricetta precisa.
All’epoca di cui si parla la fermentazione era ovviamente affidata ai lieviti spontanei, protagonisti di processi fermentativi che, durante il lungo periodo di maturazione, portavano a un livello di attenuazione molto elevato che conferiva alla bevanda un grado di secchezza spinto. A ciò si aggiungevano delle note acidulo-lattiche attribuibili al verificarsi quasi immancabilmente di ulteriori fermentazioni ad opera dei batteri lattici e, in alcuni casi, a sfumature animali da brettanomiceti.


In questo contesto ne derivava un quadro sensoriale di una certa complessità, in cui prevalevano vinosità e note olfattive terrose, con sensazioni molto fresche e una buona dose di amaro. La gradazione alcolica era piuttosto variabile, ma tipicamente non era elevata e si attestava all’incirca sul 4% vol. Con l’avvento dell’industrializzazione, che ebbe effetti più repentini nella parte francese, certi aspetti legati alla caratteristica stagionale delle Saison scomparvero. Anche l’uso degli impianti frigoriferi, delle fermentazioni controllate e dei lieviti selezionati, portò a una maggiore standardizzazione del gusto. Il percorso successivo di queste particolari birre fu piuttosto arduo, anche e soprattutto nel tentare di contrastare il diffondersi delle fresche Pils tedesche e boeme, tanto che sul finire degli anni ’50 del novecento rischiarono di scomparire. La loro “renaissance” si deve in gran parte al birrificio vallone della Dupont, situato a Tourpes nel versante ovest del Belgio, che creò praticamente l’archetipo stilistico delle moderne Saison, una birra dal bel dorato carico e un cappello di schiuma denso e persistente, connotata da un intenso profumo fruttato e agrumato, sfumature terrose, una piacevole speziatura di pepe e coriandolo e una leggera vinosità.

Al palato regala grande freschezza e un profilo profondamente secco, grazie solitamente ad un’attenuazione molto spinta. La carbonatazione si fa sentire e arricchisce la sensazione dissetante insieme ai richiami agrumati. La chiusura del sorso vira su un amaro erbaceo che pulisce il palato e invita alla beva. Ai giorni nostri le interpretazioni dello stile Saison si fanno via via più originali e interessanti, senza dimenticare spesso i caratteri originari, che connotavano queste birre dal carattere un po’ ruspante.

Nella capitale belga, la Brasserie de la Senne produce la piacevolissima Saison du Meyboom, il cui nome è legato ad un rituale che si celebra a Bruxelles ogni 9 agosto. Si tratta di una birra dalla veste paglierina opalescente sormontata da schiuma persistente. I profumi sono tipici, appena vinosi e con decise sfumature agrumate, arricchite da lievi note speziate. Il sorso è agile, fresco e decisamente asciutto; lascia appena trasparire una leggera percezione maltata, virando poi nel finale verso un amaro ben dosato, sostenuto da una scorza di arancia amara.


Anche il nostro territorio isolano annovera alcune Saison di pregevole fattura. Nel sud della Sardegna, il birrificio Barley, creatura del mastro birraio Nicola Perra, fra l’altro molto noto per la interessante gamma di Italian Grape Ale, produce una versione particolare di Saison, la Duenna (fantasma in dialetto cagliaritano). Questa birra coniuga l’uso di malti e lieviti tipici dello stile con alcune “contaminazioni” americane, a partire dai luppoli; si presenta con un ammaliante colore aranciato e una schiuma ben compatta, persistente. L’esordio olfattivo è tutto incentrato sulle note dell’agrume, cui fa da eco un soffio di esotico e floreale. Non mancano gli accenti speziati di pepe e lievemente terrosi.

La corsa gustativa sorprende per gli equilibri giocati fra un ingresso appena mielato e agrumato e un’impronta fresca e decisamente secca che accompagna il sorso verso un finale amaro che contribuisce al carattere dissetante di questa pregevole birra.

Fumo lento e birra; il lato “dark” dell’abbinamento.

Fumo lento e birra; il lato “dark” dell’abbinamento.

Una delle principali (e più apprezzate) caratteristiche della didattica AIS è sicuramente la grande attenzione dedicata al tema dell’abbinamento cibo-vino. Siccome l’appetito vien mangiando, è quasi naturale estendere l’analisi sensoriale ad altre bevande e, perché no?, anche oltre (ad esempio il fumo lento di sigari e pipe). Senza trascurare ulteriori suggestioni (musicali, letterarie, artistiche…) che possono contribuire a rendere l’esperienza sensoriale davvero totalizzante. Da questa idea nasce “Controsensi”, la rubrica di prossima istituzione nel nostro sito, da intendersi sia come (In)contro(di)sensi, sia come desiderio di approfondire e proporre accostamenti che, a prima vista, potrebbero apparire non del tutto omogenei. Per iniziare, la qualificata penna di Antonio Furesi, grande conoscitore di birre e distillati, cultore del “fumo lento” e raffinato appassionato di musica. Buona lettura! (G.D.)

Mi piace pensare che uno degli aspetti interessanti e per un certo verso divertenti dell’attività del sommelier sia quello di sperimentare continuamente nuovi e a volte arditi percorsi sensoriali. Uno di questi è senza dubbio l’abbinamento del cosiddetto “fumo lento” con alcune bevande a base alcolica. In questa ricerca di diverse frontiere del gusto, ho voluto studiare un abbinamento tutto “dark” tra una particolare miscela per pipa ed una birra Imperial Stout di originale fattura, nella convinzione di un positivo connubio fra i caratteri aromatici e gustativi dei tabacchi utilizzati ed il profilo organolettico della birra in degustazione.

Sound of Islay è una Imperial Stout di alta gradazione alcolica (13% vol.), prodotta dal Birrificio britannico Buxton Brewery Co. sito nell’omonima città a sud di Manchester. La peculiarità di questa birra, caratterizzata da una elegante veste scura, sormontata da un cappello di schiuma densa, compatta e dal colore beige scuro, è data da un affinamento per almeno un anno in botti di quercia, precedentemente utilizzate per invecchiare blasonati Single Malt Scotch Whisky dell’Isola di Islay. Questo particolare affinamento contribuisce ad arricchire il profilo olfattivo e gustativo, già piuttosto opulento in virtù dello stile produttivo che contraddistingue questa birra.

E infatti, al naso la complessità aromatica è subito evidente, declinata su note di caffè, liquirizia, cacao, uvetta sotto spirito, effluvi iodato-fenolici, una speziatura di pepe e una leggera affumicatura con un soffio terroso e salmastro. In bocca si percepisce subito un leggero amaricante da chicco di caffè. Compare poi un’impronta di legni tostati, sostenuta da percezioni retrolfattive decisamente torbate e fumé, a cui si accompagnano coloriture più morbide di cioccolato e un cenno di caramello, che seguono un lungo finale caldo e corroborante.

Peterson Balkan Delight è una miscela che, a dispetto del suo nome, non contiene tabacchi Orientali. È prodotta da Scandinavian Tobacco Group e può considerarsi meglio una English Mixture, in cui prevalgono Virginia e Latakia, con una variante data da una buona dose di Perique, che ne accentua alcune sfumature odorose.

Aperta la latta, la miscela, dall’aspetto melange piuttosto scuro, con un taglio ribbon, sprigiona a crudo iniziali venature tenui di miele e caramello, tipiche del Virginia, in cui si fanno subito strada i sentori di fumo di torba tipici del Latakia ed una speziatura piccante con tutta probabilità legata al Perique. Caricata e accesa la pipa, il fumo si distende al palato regalando i primi sentori; il Latakia con il Perique si combinano egregiamente per regalare una palette aromatica, sorretta dalla rotondità del Virginia, molto delicata e complessa in cui si aprono note di legno di ginepro e conifere, torba, cuoio antico. Il gusto è deciso, con inflessioni affumicate e tostate, un sottofondo leggermente terroso ed un accenno piccante al palato con richiami di zenzero.

Veniamo all’abbinamento. L’assaggio della birra, subito dopo alcune generose boccate di Balkan Delight, sorprende per la complessa ricchezza di combinazioni del corredo gusto-olfattivo fortemente incentrato su note terziarie di spezie, torba e richiami iodati. L’abbinamento gioca sicuramente sulle sinergie che il Latakia offre esaltando i caratteri del particolare processo di affinamento della birra, accentuando le sinuose sfumature speziate, con una nota salsoiodica che riporta immediatamente alla mente profumi e sensazioni di scogliere sferzate da venti burrascosi. La degustazione procede lenta e metodica, regalando rilassati sentori di legno, cuoio e cacao frammisti con gli aromi fumosi dei tabacchi che rincorrono e a momenti accentuano queste percezioni sensoriali.

L’esito è decisamente appagante, concedendo un piacevole relax su un finale di bocca lungamente ricco e disteso. Niente di meglio, per accompagnare questo rilassante momento, che l’ascolto delle atmosfere soft regalate dal John Coltrane Quartet e le sue “Ballads”

https://www.youtube.com/watch?v=8rOMV0A5jd0

Sempre utile ricordare che fumare nuoce alla salute!