“Due culture, un territorio” – Le IGA nell’incontro tra vino e birra

“Due culture, un territorio” – Le IGA nell’incontro tra vino e birra

Pubblichiamo con piacere questo interessante ed esaustivo resoconto dell’incontro in calendario qualche settimana fa, dedicato al mondo delle I.G.A. L’autrice è la collega gallurese Roberta Scano, al debutto sul sito AIS Sardegna. (G.D.)

Venerdì 19 dicembre, nel Chiostro del Carmine, antico monastero del ‘700 oggi sede del Consorzio UNOUniversità di Oristano, Assoenologi Sardegna ha organizzato un incontro dal titolo provocatorio e stimolante “Il vino incontra la birra. Amici o nemici?“ Un’occasione preziosa per esplorare affinità e divergenze tra due mondi, solo in apparenza distanti, ma oggi sempre più vicini nella ricerca e nella creatività.

Quando il mosto d’uva esalta la birra

Al centro del dibattito, le Italian Grape Ale (IGA), birre ad alta fermentazione aromatizzate con mosto d’uva fresco o cotto e talvolta con il frutto intero. Lo stile, riconosciuto ufficialmente nel 2015 e inserito nella guida BJCP, nasce in Sardegna nel 2006 grazie all’intuizione del mastro birraio Nicola Perra del birrificio Barley. La sua BB10, Imperial Stout impreziosita da mosto cotto (sapa) di cannonau ha aperto la strada a una nuova categoria birraria, oggi consolidata e riconosciuta.

Voci autorevoli a confronto

L’incontro è stato moderato dal giornalista enogastronomico Roberto Ripa, con la partecipazione di figure di spicco del panorama enologico e birrario come Mariano Murru, presidente di Assoenologi Sardegna, Costantino Fadda, direttore dei corsi di Viticoltura, Enologia e Tecnologia Alimentare di UNISS, Antonio Furesi, presidente AIS Sardegna e Nicola Perra, mastro birraio e fondatore del birrificio Barley. In collegamento via web sono intervenuti Lorenzo Dabove, alias Kuaska, tra i massimi esperti internazionali di birra, e Alberto Laschi, sommelier della birra e formatore Fisar.

Durante la tavola rotonda, dopo i saluti di rito del direttore dei corsi Fadda e del Presidente di Assoenologi Murru, Antonio Furesi ha presentato un quadro del mondo brassicolo artigianale dalla sua nascita in Italia alla attuale situazione, approfondendo poi un focus sulla genesi e l’evoluzione dello stile Italian Grape Ale, oggi l’unico italiano riconosciuto. Nicola Perra ha poi fornito qualche ulteriore informazione sul piano tecnico, dando poi spazio ai due ospiti online Lorenzo Dabove e Alberto Laschi, che hanno saputo impreziosire il dibattito, raccontando le loro personali esperienze legate alle IGA di Barley e ai numerosi incontri con il mastro birraio ideatore del nuovo stile. Infine, Dabove ha sorpreso l’uditorio con una degustazione in diretta di una BB10 d’annata, a dimostrazione di quanto alcune di queste birre siano in grado di reggere perfettamente il tempo.

Le IGA in degustazione: la Masterclass

La Masterclass dedicata alle IGA del birrificio Barley si apre con l’intervento del presidente Assoenologi Mariano Murru, che introduce il vitigno nasco, protagonista della prima birra in degustazione. Vitigno a bacca bianca tipico dell’area di Cagliari e di parte del territorio oristanese, il nasco esprime note mielate, floreali e muschiate, perfette per vini dolci, liquorosi e passiti ma capaci di sorprendere anche in versioni secche di grande finezza.

BB20

La BB20 è una birra ad alta fermentazione, ottenuta da mosto fresco di nasco. Al naso emergono fiori bianchi, miele e nuance muschiate che richiamano il vitigno. Malti chiari, luppoli nobili e una selezione di lieviti da vino e da malto danno vita a una birra “a due voci”, armonica e riconoscibile.

Durante la Masterclass si sono alternati il mastro birraio Nicola Perra, che ha curato soprattutto gli aspetti tecnico-produttivi, e il presidente di AIS Sardegna Antonio Furesi, che ha guidato la “lettura” sensoriale e culturale delle birre.

BB VERBLONDE

La seconda birra è la BB VERBLONDE, frutto dell’integrazione di mosti freschi di uve bianche, con prevalenza di vermentino. Il profilo olfattivo richiama macchia mediterranea, fiori di campo e frutta esotica. Al palato è fresca, con una chiusura amaricante fine e persistente.

BB REDNAU

Segue la BB REDNAU, IGA con mosto fresco di cannonau. Il colore rubino brillante e la schiuma fine catturano subito lo sguardo. Al naso si intrecciano i sentori di caramello e biscotto, tipici del malto, e le note fruttate del vitigno. In bocca ritroviamo lampone, ribes, una piacevole acidità e un finale secco.

BB BOOM

La quarta birra, BB BOOM, è un’ambrata al mosto cotto di uve vermentino. Nasce dalle sperimentazioni di Perra sull’uso della sapa di vitigni sardi come cannonau, nasco e malvasia. È una birra complessa e strutturata: note floreali e agrumate, accenni di frutta candita e mosto cotto, un finale amaricante deciso e un tenore alcolico importante ma ben bilanciato.

BB10 

A chiudere il percorso, la BB10, simbolo dell’audacia creativa del birrificio. Imperial Stout al mosto cotto di cannonau esprime sentori di caramello, cacao, prugna, amarena e frutta secca. È indubbiamente una birra da meditazione, da degustare magari con il cioccolato, ma che si presta anche ad abbinamenti più articolati con i bolliti e con formaggi stagionati e sapidi.

La birra che diventa territorio

Questo incontro ci ricorda che anche un prodotto che non nasce dal territorio può diventare territorio. Le IGA lo dimostrano con eleganza: l’incontro con i vitigni sardi dona alla birra una nuova identità, un nuovo linguaggio. Questa è la grande opportunità che ci consente di cogliere questo stile: dare voce a un territorio attraverso un prodotto che, grazie all’utilizzo di alcuni vitigni tradizionali è pienamente in grado di raccontarlo con autenticità.

Alla corte del luppolo – Il fascino delle birre luppolate

Alla corte del luppolo – Il fascino delle birre luppolate

Nel contesto dell’evoluzione del mondo brassicolo, è innegabile il ruolo cruciale che i luppoli hanno giocato nell’arricchire e definire la complessità sensoriale. Le varietà di luppolo oggi disponibili sul mercato offre ai birrai un vero e proprio ventaglio di possibilità per esprimere la propria creatività e produrre birre che stimolano i sensi e soddisfano i palati più esigenti.

I luppoli non sono solo ingredienti, ma veri e propri protagonisti nella creazione di birre dalle personalità uniche. Ogni varietà porta con sé una distintiva combinazione di aromi e amaro, che possono trasformare radicalmente il carattere di una birra. Dalle note agrumate e floreali dei luppoli americani alle tonalità terrose e speziate di quelli europei, le possibilità sono infinite e permettono ai birrai di giocare con una gamma di sapori che spaziano dall’audace e deciso all’elegante e raffinato.

Il 16 maggio con la guida del Presidente regionale AIS Sardegna Antonio Furesi esploreremo in dettaglio il ruolo fondamentale dei luppoli nell’universo birraio contemporaneo.

Attraverso una panoramica sugli stili birrari che maggiormente hanno sfruttato l’utilizzo dei luppoli, nelle loro caratteristiche distintive e nelle modalità in cui influenzano il profilo gustativo e aromatico delle birre.

Dalle tradizioni consolidate alle nuove frontiere dell’innovazione, esploreremo le diverse metodologie di coltivazione e utilizzo dei luppoli.

Degusteremo 6 birre che mostrano al meglio le potenzialità e le sfumature offerte dai luppoli ma soprattutto la ricerca dei birrai per offrire la perfetta combinazione di luppoli per creare prodotti di straordinaria complessità e piacevolezza gustativa.

 

Di seguito le birre in degustazione:

  • Pohjala “Uus Maailm” (Session IPA – Estonia)
  • Lervig “Tasty Juice” (New England Style IPA – Norvegia) 
  • Buxton “Axe Edge”  (DDH IPA – UK)
  • Canediguerra “American IPA” (American IPA – Italia) 
  • P3 100 nodi (Double IPA – Italia) 
  • Galway Bay “Resin & Rye” (Barley Wine – Irlanda) 

 

 

 

 

 

  oristano@ais-sardegna.it
Sommelier Alessandro Benini 348 2887662

 

 


 

Dettagli Evento

  • Data: giovedì 16 maggio 2024
  • Relatore: Sommelier Antonio Furesi
  • Sede: Hotel Mariano IV – Piazza Mariano, 50 – 09170 Oristano – ingresso Via Mariano IV
  • Orario: 19:30
  • Contributo Soci: € 30,00 (in regola con l’ultima quota associativa 2024)
  • Contributo Soci 2023 non in regola con la quota 2024 al momento dell’iscrizione: € 30,00 + IVA
  • Contibuto NON SOCI: € 40,00 +IVA
  • Posti disponibili: max 40
  • Scadenza iscrizioni: fino ad esaurimento posti ed entro il 13 maggio 2024
  • Disdetta iscrizioni: Se dopo la prenotazione l’iscritto fosse impossibilitato a partecipare dovrà darne  avviso all’organizzazione tempestivamente e comunque entro le 48 ore precedenti il seminario. La mancata presentazione o la disdetta a meno di 48 ore dall’inizio dell’evento non daranno diritto al rimborso. Dal rimborso della quota sarà detratta una somma di €5,00 a titolo di spese amministrative. 
  • Lista d’attesa: All’esaurirsi dei posti, gli iscritti saranno inseriti in lista d’attesa e contattati secondo l’ordine di iscrizione non appena si dovessero liberare dei posti.
  • Bicchieri da degustazione: i soci partecipanti dovranno munirsi della valigetta con i bicchieri.

 

ATTENZIONE: per motivi fiscali, i Soci 2023 e i NON Soci devono effettuare ordini e pagamenti SEPARATI dai Soci.

NON SONO AMMESSE ISCRIZIONI E PAGAMENTI A NOME DI SOCIETÀ

 

 

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Chi ben degusta birra è già a metà dell’opera! – Dopo il successo del 1° livello, si pensa già al 2°

Chi ben degusta birra è già a metà dell’opera! – Dopo il successo del 1° livello, si pensa già al 2°

Parlare di birra suscita un crescente interesse tra i Sommelier e quelli della Sardegna si distinguono in questo campo, quasi ad onorare il noto primato isolano che vede il consumo annuo pro capite attestarsi su valori più che doppi rispetto alla media nazionale. Se volessimo avere conferma basterebbe considerare l’elevato numero di lettori degli articoli in ambito birrario che vengono pubblicati sempre più frequentemente sul sito AIS Sardegna ed il successo riportato da due importanti eventi, tenuti via web lo scorso anno in piena clausura pandemica. Il primo, intitolato “WeBeerNar”, è stato incentrato sugli attuali orientamenti della produzione e del mercato delle birre artigianali. Il secondo incontro, “Questione di luppolo”, dello scorso dicembre, ha svelato interessanti aspetti di questo componente fondamentale della ricetta al quale è spesso legato il successo di un prodotto.

L’universo brassicolo si sta ritagliando crescenti fette di mercato con l’utilizzo delle birre a tavola, anche in accompagnamento a menu complessi e di alto livello, grazie alla loro versatilità. I consumatori consapevoli dimostrano di apprezzare i locali in grado di offrire un’articolata scelta di tipologie birrarie e i Sommelier stanno approfondendo le loro conoscenze in questo campo, per soddisfare i loro clienti, studiando i possibili abbinamenti anche con piatti che talvolta non trovano una completa armonia con un vino.

La prima lezione del corso, incentrata sulle materie prime e sulla produzione, è stata tenuta da Riccardo Antonelli, Sommelier della Delegazione di Terni e componente della Commissione Nazionale che sta mettendo a punto la nuova didattica sulla birra. Della medesima Commissione fa parte anche Gabriele Pollio, Sommelier della Delegazione di Napoli, che ha illustrato dettagliatamente la tecnica della degustazione e mostrato l’utilizzo pratico della nuova scheda AIS per la birra, nella sua versione ormai quasi definitiva.

Seguendo un criterio geografico si sono quindi prese in esame le nazioni di lunga tradizione birraria, soffermandosi a descrivere gli stili che ne caratterizzano le produzioni. Si è partiti dalla Repubblica Ceca e dalla Germania, illustrate da Roberto Pisano della Delegazione di Cagliari, Referente didattico del Corso. È stata quindi la volta di UK e USA, curate da Leonardo Taddei della Delegazione di Lucca, e del Belgio presentato da Raffaele Papi della Delegazione Urbino Montefeltro. Ad Antonio Furesi della Delegazione di Sassari, Direttore del Corso e anch’egli componente della Commissione Nazionale, è spettato il compito di presentare le produzioni birrarie del nostro Paese ed illustrare la legislazione nazionale, attuale e pregressa.

Un’intera lezione è stata dedicata ad un primo approccio agli abbinamenti cibo/birra, illustrati anche con alcuni esempi da Antonello Raimondi, Sommelier della Delegazione di Cagliari e Relatore abilitato per Birra e Distillati come tutti i docenti di questo Corso. L’approfondimento della teoria e della pratica dell’abbinamento della birra costituirà l’oggetto del 2° livello.

L’ultimo appuntamento è stato destinato all’autoverifica e alla degustazione di due birre, con caratteristiche molto diverse tra loro, che i corsisti hanno assaggiato individualmente, verificando le loro valutazioni con una proficua interazione con i relatori collegati. Per l’autoverifica è stato utilizzato il programma mentimeter.com che, grazie alla possibilità di visionare in tempo reale le risposte degli allievi, ha fornito l’occasione di rivedere e sottolineare i principali contenuti illustrati nel corso.

Non essendo ancora disponibile il testo ufficiale, i corsisti hanno ricevuto una dispensa tratta dalle due edizioni della “Guida alle birre artigianali della Sardegna” pubblicate da AIS Sardegna nel 2016 e nel 2018, oltre alle slide delle lezioni e una selezionata bibliografia per chi volesse approfondire gli argomenti trattati.

I 50 partecipanti hanno ricevuto una valigetta contenente 4 calici da birra Teku 3.0 da 420 ml, 23 birre scelte in base all’impostazione didattica del corso e i prodotti alimentari per le prove di abbinamento. In dettaglio: un formaggio caprino fresco da abbinare ad una Helles bavarese, una salsiccia sarda campidanese accompagnata da una Hefeweizen e un pecorino sardo maturo DOC in abbinamento con una Belgian Strong Ale.

Particolarmente apprezzata dagli allievi è stata la formula “on line”, tanto che molti di loro hanno espresso l’auspicio che anche il secondo modulo si svolga con la medesima modalità.

A conclusione di questa prima esperienza è doveroso il ringraziamento a tutti coloro che, con un lodevole gioco di squadra, hanno consentito di portare a termine il progetto, creando le condizioni per dare avvio al secondo livello non appena il programma sarà stato definito dai responsabili nazionali della didattica.

L’auspicio pertanto è di ritrovarsi già nel prossimo autunno per completare il percorso formativo e diplomare i primi Sommelier della Birra della Sardegna.

 

Baladin Metodo Classico Riserva 2015

Baladin Metodo Classico Riserva 2015

“… e tando ghetta birra!

La birra è sicuramente una bevanda che incontra il favore della gente sarda; prova ne sia il consumo pro-capite degli isolani che è praticamente doppio rispetto alla media nazionale e paragonabile a quello di alcuni paesi del nord Europa.

Per noi che siamo mediterranei questo rapporto privilegiato con la bionda e spumosa bevanda è piuttosto strano, un po’ inusuale, ma ben giustificato. Sicuramente le elevate temperature estive favoriscono la scelta di una birra fresca rispetto a un buon calice di Cannonau; non è sempre così ma capita spesso. Inoltre la birra è considerata molto meno impegnativa e quindi di più facile consumo, non come il vino che richiede un doveroso rispetto e un certo cerimoniale anche nel consumo casalingo.

Senza voler essere sessista o inoltrarmi in ardite discussioni sulla parità di genere, posso dire che non è trascurabile neppure il fattore culturale: un uomo vero, qualcuno direbbe “unu balente”, può mai bere un succo di frutta o un’aranciata? Roba da donne! “… e tando ghetta birra!”.

La birra per il suo moderato contenuto d’alcol è di fatto considerata come una semplice bibita e non come altre bevande alcoliche. Anzi proprio il basso tenore alcolico favorisce larghe bevute e la prolungata socializzazione (ovviamente… alla giusta distanza!), negli ultimi tempi anche fra le donne, senza indurre gli sgraditi effetti che spesso accompagnano un generoso consumo di vino.

Da questo preambolo è facile capire che in Sardegna la birra è intesa come la bionda bevanda sormontata da un dito di schiuma; il tipico aspetto che caratterizza le birre lager e che ha portato molti sardi a identificarsi con un famoso prodotto di largo consumo appartenente proprio a questa tipologia.

Tuttavia la Sardegna è anche la patria di tanti appassionati produttori artigianali che si sono distaccati da quel modo comune di intendere la birra nell’isola. Produttori che, grazie alla loro sensibilità e alla loro passione, hanno sfondato questa barriera culturale presentando prodotti di altissimo pregio e arrivando, con colui che è ritenuto il migliore dei maestri birrai sardi, a creare un genere oggi universalmente riconosciuto: lo stile Italian Grape Ale (sintetizzato spesso nell’acronimo IGA).

Questi signori hanno però preso ispirazione da un precursore che a livello nazionale ha dato il via al movimento dei produttori artigianali di birra: Teo Musso, il patron del birrificio piemontese Baladin. Egli è uno che guarda lontano, è uno sperimentatore e ha iniziato a cimentarsi producendo birre con rifermentazione in bottiglia rispondenti ai più svariati stili tradizionali. Ma è anche un innovatore, uno che ha esplorato campi che nessuno aveva mai battuto prima. A suo modo un genio!

Proprio dalla sua attitudine alla sperimentazione nasce la birra Metodo Classico, il cui nome deriva dal particolare metodo di produzione, tipicamente impiegato per l’elaborazione dei vini spumanti rifermentati in bottiglia.

Qualche breve nota per descrivere il processo produttivo; ingredienti: acqua, malto d’orzo, frumento (weizen), grano saraceno, spezie in proporzioni variabili, luppolo, zucchero e lievito per la produzione del mosto. Dopo la fermentazione si avvia la presa di spuma e si predispone la base per il prolungato riposo sui lieviti: ben 18 mesi. Contrariamente ad altri produttori che si vantano di impiegare per la rifermentazione delle liqueur de tirage confezionate con gli stessi lieviti/ingredienti impiegati per la produzione dello Champagne, Baladin dichiara di non usare nella produzione della Metodo Classico alcun ingrediente di derivazione enologica. A suo modo ha trovato anche qui il modo per distinguersi. Poi la sboccatura, la ricolmatura e la tappatura con tappo a fungo in sughero, proprio come gli spumanti.

Note di degustazione.

La birra ha un intenso color ambra leggermente opalescente; la spuma è compatta di un tenue color nocciola e di buona persistenza. Numerosi merletti di Bruxelles rivestono il bordo del calice.

Profumi complessi: scorze d’agrumi candite, pesche sciroppate, albicocca e papaia disidratate. Toni dolci di maltosio, caramelle all’orzo, sciroppo d’acero e uva sultanina. Richiami odorosi che ricordano un vino a invecchiamento ossidativo, un grande vino bianco; poi, cenni speziati e lievito.

Al gusto ha una morbidezza serica; un leggero residuo zuccherino conferisce una tenue amabilità, cui subentra una leggera nota amaricante e la pungenza di una carbonica fine e diffusa. Chiusura secca e pulita. Tutti elementi che contribuiscono a formare una birra di grande struttura e di grande equilibrio gustativo.

Ricca, impegnativa e piacevolissima.

Da provare con un’insalata di bottarga, carciofi crudi e olio EVO, con un buon pane carasau o del civraxu a lievitazione naturale appena sfornato.

 

La birra che vien dalla campagna – 1a parte – Le Saison

La birra che vien dalla campagna – 1a parte – Le Saison

Viaggio nella storia e produzione delle birre Saison e Bière de Garde. La nascita e diffusione di una filosofia birraria all’insegna dell’estate: le farmhouse ale o birre di fattoria

Nei territori di confine tra il nord-est della Francia e il Belgio, nel periodo a cavallo tra il XVIII e XIX secolo, i territori corrispondenti alla parte nord del Passo di Calais e le Fiandre risultavano molto simili per tradizioni contadine e culture.
In queste terre, il periodo preindustriale è stato caratterizzato da una grande diffusione delle produzioni agricole e delle corrispondenti filosofie di vita. Nelle fattorie del tempo tutto era declinato a favore di una produzione per l’autosostentamento; si coltivavano cereali, frutta, ortaggi; era ancora largamente usata la pratica del baratto. Non deve quindi stupire se gli agricoltori del tempo, in un’ottica di “filiera corta” e piena gestione delle risorse dei campi, producessero in proprio anche la birra.
D’altronde questa usanza non è particolarmente dissimile da quella che nell’Alto Palatinato in Germania portò alla produzione delle birre Zoigl, realizzate dalle famiglie del villaggio, utilizzando a turno un impianto comunale.
Nella visione frenetica del mondo industriale di oggi, ci può sfuggire il fatto che nei secoli passati, molto prima che venissero inventati i sistemi moderni di refrigerazione e termostatazione, la produzione delle birre seguisse gioco forza una sua stagionalità e non di rado essa avvenisse soprattutto nei mesi invernali o primaverili, per garantire una buona scorta nei mesi caldi.
A questo meccanismo rispondevano anche le birre che gli agricoltori e fattori della Francia del nord e del Belgio producevano per il proprio fabbisogno e quello dei lavoratori dei campi durante le fatiche estive. La produzione brassicola inoltre era profondamente radicata nella cultura fiamminga e questo alimentava una solida tradizione che è confluita, ai giorni nostri, nella famiglia delle cosiddette farmhouse ale o birre di fattoria.
Le materie prime utilizzate erano quelle che offrivano i raccolti, dall’orzo al frumento, alla segale e all’avena sia in forma grezza che maltati. Trattandosi inoltre di birre stagionali il cui scopo ultimo era quello di essere dissetanti, al contempo nutrienti e che potessero tenere nel tempo, visto che passavano diversi mesi dalla produzione al consumo, i birrai sapevano di dover lavorare molto o sul contenuto di alcol o sulla luppolatura e su un’impronta al palato molto secca che garantisse una pronta beva.
Nei territori francesi e belgi di cui si narra, gli approcci si diversificarono nel tempo sino a connotare due famiglie di stili differenti: le Saison in Vallonia (Belgio) e le Bière de Garde in Francia.
Sia chiaro, proprio per la loro natura contadina, queste famiglie di birre non hanno alle spalle una solida documentazione storica, visto che molto si tramandava oralmente; tant’è che in gran parte non si poteva (e forse neanche oggi in senso stretto si potrebbe) parlare di un vero e proprio stile birrario, bensì, come detto prima, più che altro di famiglie di birre.
In questa prima parte incentriamo il racconto sul lato belga della produzione: Le Saison.
Una radicata tradizione orale rende complesso delineare una dettagliata storia delle Saison, etimologia probabilmente legata ai saisonniers – i braccianti stagionali. È abbastanza consolidata l’idea che la produzione fosse concentrata soprattutto nei periodi di dicembre, poco prima del Natale e a marzo, quando era più ampia la pausa dalle attività dei campi. Le materie prime erano abbastanza varie, in funzione delle disponibilità del fattore; l’orzo, sicuramente il cereale più utilizzato, era solitamente della tipologia esastico, disponibile nelle stagioni invernali, pur tuttavia non mancavano frumento, segale e avena.
Come detto si tendeva ad adottare soluzioni che permettessero una buona conservabilità delle birre e nel caso delle Saison il metodo di elezione era quello di procedere a luppolature generose, sia in fase di bollitura che nelle fasi successive. Per rendere ancora più appetibili queste birre stagionali, a seconda di quelle che erano le disponibilità del contadino, era frequente l’aggiunta di spezie e aromi, tra i quali dominavano coriandolo, pepe, zenzero, senza tuttavia una ricetta precisa.
All’epoca di cui si parla la fermentazione era ovviamente affidata ai lieviti spontanei, protagonisti di processi fermentativi che, durante il lungo periodo di maturazione, portavano a un livello di attenuazione molto elevato che conferiva alla bevanda un grado di secchezza spinto. A ciò si aggiungevano delle note acidulo-lattiche attribuibili al verificarsi quasi immancabilmente di ulteriori fermentazioni ad opera dei batteri lattici e, in alcuni casi, a sfumature animali da brettanomiceti.


In questo contesto ne derivava un quadro sensoriale di una certa complessità, in cui prevalevano vinosità e note olfattive terrose, con sensazioni molto fresche e una buona dose di amaro. La gradazione alcolica era piuttosto variabile, ma tipicamente non era elevata e si attestava all’incirca sul 4% vol. Con l’avvento dell’industrializzazione, che ebbe effetti più repentini nella parte francese, certi aspetti legati alla caratteristica stagionale delle Saison scomparvero. Anche l’uso degli impianti frigoriferi, delle fermentazioni controllate e dei lieviti selezionati, portò a una maggiore standardizzazione del gusto. Il percorso successivo di queste particolari birre fu piuttosto arduo, anche e soprattutto nel tentare di contrastare il diffondersi delle fresche Pils tedesche e boeme, tanto che sul finire degli anni ’50 del novecento rischiarono di scomparire. La loro “renaissance” si deve in gran parte al birrificio vallone della Dupont, situato a Tourpes nel versante ovest del Belgio, che creò praticamente l’archetipo stilistico delle moderne Saison, una birra dal bel dorato carico e un cappello di schiuma denso e persistente, connotata da un intenso profumo fruttato e agrumato, sfumature terrose, una piacevole speziatura di pepe e coriandolo e una leggera vinosità.

Al palato regala grande freschezza e un profilo profondamente secco, grazie solitamente ad un’attenuazione molto spinta. La carbonatazione si fa sentire e arricchisce la sensazione dissetante insieme ai richiami agrumati. La chiusura del sorso vira su un amaro erbaceo che pulisce il palato e invita alla beva. Ai giorni nostri le interpretazioni dello stile Saison si fanno via via più originali e interessanti, senza dimenticare spesso i caratteri originari, che connotavano queste birre dal carattere un po’ ruspante.

Nella capitale belga, la Brasserie de la Senne produce la piacevolissima Saison du Meyboom, il cui nome è legato ad un rituale che si celebra a Bruxelles ogni 9 agosto. Si tratta di una birra dalla veste paglierina opalescente sormontata da schiuma persistente. I profumi sono tipici, appena vinosi e con decise sfumature agrumate, arricchite da lievi note speziate. Il sorso è agile, fresco e decisamente asciutto; lascia appena trasparire una leggera percezione maltata, virando poi nel finale verso un amaro ben dosato, sostenuto da una scorza di arancia amara.


Anche il nostro territorio isolano annovera alcune Saison di pregevole fattura. Nel sud della Sardegna, il birrificio Barley, creatura del mastro birraio Nicola Perra, fra l’altro molto noto per la interessante gamma di Italian Grape Ale, produce una versione particolare di Saison, la Duenna (fantasma in dialetto cagliaritano). Questa birra coniuga l’uso di malti e lieviti tipici dello stile con alcune “contaminazioni” americane, a partire dai luppoli; si presenta con un ammaliante colore aranciato e una schiuma ben compatta, persistente. L’esordio olfattivo è tutto incentrato sulle note dell’agrume, cui fa da eco un soffio di esotico e floreale. Non mancano gli accenti speziati di pepe e lievemente terrosi.

La corsa gustativa sorprende per gli equilibri giocati fra un ingresso appena mielato e agrumato e un’impronta fresca e decisamente secca che accompagna il sorso verso un finale amaro che contribuisce al carattere dissetante di questa pregevole birra.