La forza tranquilla – La Contralta e i suoi vini, tra ambizione e minimalismo

La forza tranquilla – La Contralta e i suoi vini, tra ambizione e minimalismo

La crescita costante del mercato del vino ha incentivato l’arrivo di capitali e ha fatto sì che numerose aziende nascessero come una sorta di investimento, ma il segreto della riuscita è chiaramente da individuare nella scelta del materiale umano in grado di rielaborare quella magica alchimia che traduce la vite impiantata in un determinato luogo nel vino che degustiamo nei calici.

E ben si può dire che la Società Domo (fondo di investimento inglese ma di proprietà italiana) si sia mossa seguendo questi binari, creando nel 2019 l’azienda La Contralta e individuando in Giovanni Nicola Dettori (Presidente del CDA e responsabile finanziario) e Roberto Gariup (Amministratore Delegato e Direttore Tecnico) gli interpreti più qualificati per questa nuova declinazione del terroir gallurese. Gariup, friulano di origine e sardo per scelta di cuore, si è formato nell’Istituto agrario di Cividale, maturando esperienze con aziende importanti come quella di Marco Felluga. E “galeotta” fu proprio l’azienda Felluga nell’ospitare per uno stage Marianna Mura, al tempo specializzanda in enologia, che al termine del tirocinio rientrò in Sardegna, ma non da sola…

Poi, nella composizione dell’organigramma aziendale, la scelta è caduta sempre su professionisti preparati e sintonizzati sulla medesima lunghezza d’onda, dalla responsabile vendite Anna Maria Fara (specializzata in marketing del vino, Sommelier, esperienze come guida eno-turistica) all’agronomo Maurizio Saettini (toscano, da diversi anni attivo in Sardegna), dal responsabile del personale in vigna Alessandro Raspitzu al segretario Bachisio Sirena, entrambi provenienti da lunghe esperienze nelle aziende locali. Potrebbe sembrare stucchevole questa elencazione di nomi, ma è proprio l’aspetto “umanistico” il primo a colpire nell’entrare in contatto con questa nuova azienda, e per quanto il mio personale giudizio possa apparire condizionato dalla conoscenza ravvicinata di alcuni dei protagonisti, sono sicuro che la stessa impressione sia condivisa da tutti i partecipanti al Press tour (o incontro con la stampa che dir si voglia) che ha avuto luogo lo scorso mercoledì 16 marzo, e che ha visto la collaborazione all’organizzazione dalla brillante Teresa Caniato dell’agenzia GDComunicazione, partner aziendale fin dall’inizio dell’attività. Al momento i vigneti di più recente impianto (per i quali è stata scelta la forma di allevamento ad alberello) sono ubicati a Palau, in Località Le saline, ed entreranno in produzione nei prossimi anni, mentre le uve lavorate nelle prime tre vendemmie provengono dalla tenuta di Enas (con i vigneti a spalliera impiantati dalla precedente proprietà tra il 2005 e il 2007), nel territorio di Loiri-Porto San Paolo, sede della cantina in cui si svolge l’intero processo produttivo, che prevede l’utilizzo di vasche inox e in cemento, anfore in ceramica, barrique e tonneau, recipienti che ospitano indifferentemente bianchi e rossi.

Eh sì, perché in questo caso emerge l’imprinting friulano di Roberto Gariup che già da tempo ha affiancato alle vinificazioni più tradizionali una serie di sperimentazioni – soprattutto con l’interessante e minimalista progetto Venas – sui bianchi macerati, tipologia che rappresenta in maniera molto efficace la terra di confine da cui proviene. Certo, lì si lavora su ribolla gialla, friulano, vitovska e malvasia istriana, ma la sfida era proprio quella di testare questo stile di vinificazione sul vermentino, soprattutto quello coltivato in Gallura, e in futuro anche sugli altri varietali. E i primi risultati ottenuti hanno indubbiamente fornito risposte molto positive.

L’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale”, giusto per rifarsi ai “classici”, ed è proprio la volontà di evitare i voli pindarici e rimanere ben ancorati alla terra il filo conduttore della filosofia aziendale: scelta dei vitigni tradizionali del territorio (vermentino, cannonau, carignano; in futuro anche caricagiola e pascale di Cagliari), agricoltura biologica, rispetto delle biodiversità e minimalismo enologico. Minimalista è anche la connotazione estetica del logo e del packaging, ispirati alle opere d’arte di Costantino Nivola e realizzati dal designer inglese John Pawson.

A far da sottofondo, un pensiero ambizioso, dichiarato non con proclami roboanti ma con la cura estrema per ogni più piccolo dettaglio: il simbiotico legame di tutto il team col territorio che si riverbera nell’anima più profonda dei vini e che vuole essere elemento identitario e chiave di accesso per arrivare ai consumatori, facendo in modo che in questi stessi valori si possano riconoscere.

E se, oltre che nell’architettura e nelle arti visive, il minimalismo ha fornito grandi risultati in musica (da John Cage a Philip Glass, etc.) e letteratura (Raymond Carver su tutti), nulla vieta di sognarne la piena realizzazione anche in ambito vitivinicolo.

Il primo approccio con La Contralta è proprio nel luogo eponimo, la tenuta in zona Le Saline, a Palau, che digrada verso la piccola spiaggia che ha dato il nome all’azienda. Un antico stazzo, filologicamente restaurato, offre un efficace complemento allo spettacolare panorama che già di per sé non avrebbe bisogno di presentazioni e consente ai partecipanti di sostare brevemente per un primo brindisi con un calice di Vermentino di Gallura Superiore Fiore del sasso 2019. Si tratta della primissima referenza prodotta, un vermentino in purezza maturato in acciaio sui lieviti con un’aggiunta del 20% dalla massa maturata in tonneau con macerazione. Un vino agile e prestante, con una invidiabile connotazione ancora “giovanile”, perfetto come biglietto da visita.

L’arrivo a Enas, in località Zappallì, ci mostra la nuovissima e moderna cantina (progettata e realizzata dallo studio Conzinu-Desteghene, di proprietà di due giovani ma già esperti architetti olbiesi), perfettamente integrata nel paesaggio, in cui è presente una confortevole sala degustazione affacciata sui vigneti. I vini aziendali vengono degustati durante il pranzo realizzato dallo chef Giorgio Barone, olbiese di origine ma attivo a livello nazionale. Primo vino degustato, il Fiore del sasso 2020, realizzato più o meno con le stesse modalità del millesimo precedente, con la differenza che l’aggiunta del 20% maturato in tonneau proviene in parte dalla massa in macerazione e in parte da vinificazione tradizionale in bianco. Anche questo millesimo conferma le doti del precedente: deciso ed elegante impatto olfattivo, palato ricco e teso, piacevole retrogusto amaricante. Si prosegue poi con il Sicut erat 2020, prodotto sempre con uve vermentino fermentate con lieviti autoctoni a contatto con le bucce per 67 giorni in anfora; nello stesso recipiente matura poi per 9 mesi prima dell’imbottigliamento. Un bianco dai profumi netti e variegati, in cui emergono anche delicate note di pasticceria, che entra al palato discreto e poi si impone con una lunga persistenza, oltre a mostrare un perfetto equilibrio nonostante la generosa dotazione alcolica. È quindi il turno del vino che ha ottenuto le 4 viti, simbolo dell’eccellenza, nell’ultima edizione della nostra Guida Vitae, Al sol brilla 2019. Un “orange wine” ottenuto da uve vermentino con fermentazione in tonneau per 15 giorni a contatto con le bucce, a cui segue la maturazione suddivisa fra 12 mesi in legno e 8 in acciaio prima dell’imbottigliamento. Un vino ricco e opulento, con sentori mielati e speziati e con una potenza aromatica e gustativa mai disgiunta dalla freschezza e dalla piacevolezza di beva.

Si passa quindi ai rossi, con le due annate finora prodotte del Cannonau L’ora grande, che fermenta in acciaio e matura per 6 mesi in barrique: il 2019, che ha già avuto importanti riconoscimenti dalla stampa specializzata, conferma l’agile e piacevole beva caratterizzata da un filo conduttore di note balsamiche, mentre è la golosa componente fruttata a marcare maggiormente il profilo del millesimo 2020. Arriva infine il momento del M’illumino 2019, ottenuto da uve carignano fermentate in acciaio che hanno maturato poi per 19 mesi un unico tonneau. La produzione è infatti molto limitata e vengono imbottigliati solo 350 magnum. Un rosso austero e potente, con un profilo olfattivo variegato (confettura di amarene, spezie piccanti, note balsamiche) e una dinamica gustativa piena e appagante, che mostra anche un buon potenziale evolutivo. In chiusura, Roberto Gariup riserva ai presenti una sorpresa che è anche una piacevole primizia: il campione di vasca di un Vermentino, ottenuto da uve appassite in pianta, che sta maturando in botte. Un vino “in fieri”, con un buon impatto olfattivo e un palato molto appetitoso, grazie alla dolcezza “controllata” e alla buona dote fresco-sapida.

È doveroso, a questo punto, dedicare qualche riga ai nomi dei vini. L’influenza friulana è ben presente anche in questo caso, visto che per buona parte delle etichette l’ispirazione è da ricercare nei versi del poeta triestino Umberto Saba: Contovello per Fiore del sasso, L’ora nostra per L’ora grande, Confine per Al sol brilla. Fanno eccezione M’illumino, ispirato alla celebre poesia Mattina di Giuseppe Ungaretti, e Sicut erat (espressione in lingua sarda mutuata dal latino), che rimanda alla popolare canzone “Nanneddu meu”, incisa fra gli altri anche dai Tazenda e basata sulla poesia A Nanni Sulis scritta a fine ‘800 dal tonarese Peppino Mereu: non a caso l’unico vino al momento maturato in anfora, secondo uno stile antico, “così com’era” una volta. E che fa eccezione anche per l’etichetta, ispirata ai telai e alle opere d’arte di Maria Lai.

Un’azienda giovane, nata solo tre anni fa, che ha dovuto subito affrontare il “battesimo di fuoco” di un biennio problematico come non mai. Ma le premesse per lavorare bene ci sono tutte.

“L’eresia del Cannonau” di Gesuino Némus

“L’eresia del Cannonau” di Gesuino Némus

Non ho mai capito quale sia il meccanismo razionale o irrazionale che guida la scelta di un libro; a volte è la copertina o quel titolo particolare; altre volte è la fama dell’autore o qualche vaga idea sul contenuto. Bisogna anche dire che spesso facciamo centro, in altri casi, invece, non ci prendiamo per niente. Se si tratta di un libro acquistato per intimo diletto, poco male; ma quando si tratta di un regalo, una scelta poco azzeccata può essere davvero deludente.
Devo dire che chi mi ha donato questo libro ha fatto centro; posso immaginare che la scelta sia stata dettata dalla presenza della parola “Cannonau” in copertina, ma credo che anche la recente ribalta dell’autore abbia ispirato una scelta che posso giudicare molto riuscita.
“L’eresia del Cannonau” di Gesuino Némus, pubblicato da Elliot edizioni, è il libro in questione.
L’autore, celato da uno pseudonimo e fino a qualche anno fa poco conosciuto, è venuto alla ribalta in tarda età con la sua opera prima (La teologia del cinghiale) che è arrivata a vincere il Premio Campiello nella specifica sezione dei lavori esordienti; premi ne sono arrivati anche dopo e credo che potrà aggiudicarsene altri per il suo stile narrativo molto avvincente, edotto e per quella strana commistione di linguaggi che spesso utilizza.
Una cosa è certa: la perfetta descrizione del paesaggio e lo sviscerato amore per il Cannonau tradiscono le origini ogliastrine, meglio jerzesi, di Gesuino Némus.
Ma torniamo al libro. Non saprei bene come classificarlo; diciamo che potrei ascrivere “L’eresia del Cannonau” alla categoria dei soft-thriller.
Singolare l’ambientazione e singolari i personaggi che animano la vicenda. Un ex detenuto milanese che va in Sardegna a trovare un vecchio compagno di cella; l’incontro con una donna, molto gentile, che potrebbe diventare la sua compagna per un futuro molto incerto. Un piccolo paesino tra il mare e la montagna; un prete di colore, animato da una vivace vena umoristica, che ha imparato a parlare in sardo; un neo Maresciallo dei Carabinieri burbero ma anche molto alla mano; un ultracentenario spara-sentenze al centro degli avvenimenti del piccolo borgo. Un bar, il Cannonau&Basta, attorno al quale si dipana tutta la storia e un gruppo di incalliti bevitori che animano racconti e impersonano aneddoti. Una bambina autistica si allontana dai genitori e scompare; un vecchio barbone eremita viene pestato a sangue; questi i misteri del racconto.
E il vino dov’è? Di Cannonau non se ne parla?
Del Cannonau è intriso il racconto, così come lo sono anche i personaggi, letteralmente!
Il vino non è protagonista ma è sempre presente; è un inusuale testimone, o meglio un compagno, di tutta la storia. Dalle copiose bevute degli avventori del Cannonau&Basta alla fantasiosa leggenda, narrata in una pseudo-agorà dal vegliardo ultracentenario, sulle origini del vitigno cannonau, così simile e così legato alla gente sarda.
Il sacro e il profano si intrecciano in concupiscenti riti baccanali tesi a esorcizzare superstizioni e ad alleviare le tensioni di una drammatica vicenda. L’angoscia di una famiglia che ha perso una figlia che si contrappone a un gruppo di buontemponi amanti del Cannonau che, però, si danno da fare nelle ricerche della bimba scomparsa tra la macchia mediterranea che avvolge i tacchi d’Ogliastra. Un ex carcerato continentale e un cane, chiamato Bregùngia (Vergogna), che improvvisamente diventano l’orgoglio del paese.
Ben costruito, piacevolissimo da leggere, a tratti ironico; assolutamente consigliato.
Buona lettura!

Crujos 2016

Crujos 2016

Ogni appezzamento di terreno, ogni tanca racchiude una parte che si eleva e si distingue rispetto a tutta la restante estensione. È strana l’alchimia che determina il maggiore valore di quel pezzetto di terra: la geologia del suolo, l’altitudine, l’esposizione, la pendenza, la capacità di drenaggio. Alle particolari condizioni microclimatiche si aggiungono aspetti pratici quali la vicinanza a sorgenti o corsi d’acqua, la struttura del terreno che ne facilita la lavorazione, la comodità di accesso e di percorrenza all’interno del podere. In quel punto le piante crescono rigogliose, danno una maggiore quantità di prodotto e i frutti esprimono il massimo valore qualitativo. Per questo motivo i proprietari ne vanno orgogliosi, lo lavorano alacremente e con maggiore piacere e ne traggono grandi soddisfazioni. Nella tradizione queste parcelle di particolare pregio venivano destinate in eredità a un figlio per il quale il proprietario aveva una particolare stima o forma di predilezione; spesso era il figlio o la figlia più piccola, quello che per questioni anagrafiche avrebbe lasciato la casa più tardi di tutti e avrebbe permesso al padre di lavorare quel piccolo podere più a lungo. Nel dialetto olianese questi fondi particolarmente pregevoli sono chiamati “crujos” (plurale di “cruju”) e vengono considerati dei piccoli tesori familiari.

La neonata cooperativa dei Vignaioli di Oliena ha condotto, tra le vigne dei propri soci, un’attenta selezione di parcelle che si distinguono per le particolari qualità del terreno, per l’età delle piante e per la loro storia di costante produzione qualitativa. Dalle uve provenienti dai filari di quei terreni particolarmente vocati hanno avviato la produzione di un Nepente di Oliena Riserva chiamato appunto “Crujos”.

Appunti di degustazione.

Colore rosso Rubino profondo e luminoso. Impatto olfattivo di grande intensità che esalta una ricca scia fruttata: composta di piccoli frutti scuri, more di rovo, mirtilli e bacche di mirto. La sosta nel calice e il contatto con l’aria propongono profumi diversi ogni volta che ci si accosta: tabacco golden Virginia e boeri. Bacche di ginepro e liquirizia dolce. Poi origano, foglie d’alloro, lavanda, mazzetto profumato e pot-pourri.

L’assaggio è tutto centrato sul frutto; presenta una morbidezza serica e il generoso calore alcolico si stempera piacevolmente in un tannino vellutato di nobile raffinatezza. Vino di grande struttura e dalla vivace dinamica gustativa; chiude con un finale lungo e composto, segnato da una ricca succosità fruttata, sorretta da una componente minerale dai toni cupi, con ricordi di grafite e polvere da sparo.

È un vino già maturo che dovrà affrontare la sfida con il tempo.

In abbinamento si potrebbe proporre con il parasangue (diaframma) al vino, con uno stracotto o con il sopraffino “prattu de cassa”, uno stufato di cacciagione con patate, cipolle ed erbe aromatiche, ottenuto con una cottura molto lenta, senza liquidi aggiunti, in due tegami di rame martellato e stagnato chiusi a conchiglia.

Servito in ampi calici a tulipano ad una temperatura intorno ai 16 °C per permettere di apprezzare l’evoluzione dei profumi del vino durante la sosta nel bicchiere.

Mamojà – Il racconto di un territorio

Mamojà – Il racconto di un territorio

Mamoiada è un comune del nuorese di circa 2500 abitanti che giace a una quota di 650 m s.l.m.  con un territorio prevalentemente costituito da suoli granitici. I vigneti hanno una elevazione che varia dai 550 m ai 750 m e in alcuni casi arrivano a superare la ragguardevole quota di 900 m. Il vitigno prevalente è il cannonau.

Alcuni documenti attestano che nel 1855 l’attività produttiva prevalente era la pastorizia e che le vigne occupavano circa 60 ettari, tutti rivolti a soddisfare il fabbisogno delle varie famiglie; la viticoltura era solo una attività complementare. L’arrivo della fillossera determinò la quasi totale distruzione del vigneto mamoiadino. Dopo la prima decade del ’900 iniziò una lenta azione di reimpianto e recupero delle vigne che nel secondo dopoguerra raggiunsero un’estensione di circa 200 ettari. Negli anni ’50, come accaduto in molte altre aree della Sardegna, venne costituita una cantina cooperativa che diede un importante impulso alla coltivazione e all’aumento della superficie vitata che arrivò a rasentare i 400 ettari, trasformando la viticoltura in una attività produttiva vera e propria. Tuttavia il vino prodotto non fu apprezzato dalla locale popolazione; tutti rimanevano legati ad arcaiche tecniche di coltivazione e a tradizionali metodi di vinificazione; insomma quel “vinu ‘e cantina” non piaceva. Il vino era ritenuto sofisticato, non all’altezza del tradizionale prodotto delle cantine casalinghe e non ebbe successo. Non trovando buoni riscontri in casa, la cantina sociale di Mamoiada non poteva sperare di incontrare migliori fortune in trasferta e ben presto quel progetto fallì portando alla chiusura della cooperativa nel 1980.

Nei vent’anni successivi molti continuarono a fare il vino in casa; ben 200 cantine familiari che producevano e vendevano vino sfuso. Nel 2000 un gruppo di produttori più intraprendenti decise di ritentare l’esperienza cooperativa; erano in otto e concordarono di affidare il frutto della loro vendemmia a una cantina del Campidano che lavorava le uve per conto terzi con l’intento di verificare le reali potenzialità delle vigne e del vino di Mamoiada. Le prime tremila bottiglie riscossero consensi lusinghieri: “parede vinu ’e vidda”. L’esperimento fu ripetuto arrivando quadruplicare la produzione, ma non c’erano i presupposti per continuare insieme. Ognuno portò avanti il proprio progetto produttivo mantenendo però vivo un solido rapporto di collaborazione.

Le basi erano state gettate e nel 2015 si costituì l’associazione Mamojà volta a consorziare e tutelare tutti i produttori di Mamoiada. Venne creato un marchio territoriale e un logo identitario. Nel frattempo nacquero molte altre cantine; oggi se ne contano una ventina tra le associate.

I principi perseguiti dall’associazione sono pochi ma pienamente condivisi da tutti: tutela del territorio, coltivazione biologica e tradizionale, rispetto della materia prima, bando della chimica in vigna e in cantina, impiego solo dei lieviti indigeni, fermentazione alcolica e malolattica spontanee, ridotto impiego di anidride solforosa, limitato ricorso a filtrazioni e chiarifiche. L’obiettivo: ottenere un vino arcaico nella fattura ma attuale nella qualità e nella degustazione; un vino che sappia conservare il frutto e il territorio.

Per esprimere meglio il concetto l’associazione Mamojà ha invitato gli associati a portare i propri vini per una degustazione pubblica; ben undici produttori hanno risposto alla chiamata con l’intento di raccontare il proprio territorio attraverso il vino.

DOC Cannonau di Sardegna, NIGHEDDU 2016, Cantina Gaia.

Rubino con una luce che vive di trasparenze. Fruttati croccanti in sequenza: ribes, ciliegia e marasca. Soffi floreali di rosa e iris, accompagnati da tenui cenni di grafite. Bella la dinamica gustativa con evidente preponderanza della freschezza e un tannino ben presente ma non sfacciato in una gradevole matrice fruttata e sapida.

DOC Cannonau di Sardegna, VIKEVIKE 2016, Cantina VikeVike.

Da viti di 12 anni, Simone Sedilesu produce questo Cannonau dal manto rubino scuro. Anche il profilo olfattivo tende ai toni scuri: visciole, prugne e more di rovo; le rose dai petali scuri e vellutati, le viole del pensiero e gradevoli ricordi di liquirizia. Al gusto il tannino è protagonista; lentamente si stempera in una succosa freschezza fruttata. Chiusura sapida quasi ematica.

DOC Cannonau di Sardegna, BERTERU 2016, Cantina Gungui.

Vino di un rubino cupo, quasi a tinte noir. Apre sui toni della frutta matura: mirtillo, gelsa scusa e mirto. Delicati i floreali di mirto, poi liquirizia e noce moscata. All’approccio gustativo è morbido e carezzevole; c’è una sensazione di pseudo-dolcezza aromatica. L’asse acido-sapido bilancia le sensazioni morbide in simbiosi con un tannino di una discreta e gradevole eleganza.

DOC Cannonau di Sardegna, ISTIMAU 2016, Cantina Montisci-Vitzizai.

Una vigna di 9 anni collocata a 600 m di quota ci da questo Cannonau che tra le sottili trasparenze mostra un vivace colore rubino. Grande intensità di profumi; ciliegia sotto spirito, prugna e more in confettura. La liquirizia nera e il territoriale elicriso completano un elegante bagaglio olfattivo. Il sorso è asciutto, perentorio ma nitido. Il calore alcolico si percepisce ma è ingentilito da un apporto acido-sapido su piacevoli declinazioni fruttate.

DOC Cannonau di Sardegna, Cannonau 2016, Pub Agricolo.

L’insolita etichetta viene prodotta da vigne di 12-15 anni poste a 700 m di quota  e ci propone un vino di bel rubino che inizia a virare verso il granato. Si presenta con profumi fruttati e floreali: rosa e viola, mirtilli e more di rovo; torna la liquirizia. L’attacco gustativo è bello, equilibrato: fresco e morbido. Il tannino e l’alcol giocano ruoli da comparsa, si rivelano appena, con discrezione.

IGT Isola dei Nuraghi, MUZANU 2016, Azienda Vitivinicola Muzanu.

Manto granato ricco di nuance rubino. Profumi secondari e terziari; confettura di mora e mirtillo, creme de cassis. Conserva i floreali della lavanda e del pot-pourri. Poi le note di evoluzione vaniglia, liquirizia, cuoio, tabacco, mentolo e bacche di ginepro. La beva rivela un grande contrasto di opposti. Ingresso balsamico e fresco. Ritmo gustativo vivace e piacevole per la varietà dei contributi. Chiude ricco e succoso con un corroborante soffio alcolico.

DOC Cannonau di Sardegna, DELEDDA 2015, Tenute Bonamici.

Su vigne di 14 anni a 670 m di altitudine maturano i grappoli da cui è stato prodotto questo vino. Vivace colore rubino tendente al granato. Il profilo olfattivo è costituito da molteplici contributi: il fruttato di ciliegie e more, il minerale della grafite e della polvere da sparo e le note balsamico-vegetali della macchia mediterranea. Al palato si propone piacevolmente sapido e morbido; si distende su un ricco finale fruttato decisamente sapido. Tannini eleganti e misurati.

DOC Cannonau di Sardegna, EMINAS 2015, Eminas.

Un’azienda di sole donne che a 650 m di quota cura vigneti di età tra i 40 e i 100 anni. Il vino si presenta in una luminosa veste granato. Nei profumi ricorda una donna dolce ma decisa: vaniglia, ciliegia, piccoli frutti rossi, pepe nero, elicriso, liquirizia, note balsamiche di ginepro e sbuffi d’incenso. Al gusto è asciutto, senza mezze misure. Tannino perentorio che si lascia addolcire da una gradevole nota vanigliata. Finale sapido e persistente.

DOC Cannonau di Sardegna, ZIBBO 2015, Cantina Marco Canneddu.

Sono vigne vecchie tra i 60 e gli 80 anni quelle coltivate per produrre questo Cannonau dal colore granato. Ricco e complesso il contributo olfattivo; frutta secca e disidratata: prugna e noce. Poi cuoio, grafite, Mon-Cherì, pot-pourri, lavanda e sapa di vino, mostacciolo. Ricco, morbido e caldo al gusto; importante apporto fruttato su toni di fichi secchi e noci.

DOC Cannonau di Sardegna Riserva, Giuseppe Sedilesu 2010, Azienda Vitivinicola Giuseppe Sedilesu.

Avvolto in un manto di un intenso colore granato si presenta questo Cannonau vinificato con uve di vigneti vetusti (70-100 anni) allevati in altura. I profumi terziari dominano lo spettro olfattivo con contributi di cacao, boeri, liquirizia, mandorle tostate, sottobosco, cuoio e foglie d’alloro, avvolti in cenni eterei che ricordano la cera lacca. Impressiona per la vivacità di gusto; tannino sontuoso e di grande spessore. Un soffio balsamico rinfresca e rende la beva molto piacevole.

IGT Barbagia, TZIU SIMONE 2016, Cantina Francesco Cadinu.

Le uve cannonau vinificate nella tipologia rosato dolce sembrano appartenere alla tradizione della vinificazione mamoiadina. Tonalità rosa chiaretto vivacizzato da ammalianti sfumature con il colore del corallo. Gradevole dotazione di profumi: rosa, peonia, lamponi, fragoline di bosco e succo di melagrana; poi zucchero filato e fiori di vite. Al gusto propone la dolcezza zuccherina della frutta matura; tutto è avvolto in una delicata morbidezza con un tocco di acidità a rinfrescare la beva.

 

Oddoene, un cru possibile

Oddoene, un cru possibile

Ci sono casi in cui la bella sintesi del “triangolo virtuoso” (luogo, vitigno e memoria), coniata da Sandro Sangiorgi, ha una straordinaria coerenza: il luogo è la valle di Oddoene, la memoria la trovo nel baffo arguto di Antonio Berritta, il vitigno resta lui, il cannonau.

Innocenti evasioni (il luogo)

Camminare per le vigne di Oddoene (Dorgali) ravviva lo stupore che si prova nel poter comprimere un luogo in una bottiglia. Si resta sopraffatti da uno scenario geologico di forte suggestione, come se fossimo giunti da chissà quale area inurbata lontanissima anni luce. Senza scomodare troppo il profilo pedoclimatico, basta lo sguardo, anche quello mio incompetente, per intuire che questo luogo non poteva che dare buoni frutti. Granito in disfacimento in primis, ma soprattutto forti escursioni termiche giorno-notte, con i versanti basaltici e calcarei che accumulano calore e lo cedono alla piccola valle, come un caldo abbraccio. Qui si porta a maturazione ottimale quella specie tanto comune quanto eterogenea per esiti enologici, che è l’uva cannonau. È il microclima a fare la differenza molto più del suolo, dove la vite dimora accanto a ulivi e alberi da frutto. Un paesaggio composito che racconta molto bene la fatica dell’uomo e il lungo processo di addomesticamento prodotto su un’area selvatica, male vissuta persino dai caprai cento anni fa.

Mi ritorni in mente (la memoria)

Da Oddoene è partita la prima esperienza di cantina cooperativa agli albori del ‘900, come rinascita dalle ceneri della fillossera. Oggi è areale vocato per il Cannonau Classico, accanto alle zone storiche del vigneto dorgalese: Filieri e Isalle. Ognuna con condizioni pedoclimatiche differenti, mi dice Giampaolo Sanna, agronomo della Cantina Dorgali, dove si lavorano uve maturate in situazioni molto eterogenee. Antonio Berritta conferisce qui da decenni. Per un periodo ne è stato anche presidente. Oggi i figli vinificano parte delle loro uve in proprio. Berritta è memoria storica di questa valle, a cui ha dedicato persino un libro, La grande vallata. Le diverse parcelle del vigneto di Oddoene rivelano ricche vicende umane, vale la pena ascoltarle. Lui è persona conviviale e non si nega alle mie curiosità:

“Questa prima vigna che vedi è stata acquistata da Nanneddu (Ruca) Corrias, oggi novantenne. E’ stato lui a fare la selezione dei ceppi seguendo un procedimento empirico per decenni, vendemmia dopo vendemmia. Da lì sono partito per la selezione massale, con gli innesti di un clone cannonau già ben acclimatato in questo luogo”.

Poi mi indica qua e là piccole porzioni di vigneto con caratteri di giacitura ben definiti, separati appena da un sentiero tra i filari. Infine la osserviamo dall’alto quella valle che lui conosce palmo a palmo. Ragioniamo sull’anzianità, l’abbandono e il rinnovo di piccoli vigneti, alcuni terrazzati.

Ancora tu (il vitigno)

Si affaccia il concetto di cru, se preferite atto finale del più complesso lavoro di zonazione, che qualche giorno prima ho cercato di approfondire ancora con Giampaolo Sanna e Carlo Mazzuoli (enologo Cantina Dorgali). Definire se un Cannonau è Isalle o Filieri oppure Oddoene, richiede rigore tecnico in vigna e in cantina, studio dei cloni, microvinificazioni, ecc. Ci vuole tempo, ma è uno scenario possibile. Il dato: le ottime uve di Oddoene sono un dono della natura, soprattutto il carattere del Cannonau qui ha buona possibilità di manifestarsi nella sua atavica dimensione. Intanto, gli assaggi mi riportano all’origine della mia visita: il profilo sensoriale di questi Cannonau in purezza nella zona classica. Ne riporto due ad esempio: Vigna di Isalle 2015 (Cantina Dorgali, Isalle) e Thurcalesu 2014 (Cantina Berritta, Oddoene). Due buoni Cannonau di territorio (non è qui un facile abuso del termine), con profili gusto-olfattivi davvero tipici. Vigna di Isalle è il Cannonau che manderei nello spazio. Un vino icona identitaria, da vigna storica proprietà della Cantina Dorgali.

Thurcalesu, ottenuto da un’unica parcella di vigneto, lo terrei invece su questo pianeta, anzi su quest’isola come memento per noi sardi che lo beviamo da sempre il Cannonau, ma perdiamo a volte il senso della sobria eleganza di alcuni vini che ci sono familiari. Come i manufatti della cultura contadina, dove si legge il lavoro umano e la bellezza rurale del luogo a cui appartengono. Si ritorna così alla monumentale sintesi del “triangolo virtuoso” (luogo, memoria, vitigno) pensata da Sandro Sangiorgi o, se si vuole, a una definizione di “Classico” che abbia un senso compiuto.