“L’eresia del Cannonau” di Gesuino Némus

“L’eresia del Cannonau” di Gesuino Némus

Non ho mai capito quale sia il meccanismo razionale o irrazionale che guida la scelta di un libro; a volte è la copertina o quel titolo particolare; altre volte è la fama dell’autore o qualche vaga idea sul contenuto. Bisogna anche dire che spesso facciamo centro, in altri casi, invece, non ci prendiamo per niente. Se si tratta di un libro acquistato per intimo diletto, poco male; ma quando si tratta di un regalo, una scelta poco azzeccata può essere davvero deludente.
Devo dire che chi mi ha donato questo libro ha fatto centro; posso immaginare che la scelta sia stata dettata dalla presenza della parola “Cannonau” in copertina, ma credo che anche la recente ribalta dell’autore abbia ispirato una scelta che posso giudicare molto riuscita.
“L’eresia del Cannonau” di Gesuino Némus, pubblicato da Elliot edizioni, è il libro in questione.
L’autore, celato da uno pseudonimo e fino a qualche anno fa poco conosciuto, è venuto alla ribalta in tarda età con la sua opera prima (La teologia del cinghiale) che è arrivata a vincere il Premio Campiello nella specifica sezione dei lavori esordienti; premi ne sono arrivati anche dopo e credo che potrà aggiudicarsene altri per il suo stile narrativo molto avvincente, edotto e per quella strana commistione di linguaggi che spesso utilizza.
Una cosa è certa: la perfetta descrizione del paesaggio e lo sviscerato amore per il Cannonau tradiscono le origini ogliastrine, meglio jerzesi, di Gesuino Némus.
Ma torniamo al libro. Non saprei bene come classificarlo; diciamo che potrei ascrivere “L’eresia del Cannonau” alla categoria dei soft-thriller.
Singolare l’ambientazione e singolari i personaggi che animano la vicenda. Un ex detenuto milanese che va in Sardegna a trovare un vecchio compagno di cella; l’incontro con una donna, molto gentile, che potrebbe diventare la sua compagna per un futuro molto incerto. Un piccolo paesino tra il mare e la montagna; un prete di colore, animato da una vivace vena umoristica, che ha imparato a parlare in sardo; un neo Maresciallo dei Carabinieri burbero ma anche molto alla mano; un ultracentenario spara-sentenze al centro degli avvenimenti del piccolo borgo. Un bar, il Cannonau&Basta, attorno al quale si dipana tutta la storia e un gruppo di incalliti bevitori che animano racconti e impersonano aneddoti. Una bambina autistica si allontana dai genitori e scompare; un vecchio barbone eremita viene pestato a sangue; questi i misteri del racconto.
E il vino dov’è? Di Cannonau non se ne parla?
Del Cannonau è intriso il racconto, così come lo sono anche i personaggi, letteralmente!
Il vino non è protagonista ma è sempre presente; è un inusuale testimone, o meglio un compagno, di tutta la storia. Dalle copiose bevute degli avventori del Cannonau&Basta alla fantasiosa leggenda, narrata in una pseudo-agorà dal vegliardo ultracentenario, sulle origini del vitigno cannonau, così simile e così legato alla gente sarda.
Il sacro e il profano si intrecciano in concupiscenti riti baccanali tesi a esorcizzare superstizioni e ad alleviare le tensioni di una drammatica vicenda. L’angoscia di una famiglia che ha perso una figlia che si contrappone a un gruppo di buontemponi amanti del Cannonau che, però, si danno da fare nelle ricerche della bimba scomparsa tra la macchia mediterranea che avvolge i tacchi d’Ogliastra. Un ex carcerato continentale e un cane, chiamato Bregùngia (Vergogna), che improvvisamente diventano l’orgoglio del paese.
Ben costruito, piacevolissimo da leggere, a tratti ironico; assolutamente consigliato.
Buona lettura!

Crujos 2016

Crujos 2016

Ogni appezzamento di terreno, ogni tanca racchiude una parte che si eleva e si distingue rispetto a tutta la restante estensione. È strana l’alchimia che determina il maggiore valore di quel pezzetto di terra: la geologia del suolo, l’altitudine, l’esposizione, la pendenza, la capacità di drenaggio. Alle particolari condizioni microclimatiche si aggiungono aspetti pratici quali la vicinanza a sorgenti o corsi d’acqua, la struttura del terreno che ne facilita la lavorazione, la comodità di accesso e di percorrenza all’interno del podere. In quel punto le piante crescono rigogliose, danno una maggiore quantità di prodotto e i frutti esprimono il massimo valore qualitativo. Per questo motivo i proprietari ne vanno orgogliosi, lo lavorano alacremente e con maggiore piacere e ne traggono grandi soddisfazioni. Nella tradizione queste parcelle di particolare pregio venivano destinate in eredità a un figlio per il quale il proprietario aveva una particolare stima o forma di predilezione; spesso era il figlio o la figlia più piccola, quello che per questioni anagrafiche avrebbe lasciato la casa più tardi di tutti e avrebbe permesso al padre di lavorare quel piccolo podere più a lungo. Nel dialetto olianese questi fondi particolarmente pregevoli sono chiamati “crujos” (plurale di “cruju”) e vengono considerati dei piccoli tesori familiari.

La neonata cooperativa dei Vignaioli di Oliena ha condotto, tra le vigne dei propri soci, un’attenta selezione di parcelle che si distinguono per le particolari qualità del terreno, per l’età delle piante e per la loro storia di costante produzione qualitativa. Dalle uve provenienti dai filari di quei terreni particolarmente vocati hanno avviato la produzione di un Nepente di Oliena Riserva chiamato appunto “Crujos”.

Appunti di degustazione.

Colore rosso Rubino profondo e luminoso. Impatto olfattivo di grande intensità che esalta una ricca scia fruttata: composta di piccoli frutti scuri, more di rovo, mirtilli e bacche di mirto. La sosta nel calice e il contatto con l’aria propongono profumi diversi ogni volta che ci si accosta: tabacco golden Virginia e boeri. Bacche di ginepro e liquirizia dolce. Poi origano, foglie d’alloro, lavanda, mazzetto profumato e pot-pourri.

L’assaggio è tutto centrato sul frutto; presenta una morbidezza serica e il generoso calore alcolico si stempera piacevolmente in un tannino vellutato di nobile raffinatezza. Vino di grande struttura e dalla vivace dinamica gustativa; chiude con un finale lungo e composto, segnato da una ricca succosità fruttata, sorretta da una componente minerale dai toni cupi, con ricordi di grafite e polvere da sparo.

È un vino già maturo che dovrà affrontare la sfida con il tempo.

In abbinamento si potrebbe proporre con il parasangue (diaframma) al vino, con uno stracotto o con il sopraffino “prattu de cassa”, uno stufato di cacciagione con patate, cipolle ed erbe aromatiche, ottenuto con una cottura molto lenta, senza liquidi aggiunti, in due tegami di rame martellato e stagnato chiusi a conchiglia.

Servito in ampi calici a tulipano ad una temperatura intorno ai 16 °C per permettere di apprezzare l’evoluzione dei profumi del vino durante la sosta nel bicchiere.

Mamojà – Il racconto di un territorio

Mamojà – Il racconto di un territorio

Mamoiada è un comune del nuorese di circa 2500 abitanti che giace a una quota di 650 m s.l.m.  con un territorio prevalentemente costituito da suoli granitici. I vigneti hanno una elevazione che varia dai 550 m ai 750 m e in alcuni casi arrivano a superare la ragguardevole quota di 900 m. Il vitigno prevalente è il cannonau.

Alcuni documenti attestano che nel 1855 l’attività produttiva prevalente era la pastorizia e che le vigne occupavano circa 60 ettari, tutti rivolti a soddisfare il fabbisogno delle varie famiglie; la viticoltura era solo una attività complementare. L’arrivo della fillossera determinò la quasi totale distruzione del vigneto mamoiadino. Dopo la prima decade del ’900 iniziò una lenta azione di reimpianto e recupero delle vigne che nel secondo dopoguerra raggiunsero un’estensione di circa 200 ettari. Negli anni ’50, come accaduto in molte altre aree della Sardegna, venne costituita una cantina cooperativa che diede un importante impulso alla coltivazione e all’aumento della superficie vitata che arrivò a rasentare i 400 ettari, trasformando la viticoltura in una attività produttiva vera e propria. Tuttavia il vino prodotto non fu apprezzato dalla locale popolazione; tutti rimanevano legati ad arcaiche tecniche di coltivazione e a tradizionali metodi di vinificazione; insomma quel “vinu ‘e cantina” non piaceva. Il vino era ritenuto sofisticato, non all’altezza del tradizionale prodotto delle cantine casalinghe e non ebbe successo. Non trovando buoni riscontri in casa, la cantina sociale di Mamoiada non poteva sperare di incontrare migliori fortune in trasferta e ben presto quel progetto fallì portando alla chiusura della cooperativa nel 1980.

Nei vent’anni successivi molti continuarono a fare il vino in casa; ben 200 cantine familiari che producevano e vendevano vino sfuso. Nel 2000 un gruppo di produttori più intraprendenti decise di ritentare l’esperienza cooperativa; erano in otto e concordarono di affidare il frutto della loro vendemmia a una cantina del Campidano che lavorava le uve per conto terzi con l’intento di verificare le reali potenzialità delle vigne e del vino di Mamoiada. Le prime tremila bottiglie riscossero consensi lusinghieri: “parede vinu ’e vidda”. L’esperimento fu ripetuto arrivando quadruplicare la produzione, ma non c’erano i presupposti per continuare insieme. Ognuno portò avanti il proprio progetto produttivo mantenendo però vivo un solido rapporto di collaborazione.

Le basi erano state gettate e nel 2015 si costituì l’associazione Mamojà volta a consorziare e tutelare tutti i produttori di Mamoiada. Venne creato un marchio territoriale e un logo identitario. Nel frattempo nacquero molte altre cantine; oggi se ne contano una ventina tra le associate.

I principi perseguiti dall’associazione sono pochi ma pienamente condivisi da tutti: tutela del territorio, coltivazione biologica e tradizionale, rispetto della materia prima, bando della chimica in vigna e in cantina, impiego solo dei lieviti indigeni, fermentazione alcolica e malolattica spontanee, ridotto impiego di anidride solforosa, limitato ricorso a filtrazioni e chiarifiche. L’obiettivo: ottenere un vino arcaico nella fattura ma attuale nella qualità e nella degustazione; un vino che sappia conservare il frutto e il territorio.

Per esprimere meglio il concetto l’associazione Mamojà ha invitato gli associati a portare i propri vini per una degustazione pubblica; ben undici produttori hanno risposto alla chiamata con l’intento di raccontare il proprio territorio attraverso il vino.

DOC Cannonau di Sardegna, NIGHEDDU 2016, Cantina Gaia.

Rubino con una luce che vive di trasparenze. Fruttati croccanti in sequenza: ribes, ciliegia e marasca. Soffi floreali di rosa e iris, accompagnati da tenui cenni di grafite. Bella la dinamica gustativa con evidente preponderanza della freschezza e un tannino ben presente ma non sfacciato in una gradevole matrice fruttata e sapida.

DOC Cannonau di Sardegna, VIKEVIKE 2016, Cantina VikeVike.

Da viti di 12 anni, Simone Sedilesu produce questo Cannonau dal manto rubino scuro. Anche il profilo olfattivo tende ai toni scuri: visciole, prugne e more di rovo; le rose dai petali scuri e vellutati, le viole del pensiero e gradevoli ricordi di liquirizia. Al gusto il tannino è protagonista; lentamente si stempera in una succosa freschezza fruttata. Chiusura sapida quasi ematica.

DOC Cannonau di Sardegna, BERTERU 2016, Cantina Gungui.

Vino di un rubino cupo, quasi a tinte noir. Apre sui toni della frutta matura: mirtillo, gelsa scusa e mirto. Delicati i floreali di mirto, poi liquirizia e noce moscata. All’approccio gustativo è morbido e carezzevole; c’è una sensazione di pseudo-dolcezza aromatica. L’asse acido-sapido bilancia le sensazioni morbide in simbiosi con un tannino di una discreta e gradevole eleganza.

DOC Cannonau di Sardegna, ISTIMAU 2016, Cantina Montisci-Vitzizai.

Una vigna di 9 anni collocata a 600 m di quota ci da questo Cannonau che tra le sottili trasparenze mostra un vivace colore rubino. Grande intensità di profumi; ciliegia sotto spirito, prugna e more in confettura. La liquirizia nera e il territoriale elicriso completano un elegante bagaglio olfattivo. Il sorso è asciutto, perentorio ma nitido. Il calore alcolico si percepisce ma è ingentilito da un apporto acido-sapido su piacevoli declinazioni fruttate.

DOC Cannonau di Sardegna, Cannonau 2016, Pub Agricolo.

L’insolita etichetta viene prodotta da vigne di 12-15 anni poste a 700 m di quota  e ci propone un vino di bel rubino che inizia a virare verso il granato. Si presenta con profumi fruttati e floreali: rosa e viola, mirtilli e more di rovo; torna la liquirizia. L’attacco gustativo è bello, equilibrato: fresco e morbido. Il tannino e l’alcol giocano ruoli da comparsa, si rivelano appena, con discrezione.

IGT Isola dei Nuraghi, MUZANU 2016, Azienda Vitivinicola Muzanu.

Manto granato ricco di nuance rubino. Profumi secondari e terziari; confettura di mora e mirtillo, creme de cassis. Conserva i floreali della lavanda e del pot-pourri. Poi le note di evoluzione vaniglia, liquirizia, cuoio, tabacco, mentolo e bacche di ginepro. La beva rivela un grande contrasto di opposti. Ingresso balsamico e fresco. Ritmo gustativo vivace e piacevole per la varietà dei contributi. Chiude ricco e succoso con un corroborante soffio alcolico.

DOC Cannonau di Sardegna, DELEDDA 2015, Tenute Bonamici.

Su vigne di 14 anni a 670 m di altitudine maturano i grappoli da cui è stato prodotto questo vino. Vivace colore rubino tendente al granato. Il profilo olfattivo è costituito da molteplici contributi: il fruttato di ciliegie e more, il minerale della grafite e della polvere da sparo e le note balsamico-vegetali della macchia mediterranea. Al palato si propone piacevolmente sapido e morbido; si distende su un ricco finale fruttato decisamente sapido. Tannini eleganti e misurati.

DOC Cannonau di Sardegna, EMINAS 2015, Eminas.

Un’azienda di sole donne che a 650 m di quota cura vigneti di età tra i 40 e i 100 anni. Il vino si presenta in una luminosa veste granato. Nei profumi ricorda una donna dolce ma decisa: vaniglia, ciliegia, piccoli frutti rossi, pepe nero, elicriso, liquirizia, note balsamiche di ginepro e sbuffi d’incenso. Al gusto è asciutto, senza mezze misure. Tannino perentorio che si lascia addolcire da una gradevole nota vanigliata. Finale sapido e persistente.

DOC Cannonau di Sardegna, ZIBBO 2015, Cantina Marco Canneddu.

Sono vigne vecchie tra i 60 e gli 80 anni quelle coltivate per produrre questo Cannonau dal colore granato. Ricco e complesso il contributo olfattivo; frutta secca e disidratata: prugna e noce. Poi cuoio, grafite, Mon-Cherì, pot-pourri, lavanda e sapa di vino, mostacciolo. Ricco, morbido e caldo al gusto; importante apporto fruttato su toni di fichi secchi e noci.

DOC Cannonau di Sardegna Riserva, Giuseppe Sedilesu 2010, Azienda Vitivinicola Giuseppe Sedilesu.

Avvolto in un manto di un intenso colore granato si presenta questo Cannonau vinificato con uve di vigneti vetusti (70-100 anni) allevati in altura. I profumi terziari dominano lo spettro olfattivo con contributi di cacao, boeri, liquirizia, mandorle tostate, sottobosco, cuoio e foglie d’alloro, avvolti in cenni eterei che ricordano la cera lacca. Impressiona per la vivacità di gusto; tannino sontuoso e di grande spessore. Un soffio balsamico rinfresca e rende la beva molto piacevole.

IGT Barbagia, TZIU SIMONE 2016, Cantina Francesco Cadinu.

Le uve cannonau vinificate nella tipologia rosato dolce sembrano appartenere alla tradizione della vinificazione mamoiadina. Tonalità rosa chiaretto vivacizzato da ammalianti sfumature con il colore del corallo. Gradevole dotazione di profumi: rosa, peonia, lamponi, fragoline di bosco e succo di melagrana; poi zucchero filato e fiori di vite. Al gusto propone la dolcezza zuccherina della frutta matura; tutto è avvolto in una delicata morbidezza con un tocco di acidità a rinfrescare la beva.

 

Oddoene, un cru possibile

Oddoene, un cru possibile

Ci sono casi in cui la bella sintesi del “triangolo virtuoso” (luogo, vitigno e memoria), coniata da Sandro Sangiorgi, ha una straordinaria coerenza: il luogo è la valle di Oddoene, la memoria la trovo nel baffo arguto di Antonio Berritta, il vitigno resta lui, il cannonau.

Innocenti evasioni (il luogo)

Camminare per le vigne di Oddoene (Dorgali) ravviva lo stupore che si prova nel poter comprimere un luogo in una bottiglia. Si resta sopraffatti da uno scenario geologico di forte suggestione, come se fossimo giunti da chissà quale area inurbata lontanissima anni luce. Senza scomodare troppo il profilo pedoclimatico, basta lo sguardo, anche quello mio incompetente, per intuire che questo luogo non poteva che dare buoni frutti. Granito in disfacimento in primis, ma soprattutto forti escursioni termiche giorno-notte, con i versanti basaltici e calcarei che accumulano calore e lo cedono alla piccola valle, come un caldo abbraccio. Qui si porta a maturazione ottimale quella specie tanto comune quanto eterogenea per esiti enologici, che è l’uva cannonau. È il microclima a fare la differenza molto più del suolo, dove la vite dimora accanto a ulivi e alberi da frutto. Un paesaggio composito che racconta molto bene la fatica dell’uomo e il lungo processo di addomesticamento prodotto su un’area selvatica, male vissuta persino dai caprai cento anni fa.

Mi ritorni in mente (la memoria)

Da Oddoene è partita la prima esperienza di cantina cooperativa agli albori del ‘900, come rinascita dalle ceneri della fillossera. Oggi è areale vocato per il Cannonau Classico, accanto alle zone storiche del vigneto dorgalese: Filieri e Isalle. Ognuna con condizioni pedoclimatiche differenti, mi dice Giampaolo Sanna, agronomo della Cantina Dorgali, dove si lavorano uve maturate in situazioni molto eterogenee. Antonio Berritta conferisce qui da decenni. Per un periodo ne è stato anche presidente. Oggi i figli vinificano parte delle loro uve in proprio. Berritta è memoria storica di questa valle, a cui ha dedicato persino un libro, La grande vallata. Le diverse parcelle del vigneto di Oddoene rivelano ricche vicende umane, vale la pena ascoltarle. Lui è persona conviviale e non si nega alle mie curiosità:

“Questa prima vigna che vedi è stata acquistata da Nanneddu (Ruca) Corrias, oggi novantenne. E’ stato lui a fare la selezione dei ceppi seguendo un procedimento empirico per decenni, vendemmia dopo vendemmia. Da lì sono partito per la selezione massale, con gli innesti di un clone cannonau già ben acclimatato in questo luogo”.

Poi mi indica qua e là piccole porzioni di vigneto con caratteri di giacitura ben definiti, separati appena da un sentiero tra i filari. Infine la osserviamo dall’alto quella valle che lui conosce palmo a palmo. Ragioniamo sull’anzianità, l’abbandono e il rinnovo di piccoli vigneti, alcuni terrazzati.

Ancora tu (il vitigno)

Si affaccia il concetto di cru, se preferite atto finale del più complesso lavoro di zonazione, che qualche giorno prima ho cercato di approfondire ancora con Giampaolo Sanna e Carlo Mazzuoli (enologo Cantina Dorgali). Definire se un Cannonau è Isalle o Filieri oppure Oddoene, richiede rigore tecnico in vigna e in cantina, studio dei cloni, microvinificazioni, ecc. Ci vuole tempo, ma è uno scenario possibile. Il dato: le ottime uve di Oddoene sono un dono della natura, soprattutto il carattere del Cannonau qui ha buona possibilità di manifestarsi nella sua atavica dimensione. Intanto, gli assaggi mi riportano all’origine della mia visita: il profilo sensoriale di questi Cannonau in purezza nella zona classica. Ne riporto due ad esempio: Vigna di Isalle 2015 (Cantina Dorgali, Isalle) e Thurcalesu 2014 (Cantina Berritta, Oddoene). Due buoni Cannonau di territorio (non è qui un facile abuso del termine), con profili gusto-olfattivi davvero tipici. Vigna di Isalle è il Cannonau che manderei nello spazio. Un vino icona identitaria, da vigna storica proprietà della Cantina Dorgali.

Thurcalesu, ottenuto da un’unica parcella di vigneto, lo terrei invece su questo pianeta, anzi su quest’isola come memento per noi sardi che lo beviamo da sempre il Cannonau, ma perdiamo a volte il senso della sobria eleganza di alcuni vini che ci sono familiari. Come i manufatti della cultura contadina, dove si legge il lavoro umano e la bellezza rurale del luogo a cui appartengono. Si ritorna così alla monumentale sintesi del “triangolo virtuoso” (luogo, memoria, vitigno) pensata da Sandro Sangiorgi o, se si vuole, a una definizione di “Classico” che abbia un senso compiuto.