Un sabato a Mamoiada

Un sabato a Mamoiada

Molto spesso le belle esperienze capitano un po’ per caso, e consentono di realizzare propositi tenuti a lungo in sospeso, in attesa del momento più adatto. Grazie all’intraprendenza di Denise Dessena, valente Degustatrice AIS originaria di Benetutti e trapiantata in Franciacorta, appartenente quindi alla Delegazione di Brescia, è stato possibile trascorrere una mezza giornata nel cuore della Barbagia, a Mamoiada. Vero e proprio cru – o meglio, insieme di cru – all’interno dell’areale del Cannonau di Sardegna Classico, Mamoiada è unanimemente riconosciuta come patria di alcuni tra i vini isolani più riusciti e caratteristici. La presenza di alcune delle vigne più alte e più vecchie dell’isola e la storica perizia dei vignaioli locali spiegano solo in parte il successo delle etichette provenienti da questo piccolo centro barbaricino. Qui si tocca con mano la rappresentazione plastica del concetto di terroir, un modo di essere, uno stato d’animo, un “mood” che accomunano gli appartenenti a questa comunità, riflettendosi in maniera esatta nei vini che qui vengono prodotti.

Le condizioni meteo poco propizie hanno impedito di visitare i vigneti, però il contatto ravvicinato con i produttori ha consentito di vivere ugualmente in maniera diretta la realtà locale.

La prima tappa del blitz ha riguardato l’azienda di Giovanni Montisci, conosciuto in tutta Italia – e anche all’estero – come sinonimo di Cannonau. Per quanto circondato da grande considerazione e innumerevoli riconoscimenti di critica e pubblico, Giovanni rimane un viticoltore appassionato e schietto, che bada al sodo e invece di perdersi in complicate argomentazioni preferisce far parlare i suoi vini. Si parte con una delle ultime bottiglie rimaste, dalle 600 iniziali, di Barrosu Rosato 2017 (ecco, l’esiguità della produzione è davvero croce e delizia dei vini Montisci, indice di qualità ma anche fonte di rimpianto): ottenuto da uve cannonau dopo una macerazione di poche ore – controllata a vista, minuto per minuto da Giovanni – questo rosato dalla tonalità quasi provenzale stupisce per carattere ed eleganza. All’olfatto di fiori e frutti rossi segue un assaggio deciso e persistente. Arriva poi il momento dei bianchi macerativi, chiamati Modestu, per una sorta di contrappasso rispetto allo spavaldo nome Barrosu che fin dall’inizio ha battezzato i rossi aziendali. Entrambi provenienti dalla vendemmia 2017 e con una produzione che si attesta sempre sulle 600 bottiglie, rappresentano una riuscita trasposizione locale dello stile macerativo friulano. Degustiamo per primo quello ottenuto da uve granazza, la varietà locale a bacca bianca che storicamente inframezzava i filari di cannonau nel vigneto mamoiadino. Al naso propone raffinati profumi autunnali e al gusto regala un sorprendente equilibrio: il leggero residuo zuccherino si sposa benissimo con la vibrante acidità e la leggera astringenza. Pienezza gustativa e lungo finale non sono una sorpresa nei vini di Giovanni Montisci, e lo stesso avviene con il Modestu a base moscato. L’esplosione aromatica iniziale lascia via via spazio ad una fisionomia strutturata e incardinata sull’equilibrio fra carezze gliceriche e vigore fresco/sapido.

Ma è ora di passare ai rossi: si parte con il Barrosu 2017, appena imbottigliato, giovane e scalpitante. La gradevole dolcezza del frutto monopolizza il primo impatto, seguita poi al robusto intreccio di alcol generoso e tannini da domare. Equilibrio in divenire, ma siamo sulla strada buona. Per completezza, Giovanni ci propone un campione di botte del futuro Barrosu 2018 e l’impressione è quella di trovarsi di fronte ad un enfant prodige. Ma ci sarà tempo per parlarne, anche perché arriva nei nostri bicchieri la regina della casa, la Riserva Franzisca (dedicata a Francesca, la moglie di Giovanni), nella nuova versione del millesimo 2016. Naso austero, con l’esuberanza alcolica a veicolare la sequenza di frutti rossi e neri, spezie piccanti, sentori erbacei e refoli balsamici. Al gusto, il tannino ancora un po’ ruvido non preclude il godimento di una mirabile pienezza gustativa, con un lunghissimo ed elegante finale. Si chiude con una chicca, il Moscato dolce, piccolissima produzione per il consumo familiare: una dolce carezza aromatica ravvivata da sentori iodati, quasi da vino muffato. Ma ormai si è fatta ora di pranzo e il nostro gruppetto viene condotto da Giovanni Montisci e Andrea Mele, giovane e dinamico vignaiolo e fac-totum, all’enoteca-ristorante La Rossa, nel centro del paese. Un locale accogliente che, oltre alle etichette dei produttori dell’associazione Mamojà, propone una piccola ma significativa selezione di vini e birre artigianali isolani e una cucina di buon livello.

Durante il pranzo degustiamo alcuni vini, iniziando con un bis del Barrosu 2017, che ci convince ancora di più in compagnia degli ottimi formaggi e salumi locali. Poi è la volta del Bobotti 2017, prodotto dalla cantina Sannas di Piergraziano Sanna. Un Cannonau giovane e fresco, con generosi sentori fruttati e una bocca austera e composta. In chiusura, il Cannonau Istimau 2016 della cantina Montisci-Vitzizzai. Gianluigi Montisci è cugino di Giovanni e, come si dice in questi casi, buon sangue non mente. L’impatto olfattivo è rustico ed affascinante, incardinato su frutta e spezie. All’assaggio mostra eleganza, struttura e persistenza.

Salutiamo il gentilissimo titolare dell’enoteca La Rossa e ci spostiamo a casa Melis, per incontrare le tre sorelle fondatrici dell’azienda Eminas. Troviamo Emanuela e Maria Antonietta, mentre l’unica assente, Roberta, ha lasciato in rappresentanza sua figlia, la piccola Elisabetta. Una storia davvero speciale quella della famiglia Melis e dell’azienda Eminas, meriterebbe un articolo a parte (e sicuramente lo avrà…). Un universo tutto al femminile che attraversa tre generazioni, con la quarta già pronta ad unirsi al gruppo. Le eleganti bottiglie dell’unico vino prodotto (chiamato anch’esso Eminas) riportano come etichetta il segno grafico di un’impronta digitale che assume le fattezze del profilo della nonna. Assaggiamo le due annate finora prodotte: la 2016, imbottigliata lo scorso luglio, si presenta con un ammaliante colore rubino carico e un corredo olfattivo di grande fascino che propone in sequenza frutti rossi, spezie piccanti e aggraziati sentori balsamici. Al gusto il tannino è ancora un po’ ruvido, ma la beva ricca e gustosa conduce al finale in cui ritorna prepotente la nota balsamica. Il millesimo 2015 , molto simile, mostra una speziatura dolce più marcata e, ovviamente, una complessiva maggiore completezza, con tannini rifiniti e un elegante ed austero finale. Il tempo è tiranno, purtroppo, e a malincuore dobbiamo salutare sas ’Eminas per recarci all’ultimo appuntamento, quello con Luca Gungui. Avevo scambiato alcuni messaggi con Luca all’inizio dell’anno, in occasione dell’articolo sul Cannonau per la rivista Vitae, e finalmente ho la possibilità di incontrarlo di persona. La sua tavernetta è molto caratteristica e accogliente, lui estremamente cordiale e disponibile. Ci propone subito una chicca: un Cannonau dell’annata 2017 destinato al consumo familiare, in quanto proveniente dalla prima raccolta di una vigna nuova. Il risultato è sorprendente: grande concentrazione nel vivacissimo colore rubino (anche per le rese bassissime, circa 400 gr. di uva per ceppo!), naso imperniato su un croccante frutto rosso affiancato da inaspettati toni fumé. Al gusto convince per l’equilibrio, la bevibilità e il finale nuovamente su note affumicate. Mentre parliamo di questo vino sperimentale, Luca Gungui propone un vero e proprio coup de théâtre, stappando una delle ultime bottiglie rimaste del Berteru Riserva 2015 (lo stesso che inserii nell’articolo per la rivista), stavolta in formato Magnum. A distanza di qualche mese ritrovo questa riserva ancora più affascinante, grazie anche alla permanenza nella bottiglia di grande formato. Il timbro olfattivo ricco e austero di frutti rossi e spezie prelude a una fase gustativa saporita e di grande eleganza. L’acidità accompagna con decisione la beva, in un assaggio equilibrato, generoso e con un lunghissimo finale, elegante e territoriale. Il modo migliore per salutare Mamoiada perché, purtroppo, anche in questo caso è arrivato velocissimo il momento dei saluti, a Luca e a tutta l’accogliente comunità mamoiadina. Ci torneremo, questo è sicuro!

 

 

Mamojà – Il racconto di un territorio

Mamojà – Il racconto di un territorio

Mamoiada è un comune del nuorese di circa 2500 abitanti che giace a una quota di 650 m s.l.m.  con un territorio prevalentemente costituito da suoli granitici. I vigneti hanno una elevazione che varia dai 550 m ai 750 m e in alcuni casi arrivano a superare la ragguardevole quota di 900 m. Il vitigno prevalente è il cannonau.

Alcuni documenti attestano che nel 1855 l’attività produttiva prevalente era la pastorizia e che le vigne occupavano circa 60 ettari, tutti rivolti a soddisfare il fabbisogno delle varie famiglie; la viticoltura era solo una attività complementare. L’arrivo della fillossera determinò la quasi totale distruzione del vigneto mamoiadino. Dopo la prima decade del ’900 iniziò una lenta azione di reimpianto e recupero delle vigne che nel secondo dopoguerra raggiunsero un’estensione di circa 200 ettari. Negli anni ’50, come accaduto in molte altre aree della Sardegna, venne costituita una cantina cooperativa che diede un importante impulso alla coltivazione e all’aumento della superficie vitata che arrivò a rasentare i 400 ettari, trasformando la viticoltura in una attività produttiva vera e propria. Tuttavia il vino prodotto non fu apprezzato dalla locale popolazione; tutti rimanevano legati ad arcaiche tecniche di coltivazione e a tradizionali metodi di vinificazione; insomma quel “vinu ‘e cantina” non piaceva. Il vino era ritenuto sofisticato, non all’altezza del tradizionale prodotto delle cantine casalinghe e non ebbe successo. Non trovando buoni riscontri in casa, la cantina sociale di Mamoiada non poteva sperare di incontrare migliori fortune in trasferta e ben presto quel progetto fallì portando alla chiusura della cooperativa nel 1980.

Nei vent’anni successivi molti continuarono a fare il vino in casa; ben 200 cantine familiari che producevano e vendevano vino sfuso. Nel 2000 un gruppo di produttori più intraprendenti decise di ritentare l’esperienza cooperativa; erano in otto e concordarono di affidare il frutto della loro vendemmia a una cantina del Campidano che lavorava le uve per conto terzi con l’intento di verificare le reali potenzialità delle vigne e del vino di Mamoiada. Le prime tremila bottiglie riscossero consensi lusinghieri: “parede vinu ’e vidda”. L’esperimento fu ripetuto arrivando quadruplicare la produzione, ma non c’erano i presupposti per continuare insieme. Ognuno portò avanti il proprio progetto produttivo mantenendo però vivo un solido rapporto di collaborazione.

Le basi erano state gettate e nel 2015 si costituì l’associazione Mamojà volta a consorziare e tutelare tutti i produttori di Mamoiada. Venne creato un marchio territoriale e un logo identitario. Nel frattempo nacquero molte altre cantine; oggi se ne contano una ventina tra le associate.

I principi perseguiti dall’associazione sono pochi ma pienamente condivisi da tutti: tutela del territorio, coltivazione biologica e tradizionale, rispetto della materia prima, bando della chimica in vigna e in cantina, impiego solo dei lieviti indigeni, fermentazione alcolica e malolattica spontanee, ridotto impiego di anidride solforosa, limitato ricorso a filtrazioni e chiarifiche. L’obiettivo: ottenere un vino arcaico nella fattura ma attuale nella qualità e nella degustazione; un vino che sappia conservare il frutto e il territorio.

Per esprimere meglio il concetto l’associazione Mamojà ha invitato gli associati a portare i propri vini per una degustazione pubblica; ben undici produttori hanno risposto alla chiamata con l’intento di raccontare il proprio territorio attraverso il vino.

DOC Cannonau di Sardegna, NIGHEDDU 2016, Cantina Gaia.

Rubino con una luce che vive di trasparenze. Fruttati croccanti in sequenza: ribes, ciliegia e marasca. Soffi floreali di rosa e iris, accompagnati da tenui cenni di grafite. Bella la dinamica gustativa con evidente preponderanza della freschezza e un tannino ben presente ma non sfacciato in una gradevole matrice fruttata e sapida.

DOC Cannonau di Sardegna, VIKEVIKE 2016, Cantina VikeVike.

Da viti di 12 anni, Simone Sedilesu produce questo Cannonau dal manto rubino scuro. Anche il profilo olfattivo tende ai toni scuri: visciole, prugne e more di rovo; le rose dai petali scuri e vellutati, le viole del pensiero e gradevoli ricordi di liquirizia. Al gusto il tannino è protagonista; lentamente si stempera in una succosa freschezza fruttata. Chiusura sapida quasi ematica.

DOC Cannonau di Sardegna, BERTERU 2016, Cantina Gungui.

Vino di un rubino cupo, quasi a tinte noir. Apre sui toni della frutta matura: mirtillo, gelsa scusa e mirto. Delicati i floreali di mirto, poi liquirizia e noce moscata. All’approccio gustativo è morbido e carezzevole; c’è una sensazione di pseudo-dolcezza aromatica. L’asse acido-sapido bilancia le sensazioni morbide in simbiosi con un tannino di una discreta e gradevole eleganza.

DOC Cannonau di Sardegna, ISTIMAU 2016, Cantina Montisci-Vitzizai.

Una vigna di 9 anni collocata a 600 m di quota ci da questo Cannonau che tra le sottili trasparenze mostra un vivace colore rubino. Grande intensità di profumi; ciliegia sotto spirito, prugna e more in confettura. La liquirizia nera e il territoriale elicriso completano un elegante bagaglio olfattivo. Il sorso è asciutto, perentorio ma nitido. Il calore alcolico si percepisce ma è ingentilito da un apporto acido-sapido su piacevoli declinazioni fruttate.

DOC Cannonau di Sardegna, Cannonau 2016, Pub Agricolo.

L’insolita etichetta viene prodotta da vigne di 12-15 anni poste a 700 m di quota  e ci propone un vino di bel rubino che inizia a virare verso il granato. Si presenta con profumi fruttati e floreali: rosa e viola, mirtilli e more di rovo; torna la liquirizia. L’attacco gustativo è bello, equilibrato: fresco e morbido. Il tannino e l’alcol giocano ruoli da comparsa, si rivelano appena, con discrezione.

IGT Isola dei Nuraghi, MUZANU 2016, Azienda Vitivinicola Muzanu.

Manto granato ricco di nuance rubino. Profumi secondari e terziari; confettura di mora e mirtillo, creme de cassis. Conserva i floreali della lavanda e del pot-pourri. Poi le note di evoluzione vaniglia, liquirizia, cuoio, tabacco, mentolo e bacche di ginepro. La beva rivela un grande contrasto di opposti. Ingresso balsamico e fresco. Ritmo gustativo vivace e piacevole per la varietà dei contributi. Chiude ricco e succoso con un corroborante soffio alcolico.

DOC Cannonau di Sardegna, DELEDDA 2015, Tenute Bonamici.

Su vigne di 14 anni a 670 m di altitudine maturano i grappoli da cui è stato prodotto questo vino. Vivace colore rubino tendente al granato. Il profilo olfattivo è costituito da molteplici contributi: il fruttato di ciliegie e more, il minerale della grafite e della polvere da sparo e le note balsamico-vegetali della macchia mediterranea. Al palato si propone piacevolmente sapido e morbido; si distende su un ricco finale fruttato decisamente sapido. Tannini eleganti e misurati.

DOC Cannonau di Sardegna, EMINAS 2015, Eminas.

Un’azienda di sole donne che a 650 m di quota cura vigneti di età tra i 40 e i 100 anni. Il vino si presenta in una luminosa veste granato. Nei profumi ricorda una donna dolce ma decisa: vaniglia, ciliegia, piccoli frutti rossi, pepe nero, elicriso, liquirizia, note balsamiche di ginepro e sbuffi d’incenso. Al gusto è asciutto, senza mezze misure. Tannino perentorio che si lascia addolcire da una gradevole nota vanigliata. Finale sapido e persistente.

DOC Cannonau di Sardegna, ZIBBO 2015, Cantina Marco Canneddu.

Sono vigne vecchie tra i 60 e gli 80 anni quelle coltivate per produrre questo Cannonau dal colore granato. Ricco e complesso il contributo olfattivo; frutta secca e disidratata: prugna e noce. Poi cuoio, grafite, Mon-Cherì, pot-pourri, lavanda e sapa di vino, mostacciolo. Ricco, morbido e caldo al gusto; importante apporto fruttato su toni di fichi secchi e noci.

DOC Cannonau di Sardegna Riserva, Giuseppe Sedilesu 2010, Azienda Vitivinicola Giuseppe Sedilesu.

Avvolto in un manto di un intenso colore granato si presenta questo Cannonau vinificato con uve di vigneti vetusti (70-100 anni) allevati in altura. I profumi terziari dominano lo spettro olfattivo con contributi di cacao, boeri, liquirizia, mandorle tostate, sottobosco, cuoio e foglie d’alloro, avvolti in cenni eterei che ricordano la cera lacca. Impressiona per la vivacità di gusto; tannino sontuoso e di grande spessore. Un soffio balsamico rinfresca e rende la beva molto piacevole.

IGT Barbagia, TZIU SIMONE 2016, Cantina Francesco Cadinu.

Le uve cannonau vinificate nella tipologia rosato dolce sembrano appartenere alla tradizione della vinificazione mamoiadina. Tonalità rosa chiaretto vivacizzato da ammalianti sfumature con il colore del corallo. Gradevole dotazione di profumi: rosa, peonia, lamponi, fragoline di bosco e succo di melagrana; poi zucchero filato e fiori di vite. Al gusto propone la dolcezza zuccherina della frutta matura; tutto è avvolto in una delicata morbidezza con un tocco di acidità a rinfrescare la beva.