da Antonio Massaiu - Delegazione di Nuoro | Ott 8, 2018 | Articoli, Il bicchiere mezzo pieno
Da quando sono diventato sommelier ho assaggiato decine di vini, e applicando i principi della tecnica della degustazione sono sempre andato alla ricerca delle principali caratteristiche sensoriali per poter poi descrivere al meglio il vino. Devo dire, però, che talvolta capita di bere dei vini che soverchiano le tue capacità e ti lasciano interdetto e senza parole. Allora che fai? Stai zitto; te li godi e ti lasci andare in uno stupefatto: “Wow!”.
È un po’ quello che mi è accaduto quando, invitato a casa di amici per pranzo, mi sono ritrovato davanti una bottiglia, accuratamente stappata qualche ora prima, di Barolo Sperss 1994 – Gaja.
Un nome che per chi frequenta il mondo della sommellerie non ha certo bisogno di presentazioni. Gaja è uno stimatissimo produttore piemontese di vini, protagonista di un autentico rinascimento e precursore dalla riscossa anche economica dei vini italiani, ma soprattutto è il padre di prestigiosissime etichette ambite da tutti gli intenditori e collezionisti, in grado di strappare quotazioni di prezzo da capogiro.
Nonostante tutto, lo Sperss è un vino che ha spesso esercitato il ruolo del “pomo della discordia”. Le ragioni sono molteplici; infatti quando Angelo Gaja acquisì il celebre vigneto di Marenca-Rivette, nel territorio di Serralunga d’Alba, realizzando i desideri e i sogni di suo padre Giovanni, tutti mormorarono che uno di Barbaresco era venuto a comprare vigne in terra di Barolo; poi quando iniziò a produrre da quella vigna, in linea con la filosofia aziendale e familiare, decise di chiamare il vino con un nome di fantasia, “Sperss” appunto. Ciò fece gridare allo scandalo, in quanto i Barolo più prestigiosi sono tradizionalmente chiamati con la denominazione della vigna o del cru da cui vengono prodotti. Immaginate poi quando, col millesimo del 1996, optò per la rinuncia alla celeberrima DOCG per trasformare lo Sperss in un Langhe Nebbiolo DOC. Una scelta fatta per liberarsi dai vincoli di un disciplinare produttivo molto rigoroso e per permettersi ampi spazi di sperimentazione, finalizzati alla ricerca di un vino tendente alla perfezione. Una cosa è certa: malgrado tutte le polemiche lo Sperss è sempre stato un grandissimo vino e nella degustazione ha sempre messo d’accordo tutti.
Barolo Sperss 1994 – Gaja
Veste di colore aranciato di impressionante vividezza le cui trasparenze si impreziosiscono di luminosi riflessi corallo e molteplici nuance che ricoprono l’intero spettro cromatico compreso tra il rosso e l’arancio. Profumi di grande intensità coi sentori terziari in evidenza; speziato e tostato su tutto: cannella, noce moscata, pepe nero e chiodo di garofano. Poi tabacco scuro, cuoio, caffè tostato e cacao, refoli fumé. Col trascorrere del tempo nel calice si sviluppano note di funghi, corteccia, sottobosco e muschio. Soggiungono lontani ricordi floreali, pot-pourri, e fruttati di noci, carrube e frutti di bosco disidratati. È balsamico, tra mentolo e anice stellato. Goudron è il giusto descrittore che tratteggia l’aspetto minerale. Il sorso è sapido e ricco. Tannino abbondante e diffuso, ma è di grandissima fattura e raffinatezza, morbido e serico, crea una sinestetica pseudo-dolcezza gustativa che si riverbera in bocca dando all’assaggio una sorta di spessore tridimensionale. Tantissimi gli aromi che si sprigionano in perfetta coerenza con l’esame olfattivo, arricchiti da una succosa presenza fruttata. La chiusura è sapida, terragna, quasi ematica, per una persistenza da era geologica. La durata degli aromi di bocca è incredibile, sembra che il vino voglia parlarti e continui a raccontarti la sua storia. È un vino di fattura sublime i cui pregi tendono a sommarsi donando alla degustazione una quarta dimensione: quella delle emozioni.
Sicuramente da proporre in abbinamento coi brasati della grande tradizione culinaria piemontese, anche con carne di selvaggina per esaltare al meglio le doti di questo autentico monumento dell’enologia.
da Antonio Massaiu - Delegazione di Nuoro | Mar 18, 2018 | Articoli, Il bicchiere mezzo pieno, Rubriche, Senza categoria
Panzale è il nome di un vitigno autoctono coltivato nell’areale produttivo di Dorgali, in provincia di Nuoro. È una vite rara che veniva principalmente coltivata per la produzione di uve da tavola e per la preparazione dell’uva passa secondo la tradizionale metodologia locale. Qualcuno pensò anche di poterne eseguire una vinificazione, dopo aver lasciato appassire le uve, per la produzione di piccole quantità di vino dolce da consumarsi in occasione delle feste familiari.
Deve essere proprio conseguentemente all’assaggio di uno di questi introvabili vini passiti casalinghi da uve panzale che Antonio Fronteddu, per tutti “Berritta”, rimase folgorato; quei profumi e quegli aromi gli sembravano degni di un grande vino e la vinificazione di quelle uve poteva portare a risultati dal grande potenziale qualitativo.
Tuttavia è ben noto che la realizzazione di un sogno spesso passa per tappe dure e difficili; la prima delle quali fu quella di procurarsi delle marze dagli anziani e gelosi custodi di quelle viti che rischiavano di scomparire; cominciò così a innestare alcuni filari da destinare a una produzione sperimentale. Le prove in cantina furono forse anche più complicate: occorreva decidere che tipo di vino produrre. Molteplici furono i tentativi partendo proprio dalla produzione di vino passito dolce; ma non sembrava quello il destino delle uve panzale. Alla fine fu trovata la quadratura del cerchio con la vinificazione di un vino secco dall’interessante profilo aromatico.
Oggi la Cantina Berritta è l’unica a produrre e imbottigliare il Panzale, un vino che ha già alle spalle qualche vendemmia da annoverare; due saranno le protagoniste di questo racconto: l’annata 2016 e il millesimo 2013.

PANZALE 2016, Isola dei Nuraghi IGT – Cantina Berritta.
Paglierino carico e vivace; una grande luce di riflessi investe il calice. L’attacco olfattivo è minerale sorretto da un crescendo di accordi agrumati; fiori e frutti: zagara, pompelmo, zest di cedro e lime; contributi vegetali che ricordano la foglia e il picciolo del mandarino. Ma anche camomilla e margherite di campo, pietra focaia, note piriche e toni fumé su vaghi ricordi di arachidi tostate. L’assaggio è caratterizzato da un’importante spinta acida, quasi citrina, eppure c’è una bella intonazione con le note morbide che rendono piacevole un sorso decisamente fresco e minerale che chiude con un tenue soffio ammandorlato.
PANZALE 2013, Vino Bianco – Cantina Berritta.
Splendente veste dorata; colore intatto, bellissimo. Il complesso corredo olfattivo si compone di profumi puliti e netti. L’attacco è dominato dai sentori minerali di talco, cipria e salgemma; agrumi a profusione: pompìa, marmellata di limoni e di arance amare. Seguono intense note di frutti tropicali, elicriso e zafferano, erba Luisa e toni vagamente mentolati. È bello attardarsi nell’esame olfattivo per cogliere le sfumature che col tempo il vino rilascia: tè al gelsomino e al bergamotto, miele, incenso e canfora. Al gusto è composto, forse meno complesso che al naso. Sono di nuovo gli agrumi i protagonisti, arricchiti da note speziate di cannella, pepe bianco e zenzero. C’è grande vivacità gustativa: il vino è fresco e sapido con una grande estrazione glicerica che rende il sorso pieno, gradevole, raffinato. Finale prolungato su toni speziato-minerali e agrumati.
Il carattere del vino Panzale giovane si sposa con i piatti della cucina di mare, semplice e non troppo elaborata, a base di crostacei. La versione invecchiata invece è da proporre con preparazioni complesse di alta cucina a base di pesce anche accompagnato con salse.
La degustazione comparata di due annate non contigue del vino ottenuto dal vitigno panzale ci propone prodotti fini e dall’indubbio valore qualitativo e ci fa presagire il loro notevole potenziale evolutivo. Per una analisi più accurata sarebbe forse meglio poter eseguire una degustazione di una verticale che abbracci almeno cinque o più millesimi, anche non consecutivi, con le relative indicazioni sull’andamento climatico delle singole annate.
L’aspetto forse più interessante da osservare è nel carattere del vino; un vino che non ti aspetti. Un unicum, niente di simile a quanto assaggiato finora tra le produzioni della Sardegna; in una degustazione alla cieca, per il bagaglio aromatico, potrebbe benissimo essere scambiato per un vino di latitudini nordiche, ma la dotazione alcolica e la ricchezza glicerica tendono a tradirne l’origine mediterranea.
da Antonio Massaiu - Delegazione di Nuoro | Feb 18, 2018 | Articoli
Mamoiada è un comune del nuorese di circa 2500 abitanti che giace a una quota di 650 m s.l.m. con un territorio prevalentemente costituito da suoli granitici. I vigneti hanno una elevazione che varia dai 550 m ai 750 m e in alcuni casi arrivano a superare la ragguardevole quota di 900 m. Il vitigno prevalente è il cannonau.
Alcuni documenti attestano che nel 1855 l’attività produttiva prevalente era la pastorizia e che le vigne occupavano circa 60 ettari, tutti rivolti a soddisfare il fabbisogno delle varie famiglie; la viticoltura era solo una attività complementare. L’arrivo della fillossera determinò la quasi totale distruzione del vigneto mamoiadino. Dopo la prima decade del ’900 iniziò una lenta azione di reimpianto e recupero delle vigne che nel secondo dopoguerra raggiunsero un’estensione di circa 200 ettari. Negli anni ’50, come accaduto in molte altre aree della Sardegna, venne costituita una cantina cooperativa che diede un importante impulso alla coltivazione e all’aumento della superficie vitata che arrivò a rasentare i 400 ettari, trasformando la viticoltura in una attività produttiva vera e propria. Tuttavia il vino prodotto non fu apprezzato dalla locale popolazione; tutti rimanevano legati ad arcaiche tecniche di coltivazione e a tradizionali metodi di vinificazione; insomma quel “vinu ‘e cantina” non piaceva. Il vino era ritenuto sofisticato, non all’altezza del tradizionale prodotto delle cantine casalinghe e non ebbe successo. Non trovando buoni riscontri in casa, la cantina sociale di Mamoiada non poteva sperare di incontrare migliori fortune in trasferta e ben presto quel progetto fallì portando alla chiusura della cooperativa nel 1980.
Nei vent’anni successivi molti continuarono a fare il vino in casa; ben 200 cantine familiari che producevano e vendevano vino sfuso. Nel 2000 un gruppo di produttori più intraprendenti decise di ritentare l’esperienza cooperativa; erano in otto e concordarono di affidare il frutto della loro vendemmia a una cantina del Campidano che lavorava le uve per conto terzi con l’intento di verificare le reali potenzialità delle vigne e del vino di Mamoiada. Le prime tremila bottiglie riscossero consensi lusinghieri: “parede vinu ’e vidda”. L’esperimento fu ripetuto arrivando quadruplicare la produzione, ma non c’erano i presupposti per continuare insieme. Ognuno portò avanti il proprio progetto produttivo mantenendo però vivo un solido rapporto di collaborazione.
Le basi erano state gettate e nel 2015 si costituì l’associazione Mamojà volta a consorziare e tutelare tutti i produttori di Mamoiada. Venne creato un marchio territoriale e un logo identitario. Nel frattempo nacquero molte altre cantine; oggi se ne contano una ventina tra le associate.
I principi perseguiti dall’associazione sono pochi ma pienamente condivisi da tutti: tutela del territorio, coltivazione biologica e tradizionale, rispetto della materia prima, bando della chimica in vigna e in cantina, impiego solo dei lieviti indigeni, fermentazione alcolica e malolattica spontanee, ridotto impiego di anidride solforosa, limitato ricorso a filtrazioni e chiarifiche. L’obiettivo: ottenere un vino arcaico nella fattura ma attuale nella qualità e nella degustazione; un vino che sappia conservare il frutto e il territorio.
Per esprimere meglio il concetto l’associazione Mamojà ha invitato gli associati a portare i propri vini per una degustazione pubblica; ben undici produttori hanno risposto alla chiamata con l’intento di raccontare il proprio territorio attraverso il vino.

DOC Cannonau di Sardegna, NIGHEDDU 2016, Cantina Gaia.
Rubino con una luce che vive di trasparenze. Fruttati croccanti in sequenza: ribes, ciliegia e marasca. Soffi floreali di rosa e iris, accompagnati da tenui cenni di grafite. Bella la dinamica gustativa con evidente preponderanza della freschezza e un tannino ben presente ma non sfacciato in una gradevole matrice fruttata e sapida.
DOC Cannonau di Sardegna, VIKEVIKE 2016, Cantina VikeVike.
Da viti di 12 anni, Simone Sedilesu produce questo Cannonau dal manto rubino scuro. Anche il profilo olfattivo tende ai toni scuri: visciole, prugne e more di rovo; le rose dai petali scuri e vellutati, le viole del pensiero e gradevoli ricordi di liquirizia. Al gusto il tannino è protagonista; lentamente si stempera in una succosa freschezza fruttata. Chiusura sapida quasi ematica.
DOC Cannonau di Sardegna, BERTERU 2016, Cantina Gungui.
Vino di un rubino cupo, quasi a tinte noir. Apre sui toni della frutta matura: mirtillo, gelsa scusa e mirto. Delicati i floreali di mirto, poi liquirizia e noce moscata. All’approccio gustativo è morbido e carezzevole; c’è una sensazione di pseudo-dolcezza aromatica. L’asse acido-sapido bilancia le sensazioni morbide in simbiosi con un tannino di una discreta e gradevole eleganza.
DOC Cannonau di Sardegna, ISTIMAU 2016, Cantina Montisci-Vitzizai.
Una vigna di 9 anni collocata a 600 m di quota ci da questo Cannonau che tra le sottili trasparenze mostra un vivace colore rubino. Grande intensità di profumi; ciliegia sotto spirito, prugna e more in confettura. La liquirizia nera e il territoriale elicriso completano un elegante bagaglio olfattivo. Il sorso è asciutto, perentorio ma nitido. Il calore alcolico si percepisce ma è ingentilito da un apporto acido-sapido su piacevoli declinazioni fruttate.
DOC Cannonau di Sardegna, Cannonau 2016, Pub Agricolo.
L’insolita etichetta viene prodotta da vigne di 12-15 anni poste a 700 m di quota e ci propone un vino di bel rubino che inizia a virare verso il granato. Si presenta con profumi fruttati e floreali: rosa e viola, mirtilli e more di rovo; torna la liquirizia. L’attacco gustativo è bello, equilibrato: fresco e morbido. Il tannino e l’alcol giocano ruoli da comparsa, si rivelano appena, con discrezione.
IGT Isola dei Nuraghi, MUZANU 2016, Azienda Vitivinicola Muzanu.
Manto granato ricco di nuance rubino. Profumi secondari e terziari; confettura di mora e mirtillo, creme de cassis. Conserva i floreali della lavanda e del pot-pourri. Poi le note di evoluzione vaniglia, liquirizia, cuoio, tabacco, mentolo e bacche di ginepro. La beva rivela un grande contrasto di opposti. Ingresso balsamico e fresco. Ritmo gustativo vivace e piacevole per la varietà dei contributi. Chiude ricco e succoso con un corroborante soffio alcolico.
DOC Cannonau di Sardegna, DELEDDA 2015, Tenute Bonamici.
Su vigne di 14 anni a 670 m di altitudine maturano i grappoli da cui è stato prodotto questo vino. Vivace colore rubino tendente al granato. Il profilo olfattivo è costituito da molteplici contributi: il fruttato di ciliegie e more, il minerale della grafite e della polvere da sparo e le note balsamico-vegetali della macchia mediterranea. Al palato si propone piacevolmente sapido e morbido; si distende su un ricco finale fruttato decisamente sapido. Tannini eleganti e misurati.
DOC Cannonau di Sardegna, EMINAS 2015, Eminas.
Un’azienda di sole donne che a 650 m di quota cura vigneti di età tra i 40 e i 100 anni. Il vino si presenta in una luminosa veste granato. Nei profumi ricorda una donna dolce ma decisa: vaniglia, ciliegia, piccoli frutti rossi, pepe nero, elicriso, liquirizia, note balsamiche di ginepro e sbuffi d’incenso. Al gusto è asciutto, senza mezze misure. Tannino perentorio che si lascia addolcire da una gradevole nota vanigliata. Finale sapido e persistente.
DOC Cannonau di Sardegna, ZIBBO 2015, Cantina Marco Canneddu.
Sono vigne vecchie tra i 60 e gli 80 anni quelle coltivate per produrre questo Cannonau dal colore granato. Ricco e complesso il contributo olfattivo; frutta secca e disidratata: prugna e noce. Poi cuoio, grafite, Mon-Cherì, pot-pourri, lavanda e sapa di vino, mostacciolo. Ricco, morbido e caldo al gusto; importante apporto fruttato su toni di fichi secchi e noci.
DOC Cannonau di Sardegna Riserva, Giuseppe Sedilesu 2010, Azienda Vitivinicola Giuseppe Sedilesu.
Avvolto in un manto di un intenso colore granato si presenta questo Cannonau vinificato con uve di vigneti vetusti (70-100 anni) allevati in altura. I profumi terziari dominano lo spettro olfattivo con contributi di cacao, boeri, liquirizia, mandorle tostate, sottobosco, cuoio e foglie d’alloro, avvolti in cenni eterei che ricordano la cera lacca. Impressiona per la vivacità di gusto; tannino sontuoso e di grande spessore. Un soffio balsamico rinfresca e rende la beva molto piacevole.
IGT Barbagia, TZIU SIMONE 2016, Cantina Francesco Cadinu.
Le uve cannonau vinificate nella tipologia rosato dolce sembrano appartenere alla tradizione della vinificazione mamoiadina. Tonalità rosa chiaretto vivacizzato da ammalianti sfumature con il colore del corallo. Gradevole dotazione di profumi: rosa, peonia, lamponi, fragoline di bosco e succo di melagrana; poi zucchero filato e fiori di vite. Al gusto propone la dolcezza zuccherina della frutta matura; tutto è avvolto in una delicata morbidezza con un tocco di acidità a rinfrescare la beva.