Alvaréga 2018

Confesso che iniziare questo pezzo è stato molto più difficile che tirare giù le note di degustazione a seguito dell’assaggio del vino. L’incertezza è scaturita proprio dalla necessità di scrivere una parte introduttiva che potesse in qualche modo rendere merito alla grandezza e alla fama del produttore. Certo non devo essere io a presentare ai lettori Giovanni Battista Columbu; per intenderci quell’anziano signore che viene intervistato nella parte finale di Mondovino, il film di Jonathan Nossiter; quell’insegnante barbaricino, trasferitosi in Planargia, che nei primi anni settanta ha contribuito a scrivere il disciplinare di produzione di uno dei più antichi e prestigiosi vini sardi: la Malvasia di Bosa.

Le mie parole potrebbero solo sminuire la statura di un uomo, venuto a mancare nel 2012, che tanti meriti ha avuto nella valorizzazione di questa piccolissima DOC, che ahimè rischia di scomparire perché troppo pochi sono i viticoltori che ne dichiarano la produzione.

Penso che sia giusto lasciare che sia il vino a raccontarci quella che è la sua eredità.

Già il nome è importante: Alvaréga; letteralmente significa bianca-greca; è un chiaro riferimento alle origini elleniche dell’uva malvasia che pare sia stata importata dalla città di Monemvasia nel Peloponneso. Grande cura in vigna; nessun prodotto di sintesi chimica e ricerca assoluta della spontaneità fino alla perfetta maturazione dei grappoli. Massimo rispetto per la materia prima; raccolta manuale in piccole cassette; vinificazione in acciaio e imbottigliamento prima che la fermentazione trasformi completamente gli zuccheri.

Note di degustazione.

Amo i vini evocativi.

Amo i vini che mi rapiscono e che mi portano in altri contesti, in altri luoghi.

Questa Malvasia ha qualcosa che mi porta indietro nel passato e parla del tempo di Natale.

Il Natale vissuto da bambini, quando si stava svegli fino a tardi davanti al camino a guardare il fuoco e la vivacità delle fiamme.

Natale di luci e di profumi, di dolci e cose buone.

Tutto racchiuso in un calice!

Osservo il calice ed è già meraviglia: oro liquido che sembra retroilluminato da quanto è brillante.

Profuma di cose buone: panpepato, panforte, ricciarelli, marzapane, canditi e frutta secca. Conserva un’inspiegabile freschezza: aneto, zenzero, zest di cedro. Poi tanto altro.

Al gusto è pura goduria!

Poco dolce: meglio così. Amabile, sapido da far paura e giustamente fresco. Il calore alcolico è appena percettibile, passa inosservato. Ma sono gli aromi il vero moltiplicatore; qui c’è di tutto: miele di corbezzolo, elicriso, erbe aromatiche (timo, santoreggia, rosmarino, origano e maggiorana). Canditi, confetture; ribadisco: c’è di tutto.

Sintesi perfetta di acuti dissonanti che creano un’incredibile armonia con un semplice dolce casalingo: un papassinu con noci e mandorle tostate. Da provare anche con le sevadas al miele di corbezzolo o in abbinamento con un formaggio a crosta lavata a buona maturazione e un pane a crosta dura a lievitazione naturale.

Hanno letto questo post [ 232 ]