Nella regione piccola c’è il vino buono – Il microcosmo vitivinicolo valdostano

Nella regione piccola c’è il vino buono – Il microcosmo vitivinicolo valdostano

da | 16 Dic, 2021

450 ha vitati, 80 produttori, 6 cooperative. Un vero e proprio microcosmo, la realtà vitivinicola valdostana. Da una parte una conformazione geologica tra le più interessanti del territorio peninsulare, dall’altra un disciplinare permissivo, hanno reso nel tempo questa piccola regione un caleidoscopio di vini e vitigni. Al contrario di quanto la sua posizione possa far pensare, incastonata tra le Alpi Occidentali, chiusa tra i massicci più alti d’Europa, la Valle d’Aosta racconta una storia di grandi scambi e di crocevia internazionali.

Donnas

Sé te me fèi pleù, tè fio pé tsante”, recita un detto valdostano in lingua franco provenzale: “Se mi fai piangere, io ti faccio cantare”, riferito al pianto della vite in primavera in prossimità dei segni delle potature. Questo ci racconta di come, nonostante il disciplinare della DOC Valle d’Aosta (o Vallée d’Aoste) sia storia recente, introdotto come disciplinare unico solo nel 1985, il vino è, al contrario, da sempre parte della cultura valdostana, dai tempi delle libagioni di vino a Giove Pennino nel 63 d.C.

Giulio Cesare amava i vini di Carema e dell’Augusta Praetoria Salassorum (Aosta), la città dei Salassi, allevatori di vite e consumatori di vino secco. I cru valdostani sono poi realtà testimoniata già nel 515 d.C., quando Sigismondo re dei Burgundi, regala un cru valdostano ai religiosi. La tradizione vitivinicola della regione, come spesso accadde in Europa, fu poi mantenuta nei monasteri.

Arnad-Montjovet

Per comprendere al meglio la produzione vitivinicola valdostana, immaginiamo di percorrere un vasto sentiero che da Ovest porta a Est, sulla scia di quell’immenso ghiacciaio che, ritirandosi, ha dato origine alla Valle. Ci muoviamo quindi da Occidente, dove Morgex et la Salle strizza l’occhio alla Francia con la sua produzione di grandi vini bianchi.

Enfer

Proseguiamo al centro Valle, siccitoso, con Arvier e Torrette che regalano vini di corpo e struttura, per approdare a Donnas, che con il suo picotendro – il nebbiolo valdostano – ci accompagna verso il Piemonte. Lungo questo sentiero vivono e convivono una grande quantità di vitigni, dai più nobili internazionali ai più fortemente autoctoni, coltivati con fatica ed eroismo, a mille e più metri di altitudine, per lo più a pergola bassa, per fare in modo che l’apparato fogliare delle viti capti quanti più raggi solari possibile.

Altai Garin (foto tratta da pagina Facebook AIS Cagliari)

A raccontarci tutto questo, e molto altro, è Altai Garin, giovanissimo valdostano DOC, testimone di un’epoca di forti cambiamenti nel modo di intendere la viticoltura tradizionale in Valle d’Aosta, e di grande impulso imprenditoriale verso una viticoltura sempre più sostenibile e con un devoto rispetto del vino e della sua naturalità. I vini selezionati per la degustazione sono produzioni monovarietali di piccoli produttori locali, lontani dallo stile classico e austero delle grandi Maison, ma caratterizzati piuttosto da forte entusiasmo, dinamismo e desiderio di innovazione.

Qui di seguito qualche appunto di degustazione relativo ad alcuni dei vini proposti, rappresentativi di una Valle d’Aosta tanto insolita quanto schiettamente autentica:

Le Sette scalinate, Vallée d’Aoste Blanc de Morgex et La Salle DOC 2018 – Ermes Pavese

Prié blanc (autoctono) in purezza, proveniente da un solo vigneto, coltivato a pergola bassa fino ai 1200 metri s.l.m. su terreni sabbiosi di montagna. Le Sette Scalinate sono i sette costoni ricavati per la coltivazione della vite sulla montagna, e riprodotti anche in etichetta. Questa versione di prié blanc, esclusivamente in formato Magnum – rarità a trovarsi – è il “canto del prié blanc”, dove alla componente fortemente floreale si affiancano piacevoli profumi che ricordano i granai, l’orzo macerato, il grano arso e una nota di marzapane, a testimoniare il passaggio del vino sulle sue stesse fecce fini. Morgex et La Salle detiene il monopolio del Prié Blanc, che, essendo un vitigno precoce, ad altre altitudini rischierebbe di maturare troppo in fretta e di rovinarsi, data la sua buccia finissima.

(foto tratta da pagina Facebook AIS Cagliari)

Lie Petite Arvine Vallée d’Aoste DOC 2019 – Maison Maurice Cretaz

Vitigno svizzero, originario del Canton Vallese, dal buon bagaglio aromatico e con una buona componente di acidità. Questa versatile versione di Maurice, risultato di uno dei cru valdostani più storici, figlia di un’agricoltura biologica e biodinamica, e proposta in veste leggermente macerata, sprigiona dal suo contatto con le bucce i profumi più dolci di pesca nettarina, albicocca, zest di agrumi, bergamotto. Non da meno è la sua mineralità, con iniziali note di grafite, e pietra focaia agli assaggi successivi.

Tacsum – Vino bianco macerato 2019 – VinTage

Questa etichetta, omaggio alla Sardegna, è di Elisabetta Sedda, valdostana di origini sarde. “Tacsum”, provate a leggerlo al contrario. Il moscato in questione è il moscato bianco “ à petits grains”, caratteristiche principali: grande aromaticità, alta acidità. Questo moscato, macerato per due sole settimane e brevemente affinato in botti usate di rovere, è un’esplosione di freschi profumi di montagna, acqua di fiori. Siamo a Chambave, l’etichetta non ce lo dice, ma il vino lo grida a voce alta.

Prëmetta, Vallée d’Aoste DOC 2020 – Grosjean

Prëmetta, o prié rouge, o ancora, neblou. Vitigno grigio autoctono, raramente vinificato in solitaria, lo troviamo qui solo e di rosso vestito. Rosso corallo, netto nei profumi di piccoli frutti a bacca rossa, fresco, delicato, asciutto. Siamo a Torrette, l’areale vitivinicolo più coltivato e il più esteso dell’intera regione, nonché unico a possedere due esposizioni, Envers la destra orografica della valle centrale, solcata dalla Dora Baltea, esposta a nord, dimora dei vigneti centenari, e Adret, la sinistra orografica, esposta a sud, che ospita i vigneti mediamente più giovani e monovarietali. La cantina, che coltiva in regime biologico, porta avanti da diversi anni l’iniziativa “Adotta un cru”, grazie alla quale è possibile partecipare ai momenti più importanti della stagione vinicola e sentirsi, così, piccoli proprietari terrieri in Valle d’Aosta.

Cornalin, Vallée d’Aoste DOC 2018 – Les Granges

Immaginiamo una collina, e in cima a questa Les Granges, l’azienda agricola che prende il nome dall’omonimo villaggio, e che accanto alle sue viti coltiva per tradizione uva, cereali e ortaggi, da qualche anno in biodinamica. Cornalin è un rosso autoctono. Sparisce dalla Val d’Aosta per venire coltivato nel Canton Vallese sotto il nome di “humagne rouge”. Ritorna poi negli anni settanta grazie al lavoro dell’Institut Agricole Regional. Se vinificato in purezza sviluppa profumi di grande evoluzione già dopo pochi anni.

Fumin, Vallée d’Aoste DOC 2019 – Ottin

Viticolteur encaveur, fa vino prima di tutto perché ama coltivare la terra. “L’importanza del lavoro svolto da chi coltiva la terra sta alla base del miracolo della vita. Ecco chi è davvero il contadino: un intellettuale della terra, colui che dà la vita.” Queste parole, alla base del pensiero di Ottin, ci vengono in aiuto quando assaggiamo per la prima volta questo rosso, ancora tannico ma dalla grande complessità aromatica. Vero, schietto, dritto, non perde tempo con inutili gentilezze. Appartiene alla categoria “I vini che piacciono, e non quelli che si fanno piacere”.

Questa serata, la prima, finalmente, dopo diversi mesi di fermo per soci e amici dell’AIS Cagliari, ha un gusto particolare di commozione, il profumo di un nuovo inizio, ma soprattutto, ci ha ricordato la vera magia del vino: quella di farci viaggiare senza la necessità di mettersi in macchina, o prendere un aereo. Anche se ora il desiderio di calpestare i sentieri vinicoli valdostani è ormai inarrestabile!

Hanno letto questo post [ 230 ]