Viaggio alla scoperta della Turchia del vino

Viaggio alla scoperta della Turchia del vino

da | 3 Apr, 2024

Un lungo ponte fisico e culturale che connette Europa e Medio Oriente dalla notte dei tempi, strategicamente incastonato tra le coste mediterranee della Grecia e le vette dell’Ararat, custode di un’incredibile ricchezza geologica, e quindi di svariati e sempre diversi capolavori paesaggistici. Questo – e molto altro – è la Turchia, che nel corso degli ultimi anni ha destato l’interesse dei più curiosi enoviaggiatori per il suo storico e profondo legame con il vino, che in questo quadrilatero formato da Turchia, Armenia, Georgia e Azerbaigian vede le sue origini ormai plurimillenarie, comprovate da inconfutabili testimonianze archeologiche. Una tra tutte, il sito di Çatalhöyük nell’Anatolia meridionale, il più antico villaggio neolitico finora rinvenuto, oggi visitabile Patrimonio Unesco, i cui scavi hanno riportato alla luce elementi di lavorazione di una bevanda ottenuta dall’uva e riconducibile a quello che oggi potremmo definire un protovino. Dobbiamo infatti immaginarci questo “şarap” – “vino” in turco – come probabilmente il termine stesso, arrivato nel nostro vocabolario sotto il lemma di “sciroppo”, ci suggerisce: vale a dire, una bevanda, sì ottenuta dal frutto della vite, ma che per composizione risulta molto più vicina alle narrazioni omeriche del “pramno”, un vino corposo, profumato e dolce da aggiunta di miele e spezie. Un vago ricordo a simili profili organolettici potrebbe rappresentare oggi il “Mahlep” anatolico, esclusivo prodotto della tenuta Diren, vino aromatizzato, dal lungo finale di rabarbaro ed erbe officinali – il “Punt e Mes” turco – che i locali amano spesso abbinare al loro caffè. Per quanto possa apparire lontano dal nostro immaginario odierno un vino che, con tali caratteristiche, potesse essere consumato nella quotidianità, è pur vero che oggi, dalla Turchia al Sudafrica, dal Cile alla Nuova Zelanda, il vino si beve, come ieri, “per togliere agli ospiti la sete ardente” (Iliade XI).


Nonostante la Turchia sia oggi il quarto produttore di uva al mondo, solo il 2,5% di questa viene trasformata in vino. Questo dato ci racconta del rapporto sempre controverso che questo Paese a grande maggioranza musulmana ha avuto nei confronti del vino, considerato una risorsa economica con uno stretto legame al passato da un lato, ma un’immonda opera di Satana dall’altro. È forse anche a seguito di un divieto così rigido alla produzione enoica, che gran parte del patrimonio ampelografico turco è andato perso nel tempo. È tanto più da stimare allora il lavoro di alcuni produttori i cui vini, tutti ottenuti da vitigni autoctoni, dopo un lungo viaggio, sono finalmente sbarcati a Cagliari in occasione dell’ultimo seminario di degustazione magistralmente condotto da Guido Invernizzi.
Una nota introduttiva a queste referenze – qualità che le accomuna tutte – è la particolare vivacità dei colori e le tonalità che si manifestano nel calice vivide e lucenti, quasi a voler comunicare: “mondo del vino, ci siamo anche noi!”.

Cappadocia Emir 2021 – Tenuta Turasan
100% emir
Cappadocia, regione particolarmente affascinante paesaggisticamente. Qui, e solo qui, su suoli vulcanici a 1000 metri slm troviamo una produzione a piede franco di emir, vitigno a bacca bianca, che per le forti escursioni termiche tra il giorno e la notte regala corredi organolettici eleganti, per alcuni esperti riconducibili a quelli del pinot grigio, e una piacevole acidità. Spicca, tra le altre, la nota rinfrescante di finocchietto selvatico e quella di scorza d’agrume. Ottimo al tramonto, in accompagnamento a un tour in mongolfiera da dove poter godere della bellezza dei panorami di questa suggestiva regione.

 


Misket 2021 – Tenuta Kavaklıdere
100% bornova misketı
Dalla Cappadocia ci spostiamo nella zona egea. Vino ottenuto meticolosamente: i grappoli di questo vitigno aromatico vengono raccolti a mano, di notte, da singole parcelle lavorate separatamente, i cui mosti vengono poi uniti solo dopo la fermentazione. Il risultato è un bianco di inaspettata complessità dove alle note prettamente varietali, si aggiungono quelle vegetali di rosmarino, floreali di gelsomino, e quindi fruttate di bergamotto, oltre a note salmastre, in un corredo gusto-olfattivo che non stanca mai per la sua varietà e per la sua freschezza. Sorprendente.

 


Arkeo Fersun 2021– Tenuta Likya
100% fersun
Dalla costa ci inoltriamo verso l’interno, che sulla cartina geografica si colora di marrone. La tenuta celebra nel suo nome l’antica civiltà Licia, popolazione indoeuropea che ha vissuto nella zona sud occidentale dell’Anatolia a partire dal II millennio a.C. L’azienda ha infatti come missione quella di far rivivere, attraverso una linea produttiva in purezza denominata “Arkeo”, antichi vitigni in via d’estinzione, tra i quali il fersun, vitigno a bacca rossa, che al calice si esprime subito con invitanti note di melograno e mora, profumi di tè e speziatura di pepe nero. Solo per far comprendere meglio ai più che non lo conoscono il suo profilo organolettico e la sua struttura, qualcuno ha provato a definirlo “il Beaujolais turco”. Questo vino può tuttavia vivere di vita propria, data la sua straordinaria espressività territoriale.

 


Arkeo Acıkara 2021 – Tenuta Likya
100% acikara
Il progetto di riscoperta di antichi vitigni della Tenuta Likya riguarda anche il vitigno acıkara, anch’esso a bacca nera, il cui termine si traduce come “nero amaro”. Dal suo nome non è difficile comprendere la consistenza della sua trama cromatica, impenetrabile, seppur vivace nei suoi riflessi. Anche il corredo olfattivo si apre da subito su note scure, che rimandano a un fitto sottobosco, alla liquirizia e al goudron francese. Un possibile abbinamento potrebbe essere con lo Hünkârbeğendi, ricco stufato di melanzane e carne di agnello di origine ottomana, ancora ampiamente diffuso nella cultura gastronomica locale.

 


Prestige Kalecik Karası 2019 – Tenuta Kavaklıdere
100% kalecik karası
Vitigno autoctono, produce vini di grande raffinatezza adatti alla maturazione in legno, come questa etichetta, ottenuta con un élevage di 9 mesi in tonneau francesi e che la Tenuta Kavaklıdere ha voluto dedicare alla sua linea “prestige”. Anche qui c’è chi ha voluto trovare un corrispondente europeo, nello specifico il pinot nero, e per la trasparenza del suo colore, e per l’eleganza dei suoi profumi.

Di questo viaggio per i mari e per i monti della Turchia ci portiamo dietro la piacevole scoperta di un territorio dove il tessuto imprenditoriale vinicolo, sebbene ancora in crescita, denota già ampi margini di successo nel panorama internazionale sia per la qualità delle sue produzioni, sia per la storia che le lega ai loro luoghi d’origine.
Concludiamo con i preziosi versi del famoso poeta persiano Omar Khayyâm, grande estimatore del vino, vissuto tra l’ XI e il XII sec., musulmano abbastanza sui generis:

“Mi dice la gente: “Gli ubriachi andranno all’inferno!”
Ma son parole queste prive di senso pel cuore:
se dunque andranno all’infermo i bevitori e gli amanti,
vedrai il Paradiso domani nudo come palmo di mano!”