Il primo a lanciare l’idea di una stretta collaborazione tra la nostra associazione e i consorzi di tutela fu il compianto Pier Paolo Fiori, a capo della Delegazione sassarese dal 2014 fino alla data della sua scomparsa, nel febbraio del 2025. L’attuale delegato di AIS Sassari, Salvatore Circosta, ha raccolto volentieri il testimone, dando seguito a questa felice intuizione, a cominciare da un territorio che arriva praticamente alla periferia di Sassari, cioè la Romangia. Il Consorzio Volontario per la Tutela e la Valorizzazione dei vini “Terre di Romangia” si è costituito nel 2019, ottenendo fin dall’inizio l’erga omnes, cioè la possibilità di rappresentare – in virtù delle quote maggioritarie in termini di ettari vitati ed ettolitri di vino prodotti – tutte le aziende che insistono nel territorio, comprese quelle che non fanno parte del Consorzio. L’attuale presidente, Alessandro Dettori, si è da subito reso disponibile per l’organizzazione di questa serata, intitolata “Calici di Romangia – Tra storia, attualità e nuovi scenari”, che ha consentito ai sommelier provenienti dalle diverse delegazioni sarde di conoscere da vicino una realtà ricca e sfaccettata come quella romangina.

Dopo i saluti iniziali del delegato Salvatore Circosta, è stato proprio il presidente del Consorzio Alessandro Dettori a fare il primo intervento, nel quale ha descritto spirito e finalità del Consorzio, accompagnando le sue parole con una lunga e articolata serie di documenti, antichi e più recenti, testimonianza tangibile della centralità che da sempre ha connotato il territorio romangino nella produzione vitivinicola isolana, e in particolare la strettissima correlazione con il vitigno principe a bacca nera, il cannonau, qui presente nello storico e caratteristico clone chiamato “retagliadu nieddu”.
Nell’intervento successivo, la nostra collega, nonché geologa, Daniela Perria ha brillantemente descritto gli aspetti più peculiari del territorio romangino, un sistema a gradoni affacciato sul Golfo dell’Asinara che vede, per quanto riguarda il suolo, un susseguirsi di differenti composizioni. Dai depositi sabbiosi eolici presenti a livello del mare alle marne e depositi sabbiosi dell’agro di Sorso, dalle vulcaniti di Osilo e Castelsardo alla piana alluvionale di Valledoria, per arrivare alle marne e calcareniti dell’altopiano di Sennori. Un panorama vario e sfaccettato che marca in maniera decisa i vini che prendono vita nei diversi territori.

È arrivato poi il momento delle degustazioni, affidate a un competente team tutto al femminile, composto da Luisa Teatini, Valentina Carboni e Daniela Perria.
Anche in questo caso, la visione d’insieme, molto variegata, ha rispecchiato le diverse peculiarità territoriali e stilistiche. Il Vermentino di Sardegna “Jolzi” 2024 della Cantina Fara sì è distinto per finezza aromatica e piacevole sapidità, mentre il “Sussinku Bianco” 2023 di Nuraghe Crabioni, ottenuto sempre da uve vermentino, vendemmiate tardivamente, ha mostrato struttura, buone doti di avvolgenza e qualche gradevole tono evolutivo. Con “Li Sureddi Bianco” 2022 di Antichi Vigneti Manca si è potuta apprezzare la versatilità delle uve vermentino, qui proposte (con un piccolo saldo di girò bianco) in versione macerata, con profumi quasi da vino dolce, ma una beva tesa e pienamente convincente. Con la stessa azienda si è passati a “Li Sureddi Rosso” 2022, ottenuto dal clone locale del cannonau, il retagliadu nieddu: piacevoli note balsamiche al naso e mirabile equilibrio al gusto per un vino indubbiamente di grande impatto. Sempre da retagliadu nieddu è ottenuto il vino successivo, “Dettori Rosso” 2020 delle Tenute Dettori, un rosso vinificato “all’antica” con un percettibile residuo zuccherino e un’avvolgenza glicerica ben bilanciati dalla decisa tensione fresco-tannica.

La parte conclusiva, dedicata al Moscato di Sorso-Sennori, ha proposto in primis quello che è ormai un apprezzato classico territroriale, “Oro Passito” della Cantina Fara, vino di grande fascino, a cominciare dal luminoso colore dorato (nomen-omen), connotato da un bouquet di miele e frutti disidratati e da una beva golosa e persistente. In conclusione, il Moscato di Antonio Carta, altra produzione “all’antica” che ha riportato in sala stile e profumi d’altri tempi. Grado alcolico contenuto e abbondante residuo zuccherino: quasi uno Sherry Dulce prima della fortificazione, se ci si consente la disinvolta similitudine, per un vino che riesce comunque a trovare un proprio equilibrio in una beva sicuramente appagante.
Una serata decisamente riuscita, che ha ribadito quanto sia indispensabile la stretta collaborazione tra gli organismi di tutela delle produzioni vitivinicole e le associazioni come la nostra, impegnate nella divulgazione e nella diffusione della cultura del vino. L’auspicio di tutti è che questo appuntamento sia solo il primo di una lunga serie.
