Georgia – Viaggio nel Paese del vino sopra(n)naturale.

Georgia – Viaggio nel Paese del vino sopra(n)naturale.

Secondo una leggenda, quando Dio distribuì ai vari popoli del mondo le terre che aveva appena creato, i georgiani erano intenti a far festa e non si presentarono a richiedere la loro parte. Quando seppero che le terre erano finite, invitarono Dio ad unirsi ai loro festeggiamenti. Lui si divertì a tal punto che diede ai georgiani la terra che aveva riservato per sé.

Questo lembo di terra tra la Russia e la Turchia, segnato a nord da alte montagne, conserva alcuni tra i tesori più grandi della civiltà e della cultura umana. Una linea del tempo e dei luoghi, attraversata da popoli, spezie, cibi e bevande sacre. Un idioma unico ed esclusivo nelle sue origini. Una storia millenaria di miti e successi, ma anche di lotte, sofferenze e sopraffazione da parte dei paesi vicini. E poi un grande popolo, che ha fatto della terra e dei suoi frutti un vero culto, e ancora oggi a lei si rivolge con rispetto e devozione.

Si narra, e le ricerche archeologiche lo dimostrano, che in questi territori si produce vino da ottomila anni. Ci troviamo di fronte agli albori della “civiltà del bere”. Ulisse finisce in questi luoghi per sbaglio, un dio lo ha fatto deviare dalla rotta del suo errare, e ne racconta i suoi vini. Giasone arriva qui intenzionalmente insieme ai suoi argonauti alla conquista del vello d’oro: ad accogliere la spedizione trova fontane sgorganti di vino. La Santa Nino da Cappadocia, che qui ha predicato e introdotto il cristianesimo, porta in mano una croce fatta di rami di vite. La Kartlis Deda, “Madre Georgia”, statua simbolo del Paese, porge all’ospite una coppa di vino in segno di accoglienza. Persino a Tbilisi, la capitale, che conta più di un milione di abitanti, è molto frequente trovare case abbellite da pergolati di vite.

Insomma, parlare di Georgia vuol dire parlare di vino. Ma quale vino?

Un vino prodotto tramite un metodo unico e millenario, originario della regione Kakheti, dal 2013 patrimonio dell’intera umanità. Protagonisti, insieme a una vasta varietà di vitigni, grandi recipienti in ceramica di forma ovale, chiamati “qvevri”, interrati, dentro i quali il mosto è lasciato a fermentare. Terminato il processo fermentativo, i qvevri vengono chiusi ermeticamente con un coperchio di pietra, ricoperto a sua volta da un cumulo di terra inumidita. Dopo ben sei mesi di macerazione, si procede alla svinatura, il vino viene separato dalle bucce e dai raspi e travasato in un altro qvevri, dove rimarrà ancora un anno ad affinare.

Questo magico, ancestrale metodo di fermentazione e affinamento avviene naturalmente, senza aggiunte chimiche, né inoculo di lieviti, né particolari filtrazioni, caratteristica che arricchisce ancor più di mistero il risultato al calice. In particolar modo le uve a bacca bianca, fermentate e affinate a lungo nei qvevri, producono un vino di colore arancione, ambrato, con una caleidoscopica gamma aromatica, conferita dalle sostanze contenute nelle bucce. I vini rossi si caratterizzano invece per la loro concentrazione di colore e profumi terziari.

Diverse le regioni di interesse vitivinicolo della Georgia. Il percorso suggerito procede da nord verso est. Si parte dalla Racha, si attraversa l’Imereti, famosa per la sua varietà di climi e territori, nonché per il suo passato mitologico legato ai racconti di Apollonio Rodio, che scrisse di questi territori come del grande Regno della Colchide. Tappa obbligatoria nel Kartli, regione dal grande patrimonio storico-culturale e dalla vasta biodiversità viticola, nota anche per le sue bollicine. Si approda, infine, in Kakheti, la regione più orientale del Paese, nonché la più storica e la più definita dal punto di vista vinicolo. Il clima in questa zona è prevalentemente continentale, con inverni spesso freddi che mettono a dura prova le viti e, di contro, estati talvolta torride, che potrebbero penalizzare alcune annate a livello di struttura e acidità.

Proprio della regione Kakheti sono i due vini che seguono e che rappresentano solo due piccolissimi tasselli di un mosaico articolato e ancora incompleto, quale è la Georgia vitivinicola, ma che tuttavia sapranno comunicare al lettore la straordinaria unicità e il grande potenziale di questa terra.

Saperavi 2015 – Orgo

Il termine saperavi in georgiano vuol dire “tingere”, ed effettivamente, facendolo roteare nel calice, è come se questo vino trascinasse con sé un grave manto di velluto rosso. Impenetrabile saperavi in purezza, ottenuto da viti di ottanta anni collocate sulla riva destra (quella più fresca) del fiume Alazani, non lontani da Telavi, terra di elezione per questo vitigno a bacca rossa.

L’annata 2015 al calice scatena tutta la forza del saperavi. A fare da contrappeso la grande finezza aromatica del ribes nero e della ciliegia matura, che in un secondo momento lasciano spazio a note più complesse che evolvono nella direzione di un tenero cioccolato fondente. Tannini presenti, ma già morbidi, e un finale persistente, degno di un accompagnamento altrettanto tenace al palato; ma il primo calice va bevuto da solo, per scioglierne tutti gli enigmi.

Orgo è il progetto imprenditoriale di Temur Dakishvili, giovane produttore, che eredita il know how del padre Gogi per un’esperienza tutta sua in una nuova Georgia, fortemente legata alla tradizione, ma con uno sguardo al futuro del suo vino nel panorama internazionale.

A seguire, una delle migliori espressioni di rkatsiteli, vitigno a bacca bianca dalle grande produttività e resistente agli inverni più rigidi. Il suo nome si traduce letteralmente con “corna rosse”. L’origine è da rimandare al colore del peduncolo, appunto rossiccio, del suo grappolo. La sua popolarità nella regione del Caucaso è legata sia alla sua grande forza di sopravvivenza, sia alla sua ammirevole capacità di trattenere un’ottima acidità, anche nelle estati più calde.

Rkatsiteli Tsarapi 2014 – Nagdi Marani

Ci spostiamo di cinquanta km circa da Telavi, in direzione sud-est, quasi a lambire i confini dell’Azerbaijan. Nagdi Marani è una cantina storica della regione, nata nel 1801. La zona in cui si colloca è chiamata “Tsarapi”, termine che indica un territorio asciutto, secco. Il vitigno rkatsiteli, che qui cresce e matura nella sua dolcezza, regala un vino secco dal carattere distintivo e dagli aromi complessi e inconfondibili.

Dalle viscere scure e impenetrabili del sottosuolo che ospita i qvevri, arrivano al calice, con grande sorpresa, gocce d’ambra brillanti. Si coglie già da lontano un variegato bouquet di fiori secchi. Difficile capire quali, qui dentro ci sono tutti i fiori del mondo, e cesti di agrumi e albicocche, resine e mandorle tostate.

In questa fase si potrebbe ancora pensare a un vino con un importante residuo zuccherino al palato, il colore lo confermerebbe, e invece, già dal primo sorso, è sorprendentemente secco, “tsarapi”. Caldo, ma con un’acidità che invoglia a un secondo sorso, e poi a un terzo. Estremamente complesso, inganna. Sembra si riveli subito, con queste note olfattive, così pulite e dirette, eppure c’è qualcosa che sfugge e che si manifesta lentamente, sorso dopo sorso: potente tannicità e importante struttura, gli stessi elementi che lo rendono un bel bianco invernale, “da camino”. E poi, come se non fosse abbastanza, non un lievito selezionato, nessun filtraggio, solo qualche piccolissimo grammo di solfiti. Se il Saperavi di Orgo conservava in sé degli enigmi, questo Rkatsiteli è La Sfinge. Un vino, peraltro, incredibilmente versatile: dagli arrosti in compagnia alla più profonda meditazione, sembra sempre trovare il suo posto e appagare gli animi più inquieti.

Vini e territori come quelli appena narrati inducono inevitabilmente a una riflessione e a una considerazione più ragionata su questo nostro mondo del vino. Ecco che la Georgia dovrebbe collocarsi a buon diritto come meta obbligata, mecca dell’enologia, non solo per le affascinanti tecniche di lavorazione e per l’unicità delle sue produzioni, ma soprattutto per il fatto che in questo Paese il vino conserva ancora una connotazione di sorprendente quotidianità: abita le case di tutte le famiglie, ogni giorno, gli eventi più importanti della loro vita, abita i monumenti e ogni singola pagina di storia. Qui le cantine sono sempre aperte, si sa quando ci si entra, ma non si sa quando si esce. Una degustazione non ha uno scopo strettamente commerciale, ma è anzi un’occasione per conoscersi meglio. La vendemmia è considerata ancora una grande festa, e per questo aperta a tutti. La terra non ha l’accezione di mera conquista, bensì conserva un significato che, sebbene primordiale, rimane il più alto e universale: nutre le piante e gli animali, custodisce il vino e li restituisce ai georgiani affinché possano goderne in compagnia. Il rispetto dei tempi della natura e delle sue peculiarità è quindi alla base della filosofia produttiva di questo Paese.

Alle tavole rotonde sui metodi “naturali” di vinificazione, la Georgia siede ormai ottomila anni, e mentre il resto del mondo si divide tra “naturale sì” e “naturale no”, il suo popolo continua a sollevare calici, imbandire lunghe tavolate e gioire di questo vino sopra(n)naturale.

Sul bel Danubio blu, un incontro con i vini bianchi d’Austria

Sul bel Danubio blu, un incontro con i vini bianchi d’Austria

Un serata davvero riuscita quella organizzata dalla Delegazione AIS di Cagliari qualche giorno fa presso il T-Hotel e dedicata ai vini bianchi d’Austria. Soci e appassionati hanno infatti avuto la possibilità di approfondire le proprie conoscenze su un territorio unico, che soprattutto nell’ultimo decennio ha dimostrato una notevole evoluzione verso la produzione di vini di grande qualità, con un costante interesse verso il metodo di coltivazione biodinamico.

Ci troviamo tra il 47° e il 48° parallelo. Pur non mancando territori vocati alla coltivazione di vitigni a bacca rossa, l’Austria è comunque grande terra di bianchi. A confermarlo, i 1350 ettari vitati della piccola e storica regione vitivinicola della Wachau, nella Bassa Austria, che in termini di rapporto fra superficie vitata e scambi commerciali nel mondo sta all’Austria come la Borgogna sta alla Francia: una piccola estensione, a fronte di una grande importanza a livello economico. Quattro le macroaree di produzione, partendo da nord verso ovest: la Bassa Austria, la zona di Vienna, il Burgenland e la Stiria. Dal punto di vista climatico, estendendosi orizzontalmente, l’Austria è abbastanza omogenea. Fa eccezione la Bassa Austria vitivinicola, e quindi la Wachau, in cui la presenza del Danubio fa in modo che i venti freschi bavaresi, seguendo il corso del fiume, influenzino nettamente il clima.

A condurre l’approfondimento, Nicola Bonera, miglior sommelier d’Italia nel 2010 e grande estimatore di questo territorio. La tentazione del confronto con la Germania, vicina sia dal punto di vista geografico che ampelografico, è forte. Eppure questi vini hanno dimostrato nel tempo, e ancora oggi dimostrano, un carattere e una identità tali da far concentrare su di essi tutte le più attente osservazioni.

Un sistema di classificazione abbastanza complesso, quello austriaco, tutto ancora in divenire, seppur con una solida base di partenza. Sedici le denominazioni d’origine, fra cui nove aree DAC (Districtus Austriae Contollatus), fedeli al nuovo sistema normativo che mette in primo piano l’importanza del vitigno, e sette aree in cui si producono Qualitätswein. Trentacinque sono i vitigni ufficialmente coltivati e, tra questi, i protagonisti del seminario: Grüner Veltliner, che pesa per un 40% nel totale della superficie vitata austriaca, e Riesling, che con un piccolo 6%, riesce comunque a farsi riconoscere per qualità e finezza dei vini prodotti.

Due tipologie di suolo, in particolare, ospitano e nutrono questi due grandi vitigni: loess, ovvero stratificazioni di sabbie eoliche, per il Grüner Veltliner, identificato come “vino di pianura”; gneiss, e quindi roccia scistosa, per il Riesling, il “vino di collina”. Il metodo austriaco di lavorazione dei due vitigni prevede l’utilizzo di una piccolissima quantità di acini botritizzati, ma non in tutti i casi. La lavorazione del Riesling privilegia l’uso dell’acciaio, al fine di stabilizzare alcune componenti e ritardare il più possibile la comparsa di fenomeni ossidativi, i quali porterebbero alla formazione del trimetil-diidronaftalene, conferitore del tipico sentore di idrocarburo. Utilizzo del legno, invece, per il Grüner Veltliner, vitigno neutro, che con l’evoluzione assume però le caratteristiche note pepate.

Questa la sequenza dei vini degustati:

Grüner Veltliner Wagram Der Ott 2016 – Weingut Ott

Cristallino, di un giallo paglierino ancora giovanissimo, quasi trasparente. Già al naso si avverte l’inconfondibile nota piccante del vitigno, alla quale si unisce, immediatamente dopo, una leggera nota vegetale di edera e ortica. La piccantezza si ritrova anche all’assaggio, qualcuno azzarda un vago ricordo di senape e finocchio di mare. Un vino all’apparenza semplice, ma di grande persistenza. Il risultato è un’ampia soddisfazione di aroma in bocca, e desiderio di berne nuovamente un altro sorso. Gustoso, di ottima bevibilità, figlio della sua annata, la 2016, caratterizzata dall’equilibrio e da una grande freschezza. Un’ostrica dal finale dolce si sposerebbe bene con questo vino, che per  caratteristiche intrinseche gioca la sua personalità sulle durezze.

Grüner Veltliner Kamptal Ried Renner 2014 – Schloss Gobelsburg

Qui appaiono da subito altre tonalità di giallo, più dense rispetto al primo Grüner Veltliner, risultato della drastica riduzione delle rese, in un’annata difficile, quella del 2014, caratterizzata da abbondanti piogge, ma dalla quale si è riusciti a selezionare i migliori grappoli. All’olfatto un netto sentore di zafferano, ma sotto c’è il piccante che scalpita. Un vino complesso, con note già di evoluzione e speziatura, dal carattere più internazionale, elegante, arrotondato.

Grüner Veltliner Wachau Smaragd Axpoint 2015 – Hirtzberger

Paglierino, con un naso che farebbe pensare a un vino dolce. Non ci sarebbe da sorprendersi se si trovasse dello zucchero residuo. D’altronde, come recita l’etichetta, le uve sono raccolte tardivamente, il 3 e 4 novembre. La componente alcolica è presente, ma non evidente, l’acidità è contenuta eppure nell’insieme gli aromi mantengono il vino leggiadro, con una sensazione ciclica di piccantezza da kren, rafano, che pulisce il palato e lo rende scorrevole.

Riesling Wachau Federspiel Loibenberg 2017 – Knoll

Intenso, floreale, fragrante, con riconoscibili sentori vegetali di salvia, e poi nitide note di polveri gessose e pietra, a ricordare l’inconfondibilità del vitigno. Una freschezza quasi nervosa. E’ Riesling!

Riesling Wachau Smaragd Terrassen 2017 – Rudi Pichler

Profondo, all’olfatto il floreale è di acacia, gelsomino. In cantina c’è un’attenzione quasi maniacale all’utilizzo corretto delle temperature per la vinificazione: lo scopo è quello di esaltare gli aromi primari, i più sinceri. Il carattere salino, ma soprattutto la piccantezza, lo fanno somigliare quasi a un Grüner. Questa apparente interscambiabilità tra i due vitigni è la dimostrazione del fatto che a vincere, ancora una volta, è il territorio, con la sua fortissima identità. Questo vino non può che essere un Wachau.

Riesling Wachau Smaragd Klaus 2015 – Prager

Fine, esotico, frutto di un millesimo caldo come il 2015, ricco, pieno, senza botrite. Un vino con pochi accessori, senza sovrastruttura; un prodotto di classe, pulito, armonioso. Invita a pensare al piatto ideale da abbinare: seguire la tradizione e quindi abbinarlo a un’insalata di luccio condita con olio prezzemolo? Oppure lasciare da parte per un attimo il territorio e concentrarsi sui crostacei, come per esempio un’aragosta in bellavista accompagnata da qualche salsa?

In conclusione, una nota di merito, nonché un ringraziamento particolare, va ancora a Nicola Bonera, che con immagini e aneddoti evocativi ha portato gli ascoltatori nei luoghi dei suoi ricordi, dalle pianure alle colline, sul bel Danubio blu, con un calice di Grüner Veltliner o Riesling sempre in mano.

Gallery della serata