Ernesto Collu: una testimonianza di stile

Ernesto Collu: una testimonianza di stile

Sono trascorsi esattamente venti anni dalla morte di Ernesto Collu e mentre scrivo mi rendo conto che, probabilmente, molti dei lettori non hanno conosciuto o addirittura non hanno mai sentito nominare questa figura così importante per il mondo dei sommelier e per l’enogastronomia sarda.

Inizio quindi subito col dire che è stato il fondatore dell’AIS Sardegna, nella sua attuale conformazione. Era il 19 dicembre 2000 quando, per sua iniziativa, dinanzi al Notaio Carmen Cappellini di Cagliari si costituì l’associazione che, da quel momento, avrebbe gestito l’attività dei soci AIS dell’isola e della quale fu il primo Presidente. Ricordo ancora l’emozione di quella giornata e la sensazione, condivisa dai pochi presenti, di essere testimoni di un momento importante per la sommellerie sarda; tra questi Giuseppina Pilloni che poco dopo ne avrebbe raccolto il testimone. La strada tracciata dalla sezione territoriale della Sardegna ben presto sarebbe stata seguita dalle altre emanazioni locali dell’AIS dando luogo a quella che è l’attuale organizzazione territoriale.

I mesi che seguirono furono particolarmente impegnativi, con i corsi di Cagliari e Sassari che vedevano la partecipazione di decine di iscritti, mentre si avviavano i primi corsi fuori dai capoluoghi di provincia: Dorgali, Jerzu e Berchidda; eppure, fino a quando le forze glielo consentirono, non fece mai mancare il suo contributo, sino a programmare il passaggio di consegne che di lì a pochi mesi dopo si sarebbe tristemente reso necessario.

Ma di certo questo non è il solo e neanche il più importante dei meriti per i quali i sommelier della Sardegna devono essere riconoscenti ad Ernesto Collu. Certo la sua instancabile opera di formazione ha contribuito ad una sorta di alfabetizzazione enogastronomica di molti operatori del settore e di semplici “appassionati”. Ritengo però che il debito principale che noi tutti abbiamo verso di lui, riguardi qualcosa di più intangibile e tuttavia più prezioso. Mi riferisco alla testimonianza di stile che ha sempre caratterizzato il suo approccio ai temi dell’enogastronomia; egli infatti fu per tutti noi che ci affacciavamo appena a questo mondo, un esempio di passione e competenza, mai disgiunte, che esprimeva con un rigore e un’autonomia di giudizio (oggi così rara) che lo portavano ad assumere, se necessario, anche posizioni impopolari e controcorrente.

Sfogliando tra i ricordi di una frequentazione durata oltre dieci anni mi viene in mente la mia prima visita alla Cantina Contini e il memorabile duetto con Paoletto Contini a parlare di Vernaccia. Anche in quella occasione non mancò di contestare garbatamente al suo interlocutore la proposta dell’uso della Vernaccia in cucina, da lui ritenuto inopportuno in particolare sul pesce. Una tesi che come altre era disposto a difendere a oltranza, forte di una non comune conoscenza della cucina regionale e delle materie prime, frutto di una completa integrazione con la cultura materiale isolana che quella cucina aveva espresso. Perciò se affrontava un argomento lo faceva sempre con cognizione di causa: che si trattasse di pane o di sfarinati in genere (la cui competenza gli derivava dalla appartenenza ad una famiglia di mugnai) oppure di capperi dei quali, da buon selargino, conosceva i segreti di raccolta, conservazione e utilizzo.

Una delle sue grandi passioni era lo zafferano del quale descriveva in maniera impareggiabile i caratteri, i metodi di preparazione e utilizzo in cucina e l’apporto che questo autentico gioiello di Sardegna è in grado di conferire a diversi piatti della tradizione sarda; uno su tutti Su Succu di Busachi, così intimamente legato alla straordinaria armonia dello zafferano. Proprio in questi giorni mi è capitato tra le mani un prezioso volumetto (ormai penso introvabile) pubblicato dall’ERSAT che raccoglie gli atti di un convegno intitolato “Giornata dello zafferano” svoltosi a San Gavino Monreale nel 1988 e che contiene appunto un contributo di Ernesto Collu sul ruolo dello zafferano nella cucina e segnatamente in quella tradizionale sarda. Il capitolo si chiude proprio con la descrizione di un piatto originale che egli definiva “semplice e di rapida esecuzione, mediterraneo per natura” e che chiamò “Spaghetti alla Monreale”. La lettura mi ha riportato alla mente la simpatica circostanza nella quale venni a conoscenza di questo piatto. Ci trovavamo sull’aereo per Cagliari di ritorno da un viaggio studio in Andalusia. Le coincidenze dei voli non ci avevano consentito di consumare il pranzo e di questo ci si lamentava scherzosamente. Ernesto prese quindi l’iniziativa e nel tentativo di lenire l’appetito dei presenti, si mise virtualmente ai fornelli descrivendo minuziosamente i passaggi della preparazione di questo piatto. La descrizione fu talmente evocativa di profumi e sapori che, neanche a dirlo, l’effetto fu opposto a quello desiderato. Mi permetto oggi, in questo primo giorno d’estate, di riproporne la ricetta originale, pensando che sia il modo migliore di ricordare una persona cara a molti di noi e alla quale personalmente mi accade spesso di pensare, sempre con grande nostalgia e profonda riconoscenza.

Spaghetti Monreale (dosi per 4 persone)

Componenti base:
Spaghettini gr. 400
Formaggio ben stagionato da grattugiare: pecorino e/o caprino gr. 120
Pomodori ben maturi gr. 300

Grassi e condimenti
Olio extra vergine d’oliva, cucchiai n. 6
Zafferano (sfarinato) n. 24-30 fili (0,06 – 0,08 gr.)
Pepe bianco, una pizzicata appena macinato
sale q.b.

Preparazione ed esecuzione:
Pelare accuratamente i pomodori e privarli dei semi e di eventuali nervature, ricuperando l’acqua di vegetazione; schiacciare e sminuzzare la polpa con una forchetta, versare il tutto in una zuppiera aggiungendo una presa di sale e lo zafferano già sfarinato con cura (utilizzare la dose massima se il formaggio è caprino); rimestare il tutto in modo che lo zafferano si sciolga, aggiungendovi i 2/3 del formaggio grattugiato e rigirare ancora; per ultimo aggiungere tutto l’olio e il sugo è pronto per ricevere gli spaghetti, caldissimi e ben scolati, rigirare spruzzandovi tutto (o parte) il formaggio rimasto.
Servire immediatamente perché il sugo freddo ha già abbassato la temperatura.
È un incontro tra il formaggio molto saporito e l’acido gentile del pomodoro maturo con la morbida espressione dello zafferano e la leggera untuosità dell’olio.
Mantiene delicatezza e digeribilità particolari, specialmente utilizzando formaggio caprino.

 

Federico Curtaz e i suoi vini sull’Etna

Federico Curtaz e i suoi vini sull’Etna

Federico Curtaz e i suoi vini sull’Etna

Accogliamo con piacere il primo contributo del collega gallurese Gavino Virdis, che ci propone la dettagliata e coinvolgente descrizione di una bella realtà siciliana. (G.D.)

Un territorio affascinante ed unico quello delle pendici dell’Etna, un areale dove la presenza della vite ha radici molto lontane: fu infatti la prima zona della Sicilia orientale ad essere colonizzata dai Greci, nel 729 a.C., i quali apportarono importanti innovazioni nelle tecniche agricole e introdussero anche la viticoltura ed il vino. Già dal V sec. a.C. la zona etnea appariva abbondantemente vitata, e anche durante la dominazione romana la coltivazione vinicola proseguì con sviluppo costante.

I vigneti sono allevati principalmente ad alberello, ad altitudini che in Italia ritroviamo solo in Alto Adige e Valle d’Aosta. Alcuni impianti sperimentali nel versante sud arrivano sino a 1.100 m. mentre la maggior parte delle coltivazioni dimorano tra i 350 e 900 m. di altezza.  Le aree coltivate a vite si trovano nei versanti nord, est e sud, mentre nel rimanente versante ovest si trovano principalmente pascoli e coltivazioni di pistacchi.

Terra di ricca di sabbia, detriti e polveri vulcaniche che costringono le radici a trovare nutrimento in profondità, per produzioni molto limitate che danno vita a vini di montagna ma con l’energia del sole e la luce della Sicilia, un clima ed un “terroir” unico caratterizzato da giornate azzurre, ventilate e fresche che riversano brezza salina nel versante orientale.

La qualità dei vini dell’Etna, tra le prime DOC in Sicilia (1968), cresce in maniera costante e verticale da anni e si tratta probabilmente solo dell’inizio di un nuovo fenomeno che sta già facendo parlare di sé. Un distretto vinicolo in netta espansione e costante crescita che ha raggiunto nel 2017 circa 850 ettari certificati DOC.

È in questa terra antica, aspra ed estrema, fatta di luoghi e di persone, profondamente seducente per chi ama la natura, le sue creazioni ed i momenti di connubio con l’uomo, che Federico Curtaz ha deciso di produrre per la prima volta i vini con la sua firma in etichetta a seguito di un progetto con la Tenuta di Fessina, sempre in territorio etneo, iniziato nel 2007.

I tempi sono maturi, le esperienze di consulenza di Federico Curtaz sono innumerevoli: nel 2014 arriva la forza e la spinta giusta per un progetto tutto suo, dalla pianta alla bottiglia; la sua filosofia di vino si riflette nella sua creatura, senza adattamenti o altre influenze; rispettare il comportamento naturale del vitigno, in primis, ed in seguito, solo se è il caso, accompagnarlo verso l’obiettivo, ma mai viceversa. Tutto questo, come dice lui, in una “terra particolare… ricca della sua povertà”.

Scrive infatti Curtaz:

“(…) a salire verso il cielo in questo piccolo ombelico verde, tra sciare nere che scendono dall’alto, ci sono molte cose. La più appariscente è quel pennacchio di fumo che – si vede quando si alza lo sguardo – sale dal cappello da gnomo che sta in cima al monte. Non smette mai di sbuffare, da cinquecentomila anni e forse più, e riversa cenere e lapilli che si depositano e si distribuiscono nel fluire delle stagioni, a volte accumulati, altre volte spazzati via dall’acqua. A volte rimescolati e coperti da lava fluente, nascosti al verde ed alla coltivazione per centinaia di anni, fino a quando, paziente, la natura ricomincia il suo lavoro di conquista della roccia e ci regala conche irregolari, piccoli vasi di terra che, coltivati per bene, danno frutti meravigliosi.  Le vigne che coltiviamo sono parte di questi vasi di terra particolare, ricca della sua povertà.  Dal versante nord, di Passopisciaro, fino al sud di Biancavilla, passando per Milo si incontrano molte di queste forme che coccolano i vigneti come balie generose. Vigneti che per destino danno vini molto diversi,  generati da suoli e microambienti talmente particolari da renderli unici”.

I vitigni utilizzati per i suoi vini non potevano che essere gli autoctoni del luogo, il carricante per i bianchi, il nerello mascalese e il nerello cappuccio per il rosso.

grappolo di carricante

Un grappolo di carricante

Il carricante

Vitigno coltivato  esclusivamente sull’Etna, si pensa originario della zona di Viagrande. Molto fertile e molto produttivo, ha grappolo grande ed alato, apparentemente neutro sul piano aromatico. Produce vini dall’elevata acidità fissa, da un pH basso (2.9/3.0), e conferisce un alto contenuto in acido malico, caratteristica per cui una buona parte di produttori creano le condizioni per far sviluppare al vino la fermentazione malolattica, che non farebbe naturalmente, al fine di ammorbidirne la componente acida.

Le uve della varietà carricante, con l’invecchiamento, manifestano note complesse e variegate. Grazie alla presenza del composto 1,1,6-Trimetil -1,2-Deidronaftalene, nei vini a base carricante con qualche anno di età si sviluppano le caratteristiche note di idrocarburi, le stesse che rendono così affascinanti i Riesling alsaziani maturi. Gli ettari di carricante iscritti oggi all’Albo dei vigneti Etna a D.O.C. sono circa 200, di cui quasi la metà con oltre 30 anni d’età.

Il nerello mascalese

Il nome ha origine dalla piana di Mascali, zona agricola tra il mare e l’Etna sita sul versante orientale del Vulcano, dove le testimonianze storiche confermano che questo vitigno si coltiva da almeno quattro secoli. È caratterizzato da una grande vigoria vegetativa e produttiva. Sull’Etna ha trovato ottime condizioni di equilibrio dovute principalmente alla scarsa profondità dei terreni agrari e all’abbondante presenza di scheletro. Inoltre, l’alta densità di piantagione (6.000/9.000 ceppi per Ha), l’altitudine piuttosto elevata, il sistema di allevamento ad alberello, ancora ritenuto il migliore, creano le condizioni per ottenere dei vini di straordinaria qualità.

La variabilità di maturazione, tra contrada e contrada – come vengono comunemente definite le zone nell’areale Etneo – è molto alta.

Secondo recenti studi di Rocco Di Stefano, la composizione antocianica di questa varietà è caratterizzata dalla mancanza della famiglia degli antociani acilati, così come è segnalato per il pinot noir. Al momento attuale sembra che il nerello mascalese ed il pinot noir siano le sole uve al mondo ad avere questa caratteristica.

I tannini sono abbondanti, profondi ed avvolgenti a piena maturazione della bacca.

Dal nerello mascalese ci si può aspettare un aroma varietale molto complesso, dalle note terpeniche fino a quelle di tabacco. Gli ettari di nerello mascalese oggi iscritti all’Albo dei vigneti Etna a D.O.C. sono circa 220, di cui quasi la metà con oltre 30 anni d’età.

Il nerello cappuccio

Vitigno presente solo in Sicilia e Calabria, conosciuto anche con il sinonimo di nerello mantellato, la sua origine non è nota, ma con ogni probabilità questo vitigno trova la sua antica collocazione diverse centinaia di anni fa nella piana di Catania, per poi estendersi nelle zone di Messina e spingersi oltre lo stretto raggiungendo le coste della Calabria.

Ha un grappolo più piccolo del nerello mascalese, una buccia fortemente colorata di un blu violaceo e a causa dell’alto indice di antociani totali e del basso livello di proantocianidine, il nerello cappuccio permette di ottenere vini con splendida colorazione, ma non adatti a invecchiamento “estremo”. L’esatto opposto caratterizza i vini ottenuti con il nerello mascalese, e per questo motivo i due vitigni sono vinificati assieme al fine di ottenere un prodotto più complesso e con un progetto di vita più lungo.

Partecipa per un massimo del 20% alla DOC Etna rosso conferendo colore, struttura e aromi fruttati, e ultimamente si è anche sperimentata qualche vinificazione in purezza.

Il nerello cappuccio, come il nerello mascalese, ha una maturazione tardiva, ha quasi rischiato l’estinzione e si trova principalmente all’interno dei vigneti insieme al “cugino”.

 I vini e gli assaggi

Il vigneto del Gamma

Il vigneto del Gamma

Etna Bianco DOC Gamma

Prodotto da uve carricante in purezza provenienti dal suo areale di vocazione, i comuni di Milo e Biancavilla. Uve coltivate in vecchi vigneti tra 750 e 900 metri s.l.m., allevate ad alberello, 7/8000 ceppi per ettaro, con una produzione di circa 60 quintali per ettaro.

Il vino è fermentato in acciaio con rimontaggi dei lieviti (la fermentazione malolattica non viene svolta al fine di fargli offrire ciò che naturalmente è in grado di dare), matura fino all’estate sui suoi sedimenti per poi essere filtrato ed imbottigliato, con una produzione di 6.500 bottiglie.

Etna Bianco DOC Gamma 2018

Calice cristallino, luminoso e invitante di colore giallo paglierino, si presenta delicato e molto fine al naso con ricordi di susina gialla, note agrumate ed erba cipollina, buccia di limone in un’aura salina minerale ben presente.

In bocca entra composto con una netta dominanza della freschezza che ne caratterizza l’intero sorso, buona sapidità in un finale citrino.

Vino con molta vita davanti, il tempo gli permetterà di incorporare meglio tutte le sue componenti aromatiche ed esprimere in maniera più lucida la sua forte personalità.

Ottimo l’abbinamento con i frutti di mare crudi.

 

Etna Bianco DOC Gamma 2016

Veste luminosa e vivace, profumi freschi ed eleganti, zenzero fresco, buccia di agrumi, roccia, iodio  e sabbia marina si alternano piacevolmente sotto il naso.

Il sorso è pieno, succoso, agile e di grande qualità, le componenti ben dosate e in buon equilibrio, freschezza e sapidità ben presenti, non mollano, non stancano e invitano ad un altro assaggio.

Una conferma della longevità di questa etichetta, più spinto verso aromi sviluppati dall’affinamento in bottiglia ma con ancora tanto da dare.

Con bavettine all’astice sarebbe perfetto!

Etna Bianco Superiore DOC Kudos 2018

Vino che proviene da un’unica vigna con viti molto antiche, di quelle attorcigliate come corde del tempo, vigne dai muretti di pietra scolpita che imbrigliano un suolo sciolto e nero.

Si trova in contrada Rinazzo nel comune di Milo, di proprietà degli eredi Di Maio che con lungimiranza hanno mantenuto in vita un vigneto che altri probabilmente avrebbero già espiantato..

Kudos è il risultato del lavoro di molte generazioni, la tenacia della famiglia Di Maio e la sensibilità e la forza di Federico Curtaz che ha l’incarico di modernizzare il risultato di terre vinicole cosi antiche e preziose.

È vinificato con uve carricante ed affinato in botti di legno da 25 hl, la produzione è limitata a 2.000 bottiglie.

Giallo paglierino carico con bagliori di oro nuovo, sentori di buona intensità e grande finezza che rievocano la frutta gialla, la buccia di arancia con sbuffi di timo limone, pepe bianco seguito da note minerali sempre ben presenti.

Al gusto è ben integrato, franco, un ingresso in buon equilibrio dove emergono subito dinamicità e brio, freschezza agrumata in una scia di erbe aromatiche che rimangono a lungo in bocca, con un retrogusto molto pulito di gran livello qualitativo.

Da provare con tagliatelle ai finferli.

Il vigneto del Purgatorio

Etna Rosso DOC Il Purgatorio 2017

Biancavilla è il villaggio dove sono situati i vigneti dell’antica contrada del Purgatorio. Siamo sul versante sud del Vulcano, all’interno di una particolare colata lavica, un rarissimo “lahar”, che prende il nome di “formazione di Montalto”.

Generalmente le colate che si sono susseguite dalla formazione del vulcano sono prevalentemente di colore grigio e nero, con ceneri, lave e sabbie nere. Qui il paesaggio cambia drasticamente, i suoli derivati da questa colata sono rosso arancio. Sono suoli potenti che conferiscono molto carattere al vino, e la buona maturazione dell’uva in questa area non è mai un problema, salvo in annate veramente particolari.

Le viti sono molto vecchie, sovente hanno più di 80 anni, con rese contenute, circa 60 quintali per ettaro. L’alcol è sempre tra i 13.5 e 14 gradi. Ne vengono prodotte 6.000 bottiglie.

L’uvaggio è composto da nerello mascalese con l’aggiunta di circa il 10 % di nerello cappuccio.

Rosso rubino trasparente, vivo e luminoso. Elegante, profondo e di buona complessità all’olfatto, con intensi profumi di frutti rossi, ciliegia e mora, seguiti poi da riconoscimenti di pepe bianco e grafite in uno sfondo di leggera affumicatura.

All’assaggio conferma le promesse: entra pieno e preciso, magistrale nella successione tannico-acida attenuata da un buona componente alcolica; i tannini molto fini e setosi, si muove agile e fresco verso la ricerca di quell’armonia che non tarderà ad arrivare, con ottime potenzialità di invecchiamento.

Chi ben degusta birra è già a metà dell’opera! – Dopo il successo del 1° livello, si pensa già al 2°

Chi ben degusta birra è già a metà dell’opera! – Dopo il successo del 1° livello, si pensa già al 2°

Parlare di birra suscita un crescente interesse tra i Sommelier e quelli della Sardegna si distinguono in questo campo, quasi ad onorare il noto primato isolano che vede il consumo annuo pro capite attestarsi su valori più che doppi rispetto alla media nazionale. Se volessimo avere conferma basterebbe considerare l’elevato numero di lettori degli articoli in ambito birrario che vengono pubblicati sempre più frequentemente sul sito AIS Sardegna ed il successo riportato da due importanti eventi, tenuti via web lo scorso anno in piena clausura pandemica. Il primo, intitolato “WeBeerNar”, è stato incentrato sugli attuali orientamenti della produzione e del mercato delle birre artigianali. Il secondo incontro, “Questione di luppolo”, dello scorso dicembre, ha svelato interessanti aspetti di questo componente fondamentale della ricetta al quale è spesso legato il successo di un prodotto.

L’universo brassicolo si sta ritagliando crescenti fette di mercato con l’utilizzo delle birre a tavola, anche in accompagnamento a menu complessi e di alto livello, grazie alla loro versatilità. I consumatori consapevoli dimostrano di apprezzare i locali in grado di offrire un’articolata scelta di tipologie birrarie e i Sommelier stanno approfondendo le loro conoscenze in questo campo, per soddisfare i loro clienti, studiando i possibili abbinamenti anche con piatti che talvolta non trovano una completa armonia con un vino.

La prima lezione del corso, incentrata sulle materie prime e sulla produzione, è stata tenuta da Riccardo Antonelli, Sommelier della Delegazione di Terni e componente della Commissione Nazionale che sta mettendo a punto la nuova didattica sulla birra. Della medesima Commissione fa parte anche Gabriele Pollio, Sommelier della Delegazione di Napoli, che ha illustrato dettagliatamente la tecnica della degustazione e mostrato l’utilizzo pratico della nuova scheda AIS per la birra, nella sua versione ormai quasi definitiva.

Seguendo un criterio geografico si sono quindi prese in esame le nazioni di lunga tradizione birraria, soffermandosi a descrivere gli stili che ne caratterizzano le produzioni. Si è partiti dalla Repubblica Ceca e dalla Germania, illustrate da Roberto Pisano della Delegazione di Cagliari, Referente didattico del Corso. È stata quindi la volta di UK e USA, curate da Leonardo Taddei della Delegazione di Lucca, e del Belgio presentato da Raffaele Papi della Delegazione Urbino Montefeltro. Ad Antonio Furesi della Delegazione di Sassari, Direttore del Corso e anch’egli componente della Commissione Nazionale, è spettato il compito di presentare le produzioni birrarie del nostro Paese ed illustrare la legislazione nazionale, attuale e pregressa.

Un’intera lezione è stata dedicata ad un primo approccio agli abbinamenti cibo/birra, illustrati anche con alcuni esempi da Antonello Raimondi, Sommelier della Delegazione di Cagliari e Relatore abilitato per Birra e Distillati come tutti i docenti di questo Corso. L’approfondimento della teoria e della pratica dell’abbinamento della birra costituirà l’oggetto del 2° livello.

L’ultimo appuntamento è stato destinato all’autoverifica e alla degustazione di due birre, con caratteristiche molto diverse tra loro, che i corsisti hanno assaggiato individualmente, verificando le loro valutazioni con una proficua interazione con i relatori collegati. Per l’autoverifica è stato utilizzato il programma mentimeter.com che, grazie alla possibilità di visionare in tempo reale le risposte degli allievi, ha fornito l’occasione di rivedere e sottolineare i principali contenuti illustrati nel corso.

Non essendo ancora disponibile il testo ufficiale, i corsisti hanno ricevuto una dispensa tratta dalle due edizioni della “Guida alle birre artigianali della Sardegna” pubblicate da AIS Sardegna nel 2016 e nel 2018, oltre alle slide delle lezioni e una selezionata bibliografia per chi volesse approfondire gli argomenti trattati.

I 50 partecipanti hanno ricevuto una valigetta contenente 4 calici da birra Teku 3.0 da 420 ml, 23 birre scelte in base all’impostazione didattica del corso e i prodotti alimentari per le prove di abbinamento. In dettaglio: un formaggio caprino fresco da abbinare ad una Helles bavarese, una salsiccia sarda campidanese accompagnata da una Hefeweizen e un pecorino sardo maturo DOC in abbinamento con una Belgian Strong Ale.

Particolarmente apprezzata dagli allievi è stata la formula “on line”, tanto che molti di loro hanno espresso l’auspicio che anche il secondo modulo si svolga con la medesima modalità.

A conclusione di questa prima esperienza è doveroso il ringraziamento a tutti coloro che, con un lodevole gioco di squadra, hanno consentito di portare a termine il progetto, creando le condizioni per dare avvio al secondo livello non appena il programma sarà stato definito dai responsabili nazionali della didattica.

L’auspicio pertanto è di ritrovarsi già nel prossimo autunno per completare il percorso formativo e diplomare i primi Sommelier della Birra della Sardegna.

 

Luce sul Carmignano: storia e attualità di una denominazione

Luce sul Carmignano: storia e attualità di una denominazione

Giovedì 22 aprile, come preannunciato, si terrà il secondo appuntamento con Massimo Castellani dedicato alla Toscana.

Dopo l’esauriente panoramica sul mondo enologico toscano offerta nel primo incontro, concentreremo la nostra attenzione su una delle denominazioni storiche della regione: il Carmignano.

Un territorio di consolidata tradizione enologica nel quale i vitigni cosiddetti internazionali sono comparsi ben prima degli anni ’80 e quindi dell’avvento dei blasonati Supertuscans. Carmignano infatti vanta una tradizione vinicola di oltre trecento anni; ottenne la Doc nel 1975 e fu tra i primi vini italiani, nel 1990, a vedersi riconosciuta la Docg.

L’appuntamento sarà integrato da una degustazione guidata per la quale abbiamo scelto un’etichetta di indiscusso pregio, che rappresenta una delle interpretazioni più moderne della tipologia: PIAGGIA Carmignano Docg Riserva 2017 prodotto dall’Azienda Piaggia di Silvia Vannucci.

Tutti gli iscritti riceveranno pertanto una bottiglia di questa prestigiosa etichetta che ha ottenuto la valutazione massima delle quattro viti nella Guida Vitae 2021.

Per contenere le spese di spedizione abbiamo pensato di creare dei centri di consegna presso le due Delegazioni dalle quali statisticamente pervengono le maggiori adesioni: Cagliari e Sassari. Chiederemo pertanto la collaborazione degli iscritti ivi residenti i quali dovranno ritirare la bottiglia nelle sedi che indicheremo in seguito, mentre gli altri iscritti la riceveranno presso l’indirizzo indicato nel modulo di iscrizione. A tal fine raccomandiamo a coloro che fossero interessati, e in particolare ai “fuori sede”, di provvedere appena possibile all’iscrizione così da consentirci il tempestivo recapito della bottiglia.

Per esigenze logistiche dettate anche dall’emergenza sanitaria in atto, le iscrizioni dovranno pervenire improrogabilmente entro giovedì 15 aprile.

L’incontro si terrà online sulla piattaforma Zoom con inizio del collegamento previsto per le ore 19:15; sarà aperto in via preferenziale ai soci AIS  e, nei limiti della capienza tecnica, anche a non soci che fossero interessati all’argomento.

Nonostante il valore della bottiglia, grazie anche alla disponibilità del produttore, siamo riusciti a contenere la quota di iscrizione in € 35,00 per i soci ed € 45,00 per i non soci mentre l’Associazione si farà carico delle spese di spedizione. Coloro che non fossero interessati alla degustazione potranno comunque iscriversi all’evento, nel limite di 30 posti, versando la quota di € 10,00.

I posti disponibili sono complessivamente 90 ma solo 60 iscritti potranno usufruire della degustazione.

 

 

Focus Toscana con Massimo Castellani

Focus Toscana con Massimo Castellani

Giovedì 8 aprile daremo avvio a una serie di incontri con i quali ci proponiamo di coinvolgere i nostri associati nell’aggiornamento della conoscenza di alcune tra le più significative realtà vinicole nazionali e internazionali e nell’approfondimento di alcuni temi che attengono alle competenze del sommelier.

Il primo appuntamento avrà come protagonista Massimo Castellani, che tutti conosciamo come fine degustatore e qualificato relatore; a lui abbiamo chiesto di proporci una lettura critica aggiornata della Toscana vitivinicola, descrivendoci lo scenario attuale, lo stato di salute delle principali denominazioni di origine,  le realtà emergenti e  le nuove tendenze di una tra le più importanti regioni vitivinicole italiane.

Sarà per tutti noi l’occasione per prepararci a un prossimo incontro, già programmato per la seconda metà di aprile e al quale stiamo lavorando, che avrà come tema una delle storiche denominazioni toscane e che prevederà anche la degustazione di una etichetta rappresentativa del territorio.

L’incontro si terrà online sulla piattaforma Zoom con inizio del collegamento previsto per le ore 19:15; sarà aperto in via preferenziale ai soci AIS  e, nei limiti della capienza tecnica, anche a non soci che fossero interessati all’argomento.

 

 

 

Cagliari Malvasia, il sapore antico dell’ospitalità

Cagliari Malvasia, il sapore antico dell’ospitalità

Con grande piacere diamo il benvenuto nella squadra del sito AIS Sardegna a Ivan Paone, giornalista professionista dal brillante curriculum, sicuramente punto di riferimento per tutti noi. (G.D.)

Ferruccio Deiana può essere considerato uno dei padri nobili dell’enologia sarda. Un veterano, insomma, che con la sua Cagliari Malvasia 2015 ha conquistato un meritato “tastevin” della Guida Vitae 2021. Bravo e modesto allo stesso tempo, “signor Ferruccio”, come è universalmente conosciuto nel suo “regno” di Settimo San Pietro e dintorni, quando si tratta di parlare lascia spazio all’erede di famiglia, Dario, giovane enologo e responsabile commerciale dell’azienda. La “triade” dell’azienda Deiana è completata da Maria Grazia, moglie di Ferruccio e madre di Dario. Sta nell’ombra ma è uno dei motori della cantina e anche colei che ha “battezzato” la gran parte dei vini, imponendogli i nomi da inserire in etichetta.

Dario, come nasce l’idea di rilanciare la Malvasia, vitigno quasi dimenticato a queste latitudini?

Il motore dell’operazione è stato mio padre. La Malvasia è il vino della sua giovinezza, quello che si offriva all’ospite quando veniva “in visita”.

Il vino delle grandi occasioni, dunque?

Esatto. Quando mio padre si è sposato ha avuto in regalo dal padre proprio una bottiglia di Malvasia. La stessa bottiglia che è finita a me il giorno del mio matrimonio

Possiamo dire che offrire la Malvasia è il simbolo del grande senso dell’ospitalità dei sardi.

Proprio così. Ricordo che mio padre quando ricevette la visita di Mauro Manfredi, sommelier Ais che penso conosciate bene, tirò fuori una bottiglia di Malvasia. E così abbiamo deciso di rispolverare questo prodotto della tradizione

Pronti, via ed ecco che a questo vostro nuovo prodotto viene assegnato il Tastevin della Guida Vitae 2021 dell’Ais. Si potrebbe festeggiare, o no?

Certo, magari con un calice di Malvasia. A parte gli scherzi, il riconoscimento della Guida Vitae ci dà immensa gioia. È come un marchio di qualità, il segno che siamo riusciti a lavorare bene e condurre in porto un’operazione che pure aveva molte incognite.

Nella vostra azienda avete molti ettari vitati a Malvasia?

No, non molti, ma stiamo partecipando a un progetto del Comune di Settimo San Pietro che sta recuperando terreni abbandonati e li sta assegnando tramite bando a chi voglia impiantare viti di malvasia. Ce ne siamo già aggiudicati due ettari ma speriamo di aumentare la superficie a breve. Il rilancio di un vitigno quasi dimenticato dalle nostre parti ha necessità di basi solide e quindi di vigneti abbastanza ampi da giustificare la produzione e soddisfare le eventuali richieste del mercato. Non è un mistero che la nostra azienda guardi con interesse ai grandi bacini esteri. Proviamo a immaginare se la Cagliari Malvasia sfondasse sul mercato tedesco o americano. Ci servirebbe una produzione imponente. Per adesso ci accontentiamo di stimolare il palato dei consumatori, per così dire, nostrani. Ma non ci poniamo limiti.

Tra l’altro so che uno dei vostri prodotti, come dire, vola alto.

E’ vero. Il nostro vino da dessert Oirad viene servito nella classe Magnifica dei voli internazionali di Alitalia. La pandemia di Covid, per così dire, ci ha messo a terra, ma speriamo sia solo una fase negativa che possa finire al più presto.

Per chiudere, con cosa abbineresti la Cagliari Malvasia?

L’abbinamento classico è con la pasticceria secca sarda. Ma è un vino che può vivere, passatemi l’espressione, da solitario, ottimo anche da solo, a fine serata, per scrollarsi di dosso le scorie di una giornata di lavoro. Ma a me piacerebbe anche se riscoprissimo l’abitudine di offrirlo al nostro ospite a casa. Sarebbe la chiusura del cerchio.

 

CAGLIARI MALVASIA DOC 2015

Preziosa veste dorata con bagliori topazio. Raffinato corredo olfattivo che impressiona per grazia e nitore dei profumi, proposti in lenta e costante successione. Fra i tanti emergono zenzero disidratato, miele di zagara, zafferano, tabacco avana e una chiosa di erbe aromatiche. Al palato conferma tutta la sua eleganza, mostrando una dolcezza contenuta, irrorata di freschezza: l’esito è un equilibrio complessivo che non mostra cedimenti. Il tratto gentile non compromette la persistenza gustativa, affidata a una lunga chiusura ammandorlata. Vendemmia tardiva, fermentazione in acciaio e parziale maturazione in barrique per 4 mesi. Abbinamento: Ravioli di mandorle.