Diario di viaggio, tra Valle d’Aosta e Borgogna

Diario di viaggio, tra Valle d’Aosta e Borgogna

L’estate scorsa ho trascorso una piacevolissima settimana tra Valle d’Aosta e Borgogna. Poco prima della partenza, l’amica e collega Alessandra Corda mi ha proposto, un po’ sul serio e un po’ per gioco, di farle avere ogni giorno una sorta di diario di viaggio, in vista di un possibile futuro pezzo da scrivere a quattro mani. Con grande disciplina ho trasmesso ogni sera via whatsapp i miei appunti di viaggio, fornendo ad Alessandra qualche spunto per le sue sempre puntuali “variazioni sul tema (riportate in corsivo nel testo). Ne è venuto fuori questo duetto, testo + ipertesto, difficilmente inquadrabile. Il rischio autoreferenzialità è ben presente, d’accordo, ma il vino, si sa, è condivisione. E anche le chiacchiere sul vino, in fondo…

Giorno 1

È il giorno dell’arrivo, in auto, da Linate. Il viaggio scorre tutto sommato veloce e piacevole. Dopo l’iniziale intrico di svincoli e tangenziali, il paesaggio si snoda su ambientazioni tipicamente padane. All’approssimarsi di Carema iniziano le alture e compaiono le suggestive vigne terrazzate sul lato destro della strada. Immagine che prosegue con l’ingresso in Valle d’Aosta, nello specifico nell’area di Donnas, in cui è ancora ben presente l’influenza piemontese evidenziata dalla coltivazione del nebbiolo, qui chiamato picotendro.

La strada (e le vigne) seguono grosso modo il corso della Dora Baltea (ah, ecco, esiste: non è solo il primo “verso” – seguito dalla Riparia – dell’elenco degli affluenti del Po). Aosta è una città medio piccola, pulita e ordinata. Fa molto caldo, sembra di stare a casa. Troviamo un bel posto, La vineria, dove il personale, cortese e competente, ci indirizza verso qualche assaggio piacevole e “didattico”. Il panino della casa vincerebbe le resistenze di chiunque: praticamente un doppio sandwich (pane buonissimo) con salsiccia locale cotta alla piastra e “inondata” di fontina calda. Poi taglieri con formaggi (tome, alcuni caprini, qualche erborinato) e salumi (tra cui il lardo e la gloria locale mocetta). Nella scelta del vino decido di orientarmi su un’azienda giovane, Tanteun e Marietta, nomi dei bisnonni degli attuali proprietari, e un vino pure lui giovanissimo (vendemmia 2020), Lo Tocque, un rosso a base petit rouge, cornalin e mayolet, vinificato in acciaio. Uno spettacolo. “Didattico” per capire cosa sia il descrittore “floreale”, poi ribes, lamponi, una spruzzata di pepe nero. Assaggio euforico che crea dipendenza, con una leggiadria che spesso, nella lavorazione dei rossi, viene dimenticata.

Assaggiamo anche un bicchiere di Donnas Napoléon 2016, delle Caves coopératives de Donnas, a base nebbiolo (picotendro) con oltre un anno di permanenza in botte grande. Buono, piacevole, però mancante della leggiadria di cui sopra. L’incontro con la Cave du Mont Blanc è invece un passaggio a vuoto, purtroppo. Cantina cooperativa con i vigneti tra i più alti d’Italia (1.200 metri), dedicata a un solo vitigno, il prié blanc: entriamo nel punto vendita, non è possibile visitare la cantina (e neanche i vigneti), assaggiamo due spumanti metodo classico non proprio entusiasmanti. Sensazione generale di appuntamento mancato, servirebbe una seconda possibilità. Cena a La Thuile, nel ristorante Pepita Café, i cui proprietari sono di origine sarda (Assemini). Tanti piatti tipici (pappardelle al ragù di cervo, tortelloni alla fontina, cappello del prete brasato, etc.) e un bel vino della celebre Maison Anselmet, La Touche rouge 2018, a base petit rouge, cornalin e fumin. Un vino giovane e di personalità, profumi di more, viole e pepe nero, assaggio fresco, invitante, con un tannino gentile ma non banale. Finale amaricante e balsamico. Non abbiamo iniziato male, direi!

#leggiadria

Caro Giorgio, quando per gioco ti ho proposto questa scambio tra chi resta e chi parte, ho pensato che l’altro binomio parallelo sarebbe stato, inevitabilmente, chi assaggia e chi legge. Nella narrazione del vino, questo racconto di sensi, luoghi e persone potrebbe diventare un tempo diverso, se solo riuscissimo a trovare una chiave, anzi due, per fare in modo che i tuoi assaggi siano un fermarsi e soffermarsi senza peso, a calice vuoto e a calice pieno, con leggiadria appunto, come scrivi dei rossi che hai degustato nella prima tappa sulla via di una Mecca enologica mondiale. Se penso alla Valle d’Aosta penso alla rarefatta atmosfera che genera l’altitudine e alla fatica della maturazione. Molto più che in altri casi si impone la consuetudine, “su connotu” (il conosciuto, il consueto) diremmo da sardi, ovvero quelle varietà che lì si prediligono perché si sono acclimatate meglio e si sono evolute in quelle specifiche condizioni naturali. L’insegnamento che si potrebbe trarre, però, vale a tutte le latitudini e abbiamo voglia noi di tagliar corto, qui sull’isola, con syrah e cabernet rinvigorenti. Dote bella e rara, nei rossi, la leggiadria; ne sento la mancanza, a volte, e auspico l’arrivo di una nuova stagione produttiva in cui lo stile si orienti sempre più verso la grazia e l’eleganza fine (magari da vitigni a bacca rossa minori) e sempre meno verso la dominante carnosa e alcolica.

Giorno 2

Mattinata dedicata al trekking, con il cosiddetto percorso dell’orrido, a Pré-Saint-Didier, a poche centinaia di metri dalla nostra abitazione. Un sentiero di circa un chilometro che si snoda su una pendenza di duecento metri e conduce alla spettacolare passerella sospesa nel vuoto.

Pranzo veloce in una focacceria, accompagnato da una sempre piacevole birra Menabrea. Seguendo l’inerzia della salita, tardo pomeriggio a Courmayeur e cena al ristorante La terrazza, con uno dei classici del “pasto condiviso”, la Bourguignonne. Per l’accompagnamento siamo tornati alla Cantina Tanteun e Marietta: stavolta la scelta è ricaduta sul Valle d’Aosta DOC Farouche 2018, a base petit rouge con un saldo di cornalin, vien de nus e gamay, lavorato in acciaio. Colore ancora giovanile sui toni del rubino, profumi intensi di ciliegia, rosa e chiodi di garofano, con qualche ricordo di tostatura. Al palato mostra un carattere notevole, mettendo insieme la giovanile freschezza, una buona avvolgenza e tannini eleganti e di ottima fattura. Un finale tra il fruttato e un accenno balsamico completa un assaggio pienamente soddisfacente, ulteriore conferma per una cantina che continua a sorprendere.

#inerzia

Muoversi sui sentieri di montagna è estremamente educativo nello stimolo della nostra inerzia, ci spingiamo oltre quando serve, rallentiamo se necessario e prestiamo attenzione prima di muovere il passo. Il corpo e l’attitudine emotiva ne escono bene, rinvigoriti e tonici. L’inerzia chimica dei tank di acciaio e il freddo controllato sono invece necessari quando abbiamo bisogno di portare a compimento un quadro gusto-olfattivo definito dalle sole molecole dei mosti. Liberate dagli zuccheri si evolveranno sottili e precise se la mano è buona, fragranti e pure, come quelle di due tuoi assaggi di questa giornata. Nessun altro elemento interagisce. La condizione riducente può essere amata o no. Un po’ come nei sentieri di montagna, le passerelle sospese sono corridoi forzati che, se vogliamo, potranno essere una grande opportunità, oppure inevitabilmente mettono a nudo le nostre fragilità, la mediocrità della nostra materia intima, la stoffa, come in certi vini, senza alcuna addizione da “passaggi obbligati” o “passerelle” in legno.

Giorno 3

Giornata dedicata al Monte Bianco, con ascesa tramite cabinovia verso le due fermate di Pavillon (2.173 m.) e Punta Helbronner (3.466 m.).

Panorami mozzafiato che abbiamo avuto la fortuna di apprezzare ancora di più grazie a condizioni meteo ottimali. Nella prenotazione della cabinovia era incluso anche il pranzo nel ristorante di Punta Helbronner, con la formula “bevande escluse”. La carta dei vini offre qualche spunto interessante e opto per un Torrette Supérieur 2019 Vigne Rovettaz dell’azienda Grosjean. Anche questa sottozona della DOC Valle d’Aosta prevede l’utilizzo di diversi vitigni autoctoni: alla base principale costituita dal petit rouge si aggiungono piccoli saldi di cornalin, fumin e prëmetta. Come ho avuto modo di verificare negli ultimi giorni, è sicuramente questa una delle più efficaci espressioni del terroir valdostano che si manifesta attraverso rossi giovani, freschi, saporiti e di buona personalità. L’etichetta dell’azienda Grosjean ricalca perfettamente questa descrizione. Vivacissimo colore rubino e intensi profumi di ribes e rosa con rimandi a spezie piccanti e una cornice minerale di roccia.

E come al solito è al gusto che si gioca la partita più importante: agile, saporito, vibrante e con tannini grintosi ed eleganti, per una beva invitante e piacevolissima. In serata, passeggiata a Courmayeur con assaggio di un altro Torrette, annata 2020, prodotto dall’azienda Les Crêtes. Più semplice del quasi omologo precedente, ma sempre di buon livello, è stato probabilmente penalizzato da una temperatura di servizio troppo alta. Chiusura “fuori contesto” con uno straordinario Quinta do Panascal Porto Vintage 1999 dell’azienda Fonseca. Anche in questo caso, temperatura di servizio non perfetta e bicchiere un po’ penalizzante, però alla lunga sono emerse ugualmente tutta l’articolata potenza aromatica e una beva ricca e affascinate che non si scorda facilmente.

#fuoricontesto

Come ti invidio in questi giorni torridi, tu lassù nell’aria rarefatta e pura delle Alpi e io qui, nel pieno dell’enfasi della stagione balneare. Distese di auto arroventate nei parcheggi a ridosso delle spiagge, infradito sudate, tatuaggi improbabili, mojito nei bicchieri di plastica, “porceddu” in agriturismo. Mi sento volentieri fuori contesto, molto peggio del tuo Porto degustato lì. Ci si sente sempre fuori contesto quando non si riesce a leggere la realtà, quella che sta accadendo intorno. Sto invecchiando oppure sto seriamente apprezzando un minimalismo formale anche nella fattura dei vini.

Il Porto lì è esotico, e l’esotico è un fuori contesto ben riuscito, è sempre un voler stare altrove, ma si alimenta di immaginario e non di esibito. Così per me la Valleé, come la chiamano i valdostani, è esotica, un altrove dove non sono mai stata e che fino a qualche stagione fa non avrei pensato di appuntare fra le mete enofile future. E soprattutto il punto di osservazione che fa la differenza. Questo tuo passaggio alpino prima di varcare il confine mi solletica degustazioni e assaggi che puntano verso rossi snelli e fragranti, niente affatto banali e pure convincenti per finezza di beva, più intensità pulita che complessità di aromi.

Giorno 4

Si varca il confine, attraverso lunghe e laboriose code presso il traforo del Monte Bianco, e ci si dirige decisamente verso la Borgogna, arrivando dalla parte meridionale, all’altezza di Mâcon, e proseguendo verso nord. L’autostrada è costeggiata da sterminate distese di mais e girasoli, alla nostra sinistra si intravedono le prime colline vitate.

Spostandosi sulla statale, all’altezza di Nuits-Saint Georges, il paesaggio cambia decisamente: vigneti ovunque, a parte le sommità delle colline ricoperte di boschi. Attraversiamo piccoli paesini-gioiello, come Nuits-Saint Georges e Vosne-Romanée, dove si rende necessaria una sosta per il doveroso “pellegrinaggio” verso i celeberrimi Grand Cru Romanée-Conti, Richebourg e La Tâche. L’arrivo a Digione ci mostra una città di medie dimensioni, ordinata e suggestiva. Ceniamo in un bistrot e degustiamo un paio di calici: un trascurabile Crémant de Bourgogne e un più convincente Marsannay Vielles Vignes 2018 dell’azienda di Marguerite Girodet.

Marsannay è la più settentrionale delle appellation borgognone e dà vita a vini semplici, piacevoli e discreti con, qua e là, qualche guizzo. Il nostro calice ha mostrato un bel binomio frutto-spezie e una beva saporita e di buona gradevolezza.

#gioiello

Il valore assoluto alle cose lo diamo noi, con la nostra conoscenza, le nostre passioni, la personalissima lettura delle realtà, insomma cose che non hanno prezzo. Nelle nostre esperienze sensoriali molto viene deciso proprio dalla narrazione, soprattutto quando si tratta di un prodotto voluttuario come il vino, e la suggestione è cosi forte, come hai scritto tu, che alla fine in quei luoghi si va in pellegrinaggio. Le bottiglie di quei cru, o meglio climat, quelle che tutti vorremmo bere, sono nell’empireo degli investimenti mondiali del vino, come un graal lanciato nella postmodernità. Per metafora, la superficie delle cose e la loro profondità hanno però sempre un gap da colmare. I trattamenti di quei suoli fra gli anni ‘60 e ‘90 non sono stati affatto biologici, neanche biodinamici. Del resto, per i caratteri climatici il vigneto borgognone non può non risentire degli effetti delle brume, della permanenza di umidità atmosferica, e l’oidio vince dove può. Meglio restare in quella che ora lì in Borgogna chiamano “la flexibio”, ovvero prendersi il sicuro e portare a casa il risultato dopo il disastroso 2016. Quando l’incanto si spezza ci resta lo sguardo sul peso della storia che non sempre è stata democratica, ma di sicuro più interessante della deriva “luxury” contemporanea. Soprattutto, ripenso alla capacità esperienziale che generazioni di monaci in Borgogna hanno avuto nel leggere la natura delle cose. Per esempio, proprio i suoli, quella composizione finemente studiata in tempi a noi molto vicini da Claude Bourguignon, che insiste sulla ricchezza biotica necessaria e sulla sua interazione con le componenti inorganiche: i veri gioielli, insomma.

Giorno 5

All’alba prendiamo il treno per Parigi, un TGV. Arriviamo nella Ville Lumière all’ora del petit déjeuner, poi l’attraversiamo in lungo e in largo, dalla Gare de Lyon all’Arc de Triomphe, passando per la Bastille, l’Île de la Cité, il Louvre, Place Vendôme, Place de la Concorde e Champs Élisées.

Proprio in zona Champs Élisées pranziamo all’aperto, in un bistrot. Sulla carta dei vini leggiamo Chardonnay de Bourgogne e decidiamo di provare. Arriva uno Chardonnay, sì, ma Pays d’Oc IGP Le Sudiste 2020. Non abbiamo grandi aspettative, e puntualmente il calice non ci smentisce, proponendoci un vino semplice e scolastico, seppur con qualche lampo sapido e una beva che, comunque, non ci lascia delusi del tutto. Il giro prosegue verso Trocadero e Tour Eiffel, poi in metro verso il Beaubourg e il Marais, con tappa obbligatoria in Place des Vosges. Infine, di nuovo in stazione, si rientra a Digione dove ci attende la cena al Doctor Wine, un ristorante dalla carta dei vini “monstre” e con la particolarità di proporre i piatti in quantità ridotte (tipo mezze porzioni), così da consentire un maggior numero di assaggi (e magari di abbinamenti con vin au verre). Iniziamo con un ottimo Crémant de Bourgogne Blanc de Noir dell’azienda Huber-Verdereau: profumi penetranti di pompelmo rosa e lieviti, assaggio corposo a appagante, con una leggera vibrazione tannica e una bella chiusura salina.

Su suggerimento del cameriere, competente ma un filo logorroico, scegliamo la seconda bottiglia: un Savigny-lès-Beaune 2016 del Domaine Maillard Père & Fils, convincente e più che soddisfacente, con la puntuale scansione aromatica (peonie, ribes, un’idea di spezia piccante) e l’assaggio gustoso e brillante nel gioco di sponda fra acidità e tannini rifiniti. Un Pinot Noir che accompagna al meglio i piatti di carne che, nel frattempo, hanno fatto capolino sulla nostra tavola (soprattutto le canard). Per l’ultimo assaggio (bœuf à la bourguignonne) decidiamo di provare qualche altro vino al bicchiere. Il solito cameriere, in due parole (insomma…), ci indirizza verso un Beaune 2014 sempre del Domaine Maillard e un Marsannay 2018 del Domaine Philippe Livera.

Inizialmente, il primo convince un pelino meno del cugino Savigny, per l’impatto olfattivo più “oscuro” e un’acidità un po’ sopra le righe. Qualche minuto nel bicchiere gli consente tuttavia di riprendersi alla grande e di sorprendere con un piacevole ritorno aromatico di frutti neri nell’articolato finale. Il Marsannay mostra i muscoli, un po’ in controtendenza rispetto ai prodotti più canonici di questo areale: colore denso, profumi netti di cassis, viole e chiodi di garofano, assaggio deciso e potente, con una progressione comunque centrata ed educata. Perfetto per il bœuf!

#vinoalbicchiere

Parigi è sempre Parigi, ma a quanto pare il grosso della tua giornata per palato e olfatto è accaduto a Digione. Vini al bicchiere e pure buoni: ma perché qui da noi si fatica ancora a incontrare questa formula? Vale il principio dei salotti delle vecchie zie: poco usati, sono invecchiati con ancora il nylon sui cuscini. E le zie che avevano investito, poi si sono lamentate che nessuno li ha usati, quei cuscini. Ma perché, in attesa dell’ospite buono, agli altri è stata proposta solo la sedia della cucina? Ne vorrei di posti “vin au verre” sempre di più, senza dover andare in uno nei distretti gastronomici più importanti al mondo. Ne vorrei molti di più nel panorama provinciale, nelle vinerie che hanno molto, tanto jazz in sottofondo, ma carte dei vini ancora troppo regionali, con sporadiche incursioni nelle ultime tendenze. Quei posti, insomma, dove ormai se provi a chiedere un buon bianco NON macerato sulle bucce sei trattata come una vecchia zia.

Giorno 6

Mattinata dedicata a un giro turistico per le strade di Digione, una città aggraziata che conferma le ottime impressioni maturate al primo impatto. Ne approfittiamo per qualche acquisto nel punto vendita dell’azienda Maille, storico marchio della celebre Moutarde de Dijon, prima di lasciare l’albergo e partire in direzione Beaune.

Arriviamo all’ora di pranzo e ci dirigiamo subito al ristorante Le Bacchus, dove abbiamo prenotato. Un locale piccolo e accogliente, con un vano cucina ugualmente essenziale ma capace di sfornare piatti di livello tra l’ottimo e l’eccellente. Dalla carta dei vini molto curata scegliamo un Santenay-La-Comme 1er Cru 2016 del Domaine Michelot: senza dubbio la migliore bottiglia degustata nella breve parentesi in Borgogna. Eleganza e prestanza fanno da filo conduttore ad un assaggio che propone profumi definiti di more, rose e un accenno di liquirizia, ma soprattutto una fase gustativa memorabile per definizione, equilibrio e souplesse. Perfetto soprattutto affiancato all’eccellente Magret de canard. En passant, qualche altro piatto che si è distinto particolarmente: un sorprendente risotto con le verdure della ratatouille, mantecato con olio, mascarpone e Parmigiano, le uova cotte perfettamente e guarnite con una salsa ai funghi e, infine, le patate (vere, non agglomerati) fritte.

Dopo pranzo, visita all’Hôtel-Dieu e piccolo giro tra Pommard, Meursault e Puligny, poi rientro a Beaune per un aperitivo “lungo”, bagnato con una bottiglia di Crémant de Bourgogne Blanc de blancs Brut Vitteaut-Alberti, di buon livello. Dopodiché, in auto fino alla Valle d’Aosta!

#souplesse

Ah, che incanto il francese! Provo a tradurre questa parola, souplesse, e non riesco a rendere lo stesso fascino che si porta dietro il suono e il significato che la riguarda. Per fare vini come tu li hai descritti, si deve avere nelle proprie radici tutto il corredo culturale, il palato, il gusto della vita e una abbondante quota snob che loro e solo loro, i francesi, hanno. Non si potrebbe rendere meglio il passaggio nel nostro palato di un Pinot Nero di Borgogna come tu lo hai reso nella sintesi delle parole. Come nessuno avrebbe potuto rendere meglio, nel lungo piano sequenza, la corsa di un ragazzino sulla spiaggia nell’ultima scena dei “Quattrocento colpi”, film del 1959 diretto da François Truffaut. Lì si legge esattamente quello che scrivi del Pinot: eleganza, prestanza e souplesse, che qui arriva alla fine e ti coglie con lo sguardo tenero e vissuto del giovane protagonista nell’intenso primo piano che chiude il film. Fin.

Giorno 7

Oggi terme e relax, per chiudere in bellezza. Pranzo alle terme… vabe’, passiamo oltre! Trasferimento all’aeroporto di Linate e cena con triste (ma caro) panino al bar del gate. Non abbiamo toccato alcol per tutto il giorno, e questa è la vera notizia! Ora, a Sassari, scrivo queste righe… Buonanotte!

#gate

Passare oltre è un arte rara, e a volte neanche sedute di meditazione zen intensive sono sufficienti a tenerci in equilibrio fra la bellezza e la mediocrità. Ci capita di vivere il quotidiano e lo straordinario, Nuits-Saint Georges e l’imbarco a Linate. Le due cose a volte sono compresenti, quando questo succede è un piccolo miracolo. Quanto sento parlare di vino “quotidiano”, penso che da qualche parte qualcosa è andato storto. Per me, che bevo poco vorrei bere bene il più possibile, anche un panino merita un vino buono, anzi lo merita quasi di più. Il vino non è più nutrimento. Non è necessario ai nostri bisogni alimentari, allora che sia buono, e ogni volta sia una narrazione sensoriale extra-ordinaria.

Bourgogne Vézelay La Voluptueuse 2016 – Domaine La Croix Montjoie

Bourgogne Vézelay La Voluptueuse 2016 – Domaine La Croix Montjoie

 Registriamo con piacere un nuovo debutto sul sito AIS Sardegna: Giovanni Murgia, appartenente alla Delegazione di Sassari, ci racconta la degustazione di uno Chardonnay di Borgogna arricchita da suggestioni gastronomiche e musicali. Buona lettura. (G.D.)

SULLE NOTE DI FRANCIA

Siamo in Francia, in terra di Borgogna, casa dei grandi Pinot Noir d’oltralpe ma luogo nel quale una delle uve internazionali più famose e coltivate ha trovato da sempre terreni fertili e produttivi sui quali crescere e dare il suo meglio. Parliamo dello chardonnay, il grande bianco di Francia, un vitigno che sa adattarsi in maniera perfetta a diverse situazioni pedoclimatiche e morfologiche creando sempre grandi vini in tutto il mondo: dalla Francia alla Nuova Zelanda, dalla California al Cile.

Quest’uva ha una storia affascinante anche se non del tutto definita. La teoria più comunemente conosciuta trae origine dalla Borgogna, più precisamente nell’omonimo paese del Mâconnaise, dove venne impiantato dai monaci, e a partire da quel momento, siamo verso la fine del XIX secolo, si è diffuso in tutto il mondo.
Secondo un’altra teoria l’origine di questo vino andrebbe ricercata sulle colline di Gerusalemme; infatti questo vitigno cresce benissimo in terreni argillosi (come quelli che si trovano a Gerusalemme) e la parola chardonnay ha origini ebraiche. I primi Crociati, al loro ritorno dal Medio Oriente, riportavano anche del vino il cui nome originale era “Porte de Dieu” perché era la traduzione del nome ebraico “Shahar Adonay”, che significa appunto “la porta di Dio”. Le vigne erano tutte intorno a Gerusalemme, città santa, le cui porte conducevano tutte al Tempio di Dio. (fonte: wikipedia)
Il suo utilizzo va dai vini fermi, affinati in acciaio o in botte, sino alla spumantistica, essendo l’uva principe degli Champagne francesi, del nostro Franciacorta e di tanti altri vini spumantizzati.

NOTE TERRITORIALI

Il Domaine La Croix Montjoie si trova nel dipartimento dello Yonne, tra i paesi di Vézelay, che da il nome alla AOC territoriale, e Tharoiseau, a sud di Auxerre e della più rinomata zona di Chablis dalla quale provengono, insieme a quelli della Côte de Beaune (Corton Charlemagne, Montrachet e Meursault), gli Chardonnay più famosi di Francia.
Qui, nel comune di Tharoiseau, nel 2009, i coniugi Sophie e Matthieu Woillez, entrambi agronomi ed enologi, decidono di impiantare 10 ettari di vigne su terreni argillo-calcarei esposti a sud-sud est, caratterizati dalla presenza di diverse forme fossili, risalenti al periodo Kimmeridgiano.
Coltivano chardonnay ad eccezione di una piccolissima parcella di 0,17 ha impiantata nel 2010 a pinot noir, dalla quale nascono due vini rossi AOC Vézelay.
La cantina è stata realizzata nella ex fattoria dell’antico castello di Tharoiseau, con una splendida vista della basilica e delle pendici del Morvan. Dalle vigne piantate a chardonnay vengono prodotte tre cuvée in purezza e un Cremant de Bourgogne, frutto di una selezione delle uve di tutte le parcelle in base all’età delle vigne e al grado di maturazione dei grappoli.
l vini sentono la vicinanza di Chablis, con cui condividono la medesima matrice geologica. Tuttavia, pur ricordando i vini di Chablis quanto a freschezza, tensione e mineralità, si caratterizzano per una maggiore “solarità”, dovuta alle caratteristiche della zona, più aperta e meno esposta ai venti freddi.

LE NOTE DI DEGUSTAZIONE

La cuvée che ho degustato è uno dei tre Chardonnay in purezza della casa, realizzato interamente con uve di proprietà ed elevato in botti di rovere nuove (per il 25% della massa) e vecchie (per il 50%). La restante parte affina in acciaio per poi essere unita al resto delle masse.
L’annata degustata è la 2016 ed è classificata come Appellation Régionale. Dall’annata 2017 questo vino si fregia della denominazione AOC Vézelay.

 

Nel bicchiere la veste cromatica è luminosa e decisa, di un giallo paglierino intenso con evidenti sfumature dorate. La presenza nel bicchiere è morbida e sinuosa, con una consistenza decisa che fa presagire un vino di buona struttura. Siamo di fronte ad un vino non troppo alcolico (12,5%), elevato in botti di rovere delle quali  conserva tracce a partire dalla sua veste cromatica per proseguire poi al naso e, soprattutto, al palato.

Ad una prima olfazione il quadro aromatico si preannuncia intenso, ricco, elegante e fine.
L’esordio è tipicamente boisé e si esprime su note dolci di vaniglia, burro, nocciola e brioche che si intrecciano alle note di frutta matura (mela golden, pesca gialla e banana) e fiori bianchi, il tutto sostenuto da una leggera trama citrina di pompelmo rosa.
A seguire salvia e fieno per finire su echi minerali di gesso. Un vino dal naso appagante e via via sempre più intrigante.
L’ingresso in bocca è avvolgente, pieno e rotondo, appagante e sottile, forse un po’ troppo dominato dal passaggio in legno. Ma è solo l’inizio.
Subito entra in scena il carattere minerale di questo vino che sferza il palato e riequilibra il sorso verso note sapide e acide decise e corroboranti. Le sensazioni si fanno via via più fini ed eleganti con ritorni di frutta, vaniglia tostata e pasticceria ai quali fanno eco leggere note amaricanti di carattere erbaceo ed un sottile rivolo agrumato e sapido.
Il sorso è decisamente avvolgente e di sostanza, manca della sapidità sferzante dei cugini di Chablis (coi quali condivide, dicevamo, una certa matrice geologica) ma questo Chardonnay ha dalla sua una pienezza e una dinamicità abbastanza decisa che danno ritmo alla bevuta e piacevolezza al palato.
Raggiunge un buon equilibrio e una buona struttura con una correlazione naso-bocca che lo rendono un vino armonioso e centrato.
Un vino da bere adesso, a circa 10°/12°C (io l’ho degustato leggermente più caldo a 14°C.), ma che può giovare ancora di uno, massimo due anni in bottiglia, visto che il produttore stima in sette anni dall’imbottigliamento l’orizzonte di vita per questo prodotto.

LE NOTE DI GUSTO

Un vino eclettico che unisce un naso intenso e variegato ad un palato ricco ma allo stesso tempo sferzante e deciso, e che fa bella figura accanto a diversi piatti, dai pesci importanti alle carni bianche, dai crostacei a piatti conditi con salse a burro.
Io l’ho provato con un trancio di tonno alla griglia accompagnato da una crema di olive, arachidi, capperi e burro.

LE NOTE MUSICALI

Ma rimanendo in tema di note, in un percorso degustativo che sollecita quattro dei cinque sensi,  l’unico modo per coinvolgere quello mancante (l’udito) è accompagnare l’assaggio del vino con un brano musicale.
Rimanendo in ambito di influenza francofona, nella scia delle origine medio-orientali di quest’uva, e cercando di abbinare le caratteristiche di versatilità, pienezza ed eleganza di questo vino con quelle di un genere musicale o di un artista, mi viene in mente Didi, la celebre canzone dell’artista algerino Khaled

https://www.youtube.com/watch?v=zZJx27Qe6gY

Ritmata ma caratterizzata da un trama musicale elegante e molto profonda, che esordisce in maniera gentile e delicatamente ritmica, di chiaro stampo orientaleggiante, per poi prendere corpo e sostanza con il passare dei minuti grazie alla voce da müezzin di Khaled e all’incalzante tappeto ritmico basso-batteria dalla chiara matrice etnica, abilmente sferzato dal riff acido del sassofono nel mezzo e sul finale del brano. Un po’ come questo Chardonnay in degustazione che esordisce con un naso ritmico e un sorso pieno e rotondo per poi regalare piacevoli acuti sapidi e fruttati.

Buon ascolto e buona degustazione.