da Antonio Furesi - Delegazione di Sassari | Lug 5, 2019 | Articoli
Di Antonio Furesi – Delegazione Sassari
La viticoltura in Bulgaria ha radici storiche molto profonde, che conducono addirittura al terzo millennio a.C., quando il mercato enologico dei Traci era florido e ben diffuso nel centro Europa, arrivando poi ad imporsi in modo significativo durante i fasti dell’Impero Romano. Addirittura nel II secolo d.C. un editto dell’imperatore Antonino Pio introdusse la tutela dei vigneti della bassa Mizia, ponendo le basi per una delle primissime leggi in materia vitivinicola.
La produzione e diffusione del vino bulgaro è proseguita nell’antichità sino all’ingresso nel territorio balcanico della dominazione ottomana nel XIV secolo. Nel lungo periodo di occupazione, durato a fasi alterne per circa cinque secoli, il declino della viticoltura fu inesorabile.
Si dovrà attendere addirittura il XIX secolo, con la liberazione nel 1878, per assistere a uno sviluppo della moderna viticoltura ed enologia che, sfortunatamente, dovette immediatamente combattere contro la piaga della Fillossera. Con l’inizio del XX secolo si pongono le basi di una nuova cultura del vino. È proprio in questo periodo che fioriscono norme di settore e la Bulgaria si apre alla conoscenza del mondo enologico occidentale, con particolare attenzione alla produzione francese. Nascono le prime cooperative che contribuiranno ad un significativo progresso produttivo.
L’avvento del comunismo, dopo la Seconda guerra mondiale, ha sicuramente influito sul processo di cambiamento. Se da una parte si registrava una grande vendita di vini in massa per il mercato sovietico, non mancavano i risvolti positivi nel consolidamento del mercato interno. Fu questo un periodo di grande sviluppo tecnologico, negli anni ’50 e ’60 si ampliarono le estensioni medie dei vigneti, vennero introdotte molteplici tipologie di vitigni internazionali, pur conservando le peculiarità delle specie autoctone e si consolidò ulteriormente il mondo della cooperazione. Gli anni ’70 videro imporsi le prime valide norme sulla zonazione viticola del territorio bulgaro
Con la fine del regime comunista, al termine degli anni ‘80 e per una buona parte degli anni ’90, lo sviluppo di un mercato di vini di basso costo soprattutto verso isole britanniche e centro Europa ha contribuito a delineare una sorta di decadimento della qualità globale del vino bulgaro, esercitando un’influenza negativa sulla considerazione di questa realtà enologica da parte del mercato europeo occidentale.
A cavallo tra gli anni novanta e duemila, investimenti pubblici e privati, un importante contributo della ricerca e una adeguata valorizzazione dei terroir hanno riportato i vini bulgari verso un ottimo cliché qualitativo, pur a fronte di una diminuzione drastica dell’estensione del vigneto totale dai 140.000 ettari del 2002 ai 60.000 ettari del 2018.
La produzione bulgara, attestata su una media annua di circa 2.000.000 Hl, privilegia leggermente i rossi, che costituiscono circa il 60-70% del totale. Storicamente il territorio viticolo è suddiviso in cinque zone così distribuite:

Piana del Danubio: è il territorio compreso tra il Danubio a nord e la catena dei Balcani (Stara Planina) a sud; comprende circa il 30% del territorio nazionale. Caratterizzato da un clima prettamente continentale, presenta un’orografia debolmente collinare e un terreno influenzato per buona parte dalla presenza del grande fiume a settentrione che conferisce ai suoli un’origine tipicamente alluvionale. Tra le uve a bacca rossa si coltivano il cabernet sauvignon, il merlot e alcuni vitigni locali, come il gamza, detto anche kadarka, tipico della zona: Per i vini bianchi è piuttosto diffuso l’uso di chardonnay, riesling, muscat ottonel
Valle delle rose: immediatamente a sud della piana danubiana e della catena balcanica si estende una lunga e stretta valle, ricca di piantagioni delle più pregiate varietà di rose, che costituiscono una grande risorsa economica nel mercato delle essenze e della cosmesi. Enologicamente parlando la produzione del territorio è relativamente piccola, influenzata da un clima abbastanza mite e un territorio prevalentemente argilloso-sabbioso, in cui prevalgono i vini bianchi a base di riesling, traminer, sauvignon blanc e l’autoctono misket. La minoranza di vini rossi vede in syrah, cabernet sauvignon, pinot noir e nel locale pamid i vitigni di maggiore utilizzo.
Valle Tracia: collocato nella parte sud della Bulgaria e confinante con Grecia e Turchia, si tratta del territorio storicamente più famoso e nel quale la produzione di vini risale ad epoche molto antiche. Favorito da un clima temperato-continentale, grazie all’effetto schermante dai venti siberiani da parte della catena balcanica, con una buona distribuzione di piogge annuali, presenta un territorio limo argilloso, in parte alluvionale per la presenza del fiume Maritza. Le colline si alternano ad alcune aree montuose (Monti Rhodopi). È il territorio dove maggiormente spiccano rossi corposi e tannici soprattutto a base del vitigno autoctono per antonomasia mavrud e del già citato pamid; non mancano i vitigni internazionali, fra cui merlot e syrah.
Valle dello Struma: La valle occupa la parte sud occidentale della Bulgaria e si dipana lungo i canyon del fiume Struma. La città di Melnik costituisce se vogliamo la capitale enologica della regione e intorno ad essa, sin da tempi molto antichi, si è sviluppata la gran parte della produzione e delle tradizioni vitivinicole. Il vitigno autoctono più famoso del territorio prende appunto il nome dalla città e proprio in questo territorio si possono reperire i migliori Melnik di tutta la Bulgaria, vino molto caro, a quanto riferiscono le cronache, a Winston Churchill. Il clima, fortemente influenzato dalle montagne circostanti e dalla presenza del fiume Struma, favorisce anche in quest’area una prevalenza di rossi anche a base di cabernet franc, syrah e dei locali shiroka e keratzuda.
Costa est del Mar Nero: è la regione più a est della Bulgaria, mitigata dal Mar Nero che dolcemente regola il clima del territorio regalando una produzione di vini bianchi, ricchi di freschezza e mineralità. Stagioni invernali miti si alternano a estati mai troppo calde, con buone alternanze termiche circadiane, che favoriscono buone aromaticità nei vini. L’orografia è caratterizzata da alternanze collinari e pianeggianti, con suoli abbastanza variegati che vanno dal limo argilloso all’alluvionale e al calcareo. In questo contesto, come detto, prevalgono i vitigni bianchi, tra i quali chardonnay, sauvignon blanc, muscat ottonel e l’autoctono dimiat.
Un recentissimo viaggio a Sofia mi ha consentito di toccare con mano questa emergente realtà viticola e di visitare una delle cantine più affermate del territorio, Minkov Brothers Wine Cellar. L’azienda è situata a poca distanza dalle coste del Mar Nero, sulla statale che porta da Sofia a Burgas, in prossimità della cittadina di Karnobat.

L’area vitata è molto estesa, arrivando a coprire circa 450 ettari con vigneti distribuiti tra le ultime propaggini est della Valle della Tracia, al confine con il territorio della Costa del Mar Nero, intorno a Karnobat e alcune proprietà situate verso l’area più centrale della Valle. Le coltivazioni traggono vantaggio dalla posizione, grazie ad un clima particolarmente favorevole, sotto la duplice influenza del Mar Nero sul lato orientale e il Mare Egeo a sud. L’incontro di brezze provenienti dai quadranti meridionali e nord-occidentali, le nette alternanze termiche giorno-notte e la dolcezza del clima, con inverni poco rigidi e estati mai torride, permettono alle vigne cicli vitali appropriati che regalano vini di ottima qualità. I cru da cui si ricavano le selezioni di maggiore pregio sono ricompresi nelle aree dei villaggi di Terziysko, Ognen e Devetak.

La Cantina nasce nel 1875 ad opera di tre fratelli, Ivan, Vassil e Niceforo, i quali, dopo approfonditi studi condotti in Europa e in particolare in Francia, decidono di consolidare il loro sogno e fondano l’azienda. Il loro impegno fu da presto premiato con il conseguimento, la prima nella storia per un vino bulgaro, della medaglia al Concorso Internazionale di Bruxelles del 1894.
Nei 135 anni di storia della cantina, la ricerca di un continuo equilibrio fra le tradizioni familiari e l’attenzione al miglioramento dei processi tecnologici ha permesso all’azienda via via di guadagnarsi una posizione primaria nel teatro enologico nazionale. Oggi l’Azienda ha raggiunto importanti livelli produttivi, tanto che nel 2018 una vendemmia qualitativamente molto positiva ha portato ad una raccolta vicina ai 500.000 kg di uva per un totale di circa 3.000 Hl di vino. Non sono mancati negli ultimi anni i premi a importanti concorsi internazionali, fra cui Decanter World Wine Awards, Concours Mondial de Bruxelles e diversi altri.
La realtà produttiva inoltre è inserita in un gruppo più ampio, che comprende anche una parte aziendale decisamente più grande, la Vinprom Karnobat, situata a poca distanza, con un vigneto totale di quasi 1.400 ettari, destinata alla produzione dei vini della grande distribuzione e a vini con più elevato rapporto qualità/prezzo. In questo ambito si inserisce la linea di vini “Cycle”, più easy, ispirata in etichetta al mondo vintage dei velocipedi di un tempo, e costituita da vini di pronta beva, realizzati con vitigni internazionali quali sauvignon blanc, chardonnay, traminer, cabernet sauvignon, merlot, syrah ecc..
Giungiamo alla Minkov Brothers Wine Cellar, la cui struttura aziendale si staglia da lontano ben visibile sui vigneti che la circondano, in un’assolata mattina di maggio e l’accoglienza è subito calorosa e piacevole, allietata da un piccolo cerimoniale d’ingresso, legato ad antiche tradizioni locali. Gli enologi Dimitar Tsenov e Ivan Biandov ci fanno da ciceroni conducendoci nei vari locali di produzione e illustrando con grande perizia le varie fasi. Il tour ha permesso di visitare sia le aree di vinificazione sia i locali di invecchiamento; questi ultimi posti nei tunnel sotterranei della tenuta, dove alloggiano ben 2.600 barrique di rovere.
Le produzioni premium dell’azienda sono ottenute mediante processi orientati alla salvaguardia della qualità. Le vendemmie sono operate a mano, previa accurata selezione nei vigneti al fine di garantire una resa ridotta, compresa tra 500 e 900 kg/ha, a seconda della varietà. Le uve una volta in cantina sono preliminarmente raffreddate per 24 ore, prima di essere selezionate e pigiate e poste a fermentare. Una preliminare macerazione a freddo viene effettuata per un massimo di 4 giorni, seguita da una fermentazione alcolica che a seconda delle tipologie arriva a un massimo di 14 giorni con una post-fermentazione fino a 7 giorni. Il vino viene poi trasferito in barrique, in cui avviene la fermentazione malolattica e infine, attraverso una maturazione fino a uno o due anni, a seconda del brand e successivi travasi viene posto in commercio.
Non sono mancate ovviamente le degustazioni di alcuni dei vini di punta dell’azienda, accompagnati da abbinamenti gastronomici sapientemente preparati per l’occasione a conferma della grande ospitalità riservata.

Minkov Brothers Sauvignon blanc Enoteca 2017 (Thracian valley) – alcol 13,0 % – un Sauvignon di ottima fattura, che dalla sua brillantezza e dal colore paglierino tenue, ma vivido, preannuncia un profilo gusto olfattivo di pregio. Al naso si stagliano note di frutti esotici, ananas e mango su tutti, piacevolmente intercalate da profumi vegetali di salvia, timo e peperone e una sfumata tonalità di vaniglia a marcare il breve passaggio in barrique. Corsa gustativa di buona eleganza, con ingresso inizialmente mielato e morbido, a cui si avvicendano contrappunti fresco-sapidi ben dosati che rendono agile e appagante il sorso.

Minkov Brothers Jamais Vu Rosè 2017 (Thracian valley) – alcol 12,5 % – uvaggio che strizza l’occhio al mondo francese con grenache, cinsault e caladoc in una veste rosa provenzale molto delicata. Un vino che fa delle tonalità sfumate una cifra stilistica, in cui i sentori olfattivi, primariamente di piccoli frutti rossi, fragoline, ribes e una fine florealità di rose si rincorrono anche nel momento gustativo, donando una bella freschezza e piacevolezza, in una beva piuttosto agile.
Minkov Brothers Le Photographe Pinot Noir 2017 (Thracian valley) – alcol 13,1 % – con la linea Le Photographe, realizzata con importanti e pregiate tipologie di uve, l’Azienda punta ad uno stile qualitativo molto particolare e raffinato. L’idea del designer e fotografo Dian Kostadinov, abile ideatore di tutte le etichette della Cantina, alcune delle quali premiate, è quella di avvicinare il punto di vista del fotografo e del winemaker: entrambi non usano parole, ma emozioni, sensazioni e sensibilità. Questo pinot noir, ottenuto da un cru prossimo all’Azienda nel villaggio di Lozenets, affascina sin dal suo aspetto, di un colore rosso rubino traslucido, vivacissimo. Il bouquet, ricco e complesso, si dipana su profumi netti e franchi di marasche e lamponi, su petali di viola e su una speziatura elegante di vaniglia e cannella, grazie ad un sapiente affinamento di 12 mesi in barrique usate. Al palato una fruttuosità succosa e avvolgente gioca su un equilibrato contrasto con tannini raffinati sostenuti da una buona freschezza e un corpo medio che si apprezzano nel lungo finale.
Minkov Brothers Cabernet Sauvignon Reserva 2013 (Thracian valley) – alcol 14,5 % – una riserva ispirata alla tradizione di questo vitigno internazionale, accuratamente affinata per 12 mesi in barrique francesi e americane, dotata di un significativo potenziale di invecchiamento. Il suo colore denota un impronta stilistica forte, intensa dal colore granato carico e profondo. Variegato profilo olfattivo, ricco di profumi di frutti neri, mirtillo, mora, sospinti da una vena eterea; note terziarie di pepe, chiodo di garofano, tabacco inglese, cuoio e un soffio di boisé. Il palato è appagato da un sorso pieno, intenso, di grande morbidezza, arricchito da una decisa ma elegante nota tannica ben levigata. Il frutto quasi croccante si fa spazio nella dinamica gustativa, donando freschezza ad un finale che riecheggia piacevoli speziature.
Minkov Brothers Seasons of Memories 2010 (Passito liquoroso) – alcol 16,0 % – ottenuto da uve aromatiche da vigneti selezionati, sfoggia una trama cromatica color topazio intenso. Sentori tostati di frutta secca, uniti a note eteree miste a un soffio di miele e caramella d’orzo si affacciano finemente al naso. In bocca è dolce, indugiando ad una morbidezza avvolgente, in cui le note tostate e un marcato gusto di noisette accompagnano il sorso in un gradito finale.
da Antonio Furesi - Delegazione di Sassari | Feb 8, 2019 | Articoli, Rubriche, Senza categoria
Una delle principali (e più apprezzate) caratteristiche della didattica AIS è sicuramente la grande attenzione dedicata al tema dell’abbinamento cibo-vino. Siccome l’appetito vien mangiando, è quasi naturale estendere l’analisi sensoriale ad altre bevande e, perché no?, anche oltre (ad esempio il fumo lento di sigari e pipe). Senza trascurare ulteriori suggestioni (musicali, letterarie, artistiche…) che possono contribuire a rendere l’esperienza sensoriale davvero totalizzante. Da questa idea nasce “Controsensi”, la rubrica di prossima istituzione nel nostro sito, da intendersi sia come (In)contro(di)sensi, sia come desiderio di approfondire e proporre accostamenti che, a prima vista, potrebbero apparire non del tutto omogenei. Per iniziare, la qualificata penna di Antonio Furesi, grande conoscitore di birre e distillati, cultore del “fumo lento” e raffinato appassionato di musica. Buona lettura! (G.D.)
Mi piace pensare che uno degli aspetti interessanti e per un certo verso divertenti dell’attività del sommelier sia quello di sperimentare continuamente nuovi e a volte arditi percorsi sensoriali. Uno di questi è senza dubbio l’abbinamento del cosiddetto “fumo lento” con alcune bevande a base alcolica. In questa ricerca di diverse frontiere del gusto, ho voluto studiare un abbinamento tutto “dark” tra una particolare miscela per pipa ed una birra Imperial Stout di originale fattura, nella convinzione di un positivo connubio fra i caratteri aromatici e gustativi dei tabacchi utilizzati ed il profilo organolettico della birra in degustazione.
Sound of Islay è una Imperial Stout di alta gradazione alcolica (13% vol.), prodotta dal Birrificio britannico Buxton Brewery Co. sito nell’omonima città a sud di Manchester. La peculiarità di questa birra, caratterizzata da una elegante veste scura, sormontata da un cappello di schiuma densa, compatta e dal colore beige scuro, è data da un affinamento per almeno un anno in botti di quercia, precedentemente utilizzate per invecchiare blasonati Single Malt Scotch Whisky dell’Isola di Islay. Questo particolare affinamento contribuisce ad arricchire il profilo olfattivo e gustativo, già piuttosto opulento in virtù dello stile produttivo che contraddistingue questa birra.
E infatti, al naso la complessità aromatica è subito evidente, declinata su note di caffè, liquirizia, cacao, uvetta sotto spirito, effluvi iodato-fenolici, una speziatura di pepe e una leggera affumicatura con un soffio terroso e salmastro. In bocca si percepisce subito un leggero amaricante da chicco di caffè. Compare poi un’impronta di legni tostati, sostenuta da percezioni retrolfattive decisamente torbate e fumé, a cui si accompagnano coloriture più morbide di cioccolato e un cenno di caramello, che seguono un lungo finale caldo e corroborante.
Peterson Balkan Delight è una miscela che, a dispetto del suo nome, non contiene tabacchi Orientali. È prodotta da Scandinavian Tobacco Group e può considerarsi meglio una English Mixture, in cui prevalgono Virginia e Latakia, con una variante data da una buona dose di Perique, che ne accentua alcune sfumature odorose.
Aperta la latta, la miscela, dall’aspetto melange piuttosto scuro, con un taglio ribbon, sprigiona a crudo iniziali venature tenui di miele e caramello, tipiche del Virginia, in cui si fanno subito strada i sentori di fumo di torba tipici del Latakia ed una speziatura piccante con tutta probabilità legata al Perique. Caricata e accesa la pipa, il fumo si distende al palato regalando i primi sentori; il Latakia con il Perique si combinano egregiamente per regalare una palette aromatica, sorretta dalla rotondità del Virginia, molto delicata e complessa in cui si aprono note di legno di ginepro e conifere, torba, cuoio antico. Il gusto è deciso, con inflessioni affumicate e tostate, un sottofondo leggermente terroso ed un accenno piccante al palato con richiami di zenzero.
Veniamo all’abbinamento. L’assaggio della birra, subito dopo alcune generose boccate di Balkan Delight, sorprende per la complessa ricchezza di combinazioni del corredo gusto-olfattivo fortemente incentrato su note terziarie di spezie, torba e richiami iodati. L’abbinamento gioca sicuramente sulle sinergie che il Latakia offre esaltando i caratteri del particolare processo di affinamento della birra, accentuando le sinuose sfumature speziate, con una nota salsoiodica che riporta immediatamente alla mente profumi e sensazioni di scogliere sferzate da venti burrascosi. La degustazione procede lenta e metodica, regalando rilassati sentori di legno, cuoio e cacao frammisti con gli aromi fumosi dei tabacchi che rincorrono e a momenti accentuano queste percezioni sensoriali.
L’esito è decisamente appagante, concedendo un piacevole relax su un finale di bocca lungamente ricco e disteso. Niente di meglio, per accompagnare questo rilassante momento, che l’ascolto delle atmosfere soft regalate dal John Coltrane Quartet e le sue “Ballads”
https://www.youtube.com/watch?v=8rOMV0A5jd0
Sempre utile ricordare che fumare nuoce alla salute!
da dal nostro inviato Antonio Furesi - Delegazione di Sassari | Ott 26, 2018 | Articoli, Senza categoria
Diario di una due giorni all’insegna della birra artigianale di qualità.
Nel weekend dal 12 al 14 ottobre si è tenuta a Roma l’edizione 2018 del Salone Internazionale della Birra Artigianale “EurHop!”. L’evento, svoltosi in una sede di grande fascino come il Salone delle Fontane all’Eur, è stato un’imperdibile occasione per degustare nei tanti stand allestiti uno smisurato assortimento di differenti tipologie di birre, a scelta fra circa 800 etichette, alcune delle quali quasi un unicum nel mondo brassicolo internazionale.
EurHop! è ormai considerato un appuntamento italiano di grande prestigio e richiamo per il mondo della birra artigianale di qualità. L’organizzazione, come ogni anno, è affidata a Publigiovane Eventi, editrice tra l’altro del magazine Fermento Birra, e a Ma Che Siete Venuti a Fa’, lo storico pub romano del guru dei publicans Manuele Colonna.
Il Salone delle Fontane all’Eur ha costituito una location ottimale per l’evento. Quest’opera, espressione del Razionalismo italiano, ideata dall’architetto Gaetano Minnucci agli inizi degli anni 40 in occasione dell’Esposizione Universale prevista per il 1942, ha offerto la possibilità di godere delle degustazioni sia negli spazi esterni – visto il favore della condizioni meteo, in una bella scenografia, a ridosso del complesso delle fontane e dell’austero colonnato, contornata da un’area street food di eccellenza – sia nella grande sala interna dove sono stati collocati i circa 45 stand che ospitavano i vari birrifici partecipanti.
Dopo le formalità di rito alla registrazione, nel primo pomeriggio di sabato, non senza una certa trepidazione, ho fatto ingresso nell’ampio salone già gremito. La nutrita serie di espositori e di etichette presenti fornivano subito un impatto coinvolgente che richiedeva senz’altro un momento di necessario orientamento.
“EurHop! Roma Beer Festival” è un evento a inviti e la selezione dei birrifici partecipanti è stata operata appunto da Manuele Colonna e dal suo staff del pub Ma Che Siete Venuti a Fa’, con l’obiettivo di garantire una vasta scelta di qualità sia per i più navigati beer geek, che per i bevitori occasionali, potendo spaziare tra una vasta selezione di birrifici italiani e una interessante rappresentanza di quelli esteri, tra cui belgi, americani, scandinavi, ecc.
Anche la nostra Isola era ben rappresentata; presenti infatti il birrificio P3 Brewing Co. di Sassari, che, fra le altre etichette di prestigio già apprezzate dai birrofili, presentava la nuova nata dal bizzarro nome 079, una extra brut IPA dal grande bouquet floreale e mediterraneo, ben secca e di grande beverinità, e il Birrificio di Cagliari, che insieme al corredo delle tradizionali birre offriva la possibilità di degustare due nuovi Sidri freschi e dissetanti, Kara Mela, acidulo e secco, e Stra Fico al fico d’india, leggermente amabile, fruttato e aromatico.
L’impulso primario, all’interno di questa vasta possibilità di scelte, è stato ovviamente quello di approfittare di cotanta bellezza lanciandosi in una massiva degustazione, al massimo possibile. Ritornando poi con i piedi per terra e valutando anche l’avanzare dell’età, è stato più saggio pianificare le degustazioni dando anche un’occhiata alla dettagliata brochure consegnatami all’ingresso.
Numerose comunque le etichette degustate e, anche se sinteticamente, vale la pena illustrare alcune interessanti realtà che ho avuto modo di degustare.
13 ottobre
Taras Boulba; Brasserie de la Senne. (BEL), Session beer, 4.5% – Secca, buon amaro da generosa luppolatura. Note fruttate di agrumi, leggera resina e floreale.
Saison du Meyboom; Brasserie de la Senne (BEL), Saison, 5.5% – Profumi terrosi e vinosi, asciutta, dalle sensazioni vinose anche al palato. Note di malto e deciso finale luppolato.
Kveikaroo; Birrificio Bådin (NOR), Norvegian farmhouse ale, 6% – Collaboration con il birrificio australiano Nomad – Impronta olfattiva vinosa e maltata. Note iodate e salmastre. In bocca regala fruttuosità, sapidità e note croccanti di frutto a polpa gialla e acino d’uva. Amara e lunghissima. Colture di antichi lieviti norvegesi Kveik.
Surette Reserva Palisade Peach 2017; Birrificio Crooked Stave (USA), Sour-ale, 6% – Naso pungente, acidità di frutti freschissimi, leggero lattico, boisé, gomma. In bocca è inizialmente spigolosa, acida, ma si equilibra con note di pesca, malto e una elegante sapidità finale. Affinata in botti di quercia.
Fluctuation; Birrificio Equilibrium (USA), Double IPA 8.1 % – Impatto di grande intensità, con luppoli in evidenza, resina di pino, ginepro, in una trama maltato-caramellata leggera e un fruttato esotico e agrumato. In bocca è esplosiva, con l’alcol perfettamente addomesticato da una struttura ben presente. Ricca con le componenti olfattive che si propagano senza sosta nel palato. Amaro deciso ma equilibrato. Interminabile
Hop Machine; Birrificio Pontino (IT), double IPA, 7% – Olfatto agrumato deciso. La frutta a nocciolo e il balsamico si fondono poi a leggere note caramellate. Gusto pieno, di corpo, con amaro ben presente ed elegante.

Warpigs Elite Human; Birrificio Mikkeller (DEN), NEIPA, 6.5% – Cremosa sia alla vista che al palato. Frutti gialli, eucalipto. Succosa pesca e un finale resinoso-agrumato sostengono il sorso.
Tras in Camisa Duu, Birrificio Lambrate (IT), Berliner weisse, 4%. – Al naso le sensazioni acido-lattiche si intrecciano con la nota esotica del mango e del passion fruit donando freschezza al bouquet. In bocca è lattica e rinfrescante; nella corsa gustativa l’acidità lascia spazio al gusto tropicale del frutto che si dipana nel finale persistente.
Apricot; Birrificio Cascade (USA), Sour all’albicocca, 8.5% – Frutto fresco di albicocca con una nuance sciroppata. Acidità al palato ben dosata in un contesto di frutta fresca e croccante. Lunghissima
Pistachio Super Void; Birrificio Coppertail (USA), Imperial stout, 12% – Interessante bouquet ricco di tostato con una nota prevalente di pistacchio e mandorla, nutella, caffè, radice di china. In bocca esalta le componenti legate alla frutta secca per poi lasciare spazio all’alcol e al finale ammandorlato.
Rubycite; Birrificio Jester King (USA), Kriek, 5.9% – Fresca al naso, con amarena e frutti di bosco immersi in una ventata di fiori rossi, viola e rosa baccarat. In bocca, all’ingresso, sferza il palato con una freschezza che lascia poi spazio alle note di ciliegia croccante. Lungo finale leggermente sapido.
Cinsault; Brasserie Cantillon (BEL), Sour IGA, 7%. – Vinosa, ricca di frutti freschi. In bocca è decisamente acidula, corroborata dalle sensazioni vinose quasi croccanti del chicco d’uva. Sorso rinfrescante e lungo.
14 ottobre
Samos; Birrificio Sagrin (IT), IGA con Moscato, 5.5% – Naso fresco di drupacee (pesca, albicocca), accompagnato da una delicata vinosità mielata. In bocca coniuga una rinfrescante nota acidula alla percezione del vitigno che regala morbidezza al sorso. Molto beverina e dissetante.
Quarta Runa; Birrificio Montegioco (IT), Sour alle pesche rune, 7% – Profumi prevalenti di frutta, con la pesca in primo piano, leggero erbaceo e floreale. In bocca, l’ingresso denota freschezza unita alla fruttosità in cui il gusto della pesca si esalta equilibrato da una decisa acidità, dando nel complesso sostegno a una lunga persistenza.
Brown Porter; Birrificio Canediguerra (IT), Porter, 3.8% – Complesso corredo di note tostate, dal caffè al cappuccino, nocciola gianduia, leggera radice di liquirizia, frutti di bosco e un sottile boisé. In bocca scorre facile e snella, riportando al palato i sentori preannunciati al naso.
Xyauyù Kioke; Birrificio Baladin (IT), Barley wine invecchiato 18 mesi in botti giapponesi di ciliegio, 12% – Ambrata, velata senza schiuma. Naso di grande ricchezza; una sapiente fusione di nocciole tostate, mandorle, una punta di umami, cacao e radice di china. In bocca ha un’ampiezza di gusto ricca ed elegante, in cui le note olfattive ritrovano spazio, in una densa matrice eterea, che ricorda per un verso i blasonati sherry.
Gong; Birrificio Bonavena (IT), Robust porter, 6.5% – Ricco bouquet di caffè, liquirizia, china e cacao, a cui fa da sfondo una nota di piccoli frutti di bosco. Intensa in bocca pur nella sua fluidità, ripercorre note tostate in cui il cacao e il caffè stimolano il palato. Una leggera freschezza unita a un buon amaro bilanciano il sorso.
Birra Cotta; Birrificio Opperbacco (IT), Barley wine invecchiato in botte condizionata con fumo di toscano extravecchio e fermentata con mosto di Montepulciano, 13% – Naso decisamente complesso, in cui si avvicendano noisette, cacao, uva sultanina, Mon Chérie e un soffio di tabacco. In bocca è calda, piacevolmente rotonda; l’equilibrio si realizza nel connubio fra un gusto dolce di uva passa, cioccolato e il finale amaricante del caffè e del tostato.
Pale Ale; Birrificio Vento Forte (IT), Pale ale, 5.4% – Pale classica dorata dal buon connubio tra le note gusto-olfattive dei malti e quelle dei luppoli, in cui prevalgono il miele di acacia, il biscotto, l’agrume di bergamotto, una freschezza tropicale e il balsamico resinoso. Il sorso è ben asciutto, amaro e di ottima persistenza con un finale esotico e agrumato.
Suburban Saison; Birrificio Rebel’s (IT), Saison, 8% – Ispirazione belga nei toni terrosi e leggermente umici; poi malto, mielato e una piacevole spinta luppolata. In bocca è secca, gradevole nelle note di malto accompagnate dal sentore terroso e da un timbro fresco.
Märzen; birrificio Doge (IT), Märzen, 5.1%, servita in botte a caduta – Birra in rigoroso stile bavarese; ricalca un gusto molto tradizionale, in cui sono prevalenti note olfattive di malto, nelle sue sfaccettature mielate, di caramella d’orzo e biscotto ben amalgamate con una vena erbacea di fieno appena tagliato. In bocca è inizialmente rotonda e scorrevole, poi chiude con un amaricante ben dosato e leggero

Questa sintetica rassegna non rappresenta altro se non la piccola punta di un iceberg rispetto ad una realtà brassicola italiana ed europea che, a distanza di circa 20 anni dalla renaissance del movimento artigianale, non mostra alcun segno di cedimento e anzi in più aspetti manifesta dei trend positivi sia nei numeri, ma soprattutto nella ampiezza di varietà stilistiche e nella qualità, spaziando da validissimi remake di stili tradizionali spesso dimenticati a grandi novità, spesso ai limiti dell’unicità. La realtà italiana si pone ormai nel contesto internazionale come punto di riferimento per chi vuole immergersi in questo particolare panorama produttivo e sicuramente il Beerfestival romano di EurHop!, giunto ormai alla sua sesta edizione, ne è un esempio altamente professionale e accattivante, che offre al bevitore attento e consapevole l’occasione per provare e degustare prodotti interessantissimi, spesso non reperibili al di fuori dell’evento.
Che dire, attendiamo con ansia la prossima edizione!
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