L’Alto Adige si tinge di noir

L’Alto Adige si tinge di noir

Un’affascinante scalata tra le vette dell’Alto Adige per conoscere e gustare un vitigno antico e amato, capace di dare vita a vini pregiati e originali tra i più apprezzati al mondo: il pinot noir.

Nel seminario del 10 ottobre presso l’Hotel Carlo Felice, intitolato “Diverse anime: un solo vitigno: il Pinot Nero dell’Alto Adige”, ci ha guidato André Senoner, giovane ed esperto sommelier, Master of Pinot Noir nel 2021, che con 8 vini in degustazione, sapienza e agilità ha illustrato l’altra anima dell’Alto Adige, quella del vino rosso di alta qualità. Territorio noto per la sua vocazione per i vitigni a bacca bianca, tra i quali spiccano chardonnay e pinot grigio, ha un passato di grandi produzioni di rossi che si ripresenta oggi con il pinot nero, in un panorama che vede la coltivazione di oltre venti vitigni diversi. Su quasi 6000 ettari di superficie vitata, il territorio altoatesino ha una produzione variegata su terreni alpini e altitudini che variano dai 200 ai 1000 metri slm, godendo anche delle correnti mediterranee. Questo panorama può significare solo una cosa: vini diversi per vitigni e terroir e qualità eccellente grazie agli oltre 4500 viticoltori che rappresentano le diverse anime del territorio.

Il pinot noir occupa oggi uno spazio da protagonista nel panorama vitivinicolo dell’Alto Adige: vitigno tra i più antichi al mondo, nasce nel primo millennio da un incrocio tra (pinot) meunier e traminer, e qui prende il nome di blauburgunder (Blu di Borgogna, luogo natio del vitigno); ha buccia sottile che dona al vino un colore rosso non particolarmente intenso, predilige clima fresco con terreni magri e drenanti, composti prevalentemente da porfido, mica, quarzo e calcare. Oltre alle produzioni più prestigiose della Francia, è eletto a vitigno protagonista anche nel continente oceanico, in Sudafrica e Oregon, a dimostrare che il pinot nero è ormai cittadino del mondo, con ben 118.000 ha vitati in tutto il pianeta.

Dalla vendemmia 2024 i vini della DOC Alto Adige potranno riportare in etichetta le U.G.A. (Unità Geografiche Aggiuntive)

In degustazione otto vini, ognuno con un’anima diversa, espressione dei terroir altoatesini:

– Alto Adige Val Venosta DOC Pinot Nero 2023 – Cantina Marinushof: prodotto nelle colline di Castelbello, vinificato in barrique francesi per il 20% nuove; limpidissimo nel calice e con caratteristici sentori di frutti rossi freschi, spezie scure ed erbe aromatiche, con buona freschezza e tannini docili e avvolgenti.

– Alto Adige DOC Pinot Nero Windschnur 2022 – Tenuta Castel Rametz: proveniente dall’areale di Merano, con una piccola produzione di 2500 bottiglie, al naso presenta frutta matura, conseguenza dell’annata particolarmente calda, e sentori di legno tostato, ma è più spregiudicato al palato, sapido ed elegante, con un tannino “educato” e un finale lungo e piacevole.

– Alto Adige DOC Pinot Nero Riserva Anrar 2022 – Cantina Andriano: prodotto dall’azienda più antica del territorio, recentemente acquisita dalla Cantina di Terlano; svolge la fermentazione malolattica e la successiva maturazione in barrique, presenta note di melagrana matura ed erbe aromatiche al naso e al palato, con un bel retrolfatto fruttato e succoso; un vino caldo e saporito che rimanda a sensazioni autunnali.

– Alto Adige DOC Pinot Nero Maglen 2022 – Cantina Tramin: prodotto con uve provenienti per metà dal Maso di Mazzon (zona vitivinicola estremamente vocata al pinot nero), per metà dalle vigne di Gleno, ricca di terreni di argilla sabbiosa; alla vista rubino limpido e acceso, dagli avvolgenti sentori di confettura di ciliegia, di buona sapidità, tannini “adesivi” e una moderata persistenza.

– Alto Adige DOC Pinot Nero Riserva Matan 2022 – Pfitscher: anche in questo caso, uve provenienti dal vigneto di Gleno, frazione del comune di Montagna (matan, montagna in tedesco): nel susseguirsi della degustazione, è un crescendo di percezioni gusto-olfattive più intense, e questo vino con i suoi sentori balsamici, di cacao e caffè, si differenzia dai precedenti per maggiore espressività ed evoluzione, rimanda a sentori che virano all’arancia sanguinella, per un vino atipico di buona struttura che ancora una volta dimostra la diversità delle sfumature di pinot nero in un areale limitato nell’estensione ma ricco di differenze espressive.

– Alto Adige DOC Pinot Noir Riserva Vigna Kofl 2022 – Peter Zemmer, proviene da una vigna di 14 ha situata a oltre 1000 metri slm. Matura un anno in barrique di rovere di primo passaggio e ulteriori 6 mesi in acciaio. È caratterizzato da sentori di frutti croccanti ed erbe alpine, ottima freschezza e sapidità, dai tannini modulati e aggraziati.

– Alto Adige DOC Pinot Nero Riserva Lehmont 2021 – Cantina Sankt Pauls: rubino tenue, intenso e speziato di cardamomo, di ottima struttura, abbellito da tannini gentili; un vino dal bel carattere che nasce da terreni calcarei e esprime il meglio di sé dopo una breve sosta nel calice.

– Alto Adige DOC Pinot Nero Riserva Trattmann 2022 – Cantina Girlan, prodotto con uve provenienti per la maggior parte dalla Bassa Atesina su terreni argilloso-calcarei e in parte dalle zone collinari dell’Oltradige su roccia vulcanica; svolge la fermentazione malolattica, è un vino intenso e avvolgente, con sentori affumicati, tannini polverosi e una buona propensione ad evolversi.

Un viaggio coinvolgente e ricco di sorprese che solo un vitigno nobile come il pinot nero poteva regalarci, sotto una guida esperta che ha saputo illustrarne le diverse espressioni in un territorio di tradizione e sapienza vitivinicola. Pinot nero altoatesino che esprime freschezza e struttura diversa rispetto al ‘cugino’ d’oltralpe, ma che riesce comunque a stupire e ad affascinare.

Franciacorta Rosé Pas Dosé Bokè Noir 2015

Franciacorta Rosé Pas Dosé Bokè Noir 2015

Spiace dover parlare di un’azienda come Villa Franciacorta proprio nei giorni in cui, a causa del virus che sta drammaticamente investendo il pianeta, è scomparso il fondatore, Alessandro Bianchi, una delle personalità più eminenti della Franciacorta e del panorama enologico nazionale.

Alessandro Bianchi

Un’eredità importante, quella di Alessandro Bianchi, che verrà raccolta e rafforzata dalla figlia Roberta che, insieme al marito Paolo, già da anni porta avanti al meglio quest’azienda nata nel 1960 per volontà dell’allora ventiseienne fondatore. Un’azienda che in tutti questi anni ha dato lustro al borgo omonimo, Villa Franciacorta, ubicato nel comune di Monticelli Brusati. I 37 ettari di vigneto dimorano quasi interamente nel territorio comunale e la sede aziendale si trova esattamente ai piedi della collina Madonna della Rosa che all’esterno ospita i filari terrazzati del cru Gradoni (da cui si ottiene l’omonimo vino rosso che si basa sul classico taglio bordolese) mentre al suo interno “contiene” i 2700 mq della cantina, all’interno della quale si svolge l’intera filiera produttiva, dalla pigiatura delle uve, alla vinificazione per arrivare all’affinamento in vasche d’acciaio o botti. Ma qui ci troviamo in una delle patrie elettive della spumantistica, per cui la maggior parte della produzione aziendale è orientata in questa direzione, tanto che nelle silenziosissime sale sotterranee dimorano ben un milione di bottiglie – prima nelle cataste, poi nelle pupitre – destinate a diventare Franciacorta DOCG. Un elemento caratterizzante la produzione aziendale è la scelta di imbottigliare solo Franciacorta millesimati, per rispecchiare al meglio nelle bottiglie il territorio e l’andamento climatico delle singole annate. Altra scelta vincente è stata quella di catalogare e selezionare, attraverso la collaborazione con importanti istituti di ricerca, i lieviti autoctoni da utilizzare per la vinificazione. Nello scorso mese di novembre ho avuto modo di visitare l’azienda, insieme a tutta la folta rappresentanza della Delegazione AIS di Sassari, e ho potuto vedere da vicino una realtà produttiva in cui si respira un disteso clima familiare e si propongono spumanti di altissimo livello. Abbiamo avuto modo di degustare l’intera gamma, dal Brut “base” (per modo di dire, perché comunque sosta sui lieviti ben 36 mesi, “minimo sindacale” dell’intera produzione), fino alle cuvée più rare e prestigiose. Qualche giorno fa ho avuto modo di degustare con attenzione uno dei vini che già lo scorso novembre mi avevano colpito maggiormente (insieme al Mon Satèn e al Pas Dosé Diamant), il Franciacorta Rosé Pas Dosé Bokè Noir 2015.


Ottenuto interamente da uve pinot nero (per il 95% vinificato in bianco, mentre la parte restante viene sottoposta ad una macerazione di dieci ore alla temperatura di 8°) coltivate su terreni argillosi, questo vino fermenta in acciaio e poi, dalla primavera successiva alla vendemmia, matura per almeno 36 mesi nelle cantine interrate.
Si presenta con un affascinante colore rosa antico, vivace e compatto, e appena versato nel bicchiere mette in mostra un’effervescenza finissima e continua. L’impatto olfattivo è ricco e deciso, propone in sequenza frutti di bosco, pompelmo rosa ed erbe aromatiche che fanno da contorno alla mineralità di roccia e a raffinati sentori di pasta lievitata. Chiude l’analisi olfattiva un leggero ma sorprendente ricordo balsamico.
L’assaggio è pieno, invitante e, nonostante la fisiologica “verticalità” (2 g/l di residuo zuccherino), la dinamica gustativa si muove sinuosa in perfetto equilibrio grazie a una carbonica vellutata e appagante. Chiude con una lunga scia sapida e piacevolissimi ritorni di frutti di bosco. Uno spumante da pasto, non solo da aperitivo, in grado di accompagnare con sicurezza piatti di pesce elaborati e primi piatti dai condimenti decisi.