Riesling Globetrotter

Riesling Globetrotter

Dalla Mosella alla Nuova Zelanda, dall’Uruguay all’Australia, dal Sudafrica all’Alsazia: in un seminario di particolare interesse, organizzato dalla Delegazione AIS di Sassari, un ispirato Guido Invernizzi ha guidato in modo gioviale i partecipanti in un viaggio sensoriale attraverso culture, terroir, storia e tecnica.

Ci sono viaggi che si fanno con una valigia e altri che cominciano con un calice. Mercoledì 7 maggio, in una sala riscaldata da luci calde e sguardi curiosi, ha preso vita il seminario Riesling Globetrotter (originale titolo ideato da Giorgio Demuru), capace di fondere tecnica, emozione e divertimento in un racconto appassionante durato due ore e mezza decisamente coinvolgenti. Un tempo che non è mai sembrato troppo e che anzi ha lasciato nel pubblico la sensazione di voler restare ancora un po’ in sala, proprio come accade nei luoghi dove si sta davvero bene.

Guido Invernizzi è stato il perfetto conduttore di questo itinerario enoico: relatore appassionato e coinvolgente, ha saputo dosare con equilibrio, competenza e ironia, approfondimenti tecnici e aneddoti gustosi, nozioni storiche, geografia, leggende e battute argute. Il suo tono, brillante e coinvolgente, ha trasformato il seminario in un vero spettacolo del gusto, dove ogni sorso era una scena e ogni racconto un cambio di scenografia.

Il Riesling – definito “uno dei vini bianchi più importanti del mondo” – ha trovato in questo evento la cornice ideale per esprimere tutta la sua straordinaria e multiforme poliedricità: dalla purezza verticale dei cru alsaziani, alla piacevole freschezza dei vini neozelandesi, dalla mineralità scolpita dei Riesling tedeschi, alla solarità palpitante dell’Australia meridionale, fino alle incursioni aromatiche dell’Uruguay e alle promesse di intensità del Sudafrica.

Ogni vino degustato non era semplicemente un’etichetta, è stato una bandierina appuntata sulla mappa emotiva del mondo. Guido Invernizzi ha sottolineato come “ogni sommelier debba tenere sempre accesa la fiamma della curiosità”, perché ogni vino – e in questo caso, ogni Riesling – è diverso a seconda della filosofia di coltivazione, di dove cresce del territorio di produzione, della luce che riceve, dell’altitudine delle vigne, e di tanti altri elementi di contorno. Così, un Riesling tedesco parlava con accenti acidi, idrocarburici e vellutata morbidezza, quello australiano mostrava vibrante freschezza; in Uruguay soffiavano eleganti sbuffi esotici, mentre in Sudafrica risuonavano echi di lime e biancospino.

Ma il seminario non ha raccontato solo geografia e aromi: è stato punteggiato di storie che hanno dato a ogni vino un volto, un carattere, un’anima. Contadini ostinati che sfidano pendenze impossibili, leggende, miti, enologi e viticoltori che reinventano antichi metodi in terre lontane o che hanno aperto nuove vie del vino in territori ancora inesplorati. Una narrazione viva, fatta di sorrisi, espressioni stupite e tanti “oh!” di meraviglia da parte del pubblico.

La sala, gremita ma rilassata, ha seguito entusiasta con domande curiose, appunti scritti con passione e risate condivise. La forza del seminario è stata la sua leggerezza: un’ironia sapiente, mai fuori posto, ha attraversato tutto l’incontro come una vena di freschezza. Tra un sentore descritto e un riferimento storico, Guido Invernizzi ha inserito giochi di parole, battute improvvisate, citazioni colte e leggende capaci di strappare applausi e creare complicità.

Il risultato è stato un’esperienza completa, capace di parlare al cuore e alla mente. Un momento in cui conoscenza e piacere, spirito e materia si sono fusi, lasciando in chi ha partecipato non solo preziose nozioni sul Riesling ma anche un vivido e quasi affettivo ricordo di una bellissima serata. C’è chi si è detto sorpreso dalla bellezza di un vitigno ritenuto freddo, e chi ha scoperto per la prima volta paesi produttori inaspettati. Tutti, però, sono usciti con un sorriso stampato sul volto e il desiderio di tornare presto a viaggiare tra i vini del mondo.

Un’esperienza che ha dimostrato, ancora una volta, come il vino – quando è raccontato con passione e competenza – possa diventare veicolo di cultura, emozione e, perché no, anche felicità.

Grazie alla Delegazione AIS di Sassari, alla Segreteria organizzativa e al Gruppo di Servizio, che con maestria e impeccabile organizzazione hanno regalato un momento associativo di rara bellezza.

Appuntamenti aroma(n)tici – Il fascino del Gewürztraminer tra Italia e Alsazia

Appuntamenti aroma(n)tici – Il fascino del Gewürztraminer tra Italia e Alsazia

Nella ristretta famiglia dei vitigni aromatici, il gewürztraminer è sicuramente quello che ha avuto un successo forse tardivo ma sicuramente eclatante, tale da farne un emblema del vino modaiolo. Il nome un po’ ostico ma difficile da dimenticare (divenuto presenza fissa di meme virali), l’impatto indubbiamente “esplosivo” dei profumi, numeri produttivi tutto sommato limitati sì da crearne una certa aura di esclusività: diversi i motivi che ne hanno decretato il successo, non ultimo il fatto di essere un vitigno aromatico preservato fin da subito dalla limitante collocazione, quasi obbligata, nel “recinto” dei vini da dessert. Un’uva difficile da coltivare, caratterizzata da rese naturalmente molto contenute, da grappoli piccoli e serrati, dalla spessa e compatta buccia rosa e dalla polpa bianca. Un vitigno che ben si adatta all’invecchiamento ed è ottimo alleato della muffa nobile chiamata Botrytis Cinerea.

E proprio al Gewürztraminer la Delegazione di Sassari ha dedicato il seminario intitolato Appuntamenti aroma(n)tici – Il fascino del Gewürztraminer tra Italia e Alsazia, affidato alle sapienti mani del collega torinese Luca Giordana. Un nome ostico ma allo stesso tempo affascinante, si diceva. Un nome composto, come spesso accade nella lingua tedesca. La prima parte, gewürz, è molto lineare col suo richiamo ad aromi, spezie, condimenti. La seconda, traminer, è sicuramente più controversa. Gli altoatesini metterebbero la mano sul fuoco sulla derivazione dal nome della città di Termeno (in tedesco, Tramin), ma altri studi porterebbero al vocabolo latino Terminus (che indicava le terre di confine) o all’espressione Vitis Aminea (cioè, di origine greca) divenuta, in seguito all’influenza germanica, Der Aminer e poi Dr Aminer, etc.

In ogni caso, questo vitigno ha trovato una felice collocazione, fin dal XIX secolo, in quella sottile striscia di terra incastonata tra la catena dei Vosgi ad ovest e il fiume Reno ad est, cioè l’Alsazia, regione francese di confine a lungo contesa con i vicini popoli germanici. L’impronta tedesca è molto presente in Alsazia, sia per quanto riguarda i toponimi che le tradizioni gastronomiche. Una striscia di terra che si distende da nord a sud per 170 km, ospitando 15.500 ha vitati a disposizione di circa 300 aziende. Nonostante le latitudini, il clima risulta moderatamente secco e temperato, grazie alla presenza dei Vosgi che proteggono dalle influenze oceaniche e dalle precipitazioni, mentre dal punto di vista geologico questo areale si connota per un vero e proprio mosaico di suoli. Coerentemente con le abitudini francesi, anche in Alsazia c’è stata una grande cura nella zonazione del territorio con l’individuazione di 51 località che possono fregiarsi del titolo di Grand Cru, mentre altri due aspetti vanno un po’ in controtendenza: in primis, la vinificazione per singoli vitigni, con tanto di menzione in etichetta (a parte il raro e poco significativo caso del vino da assemblaggio chiamato Edelzwicker), ma soprattutto la capacità di rimanere immuni – e lo diciamo a bassa voce – dall’ineluttabile impazzimento dei prezzi che contraddistingue, ahinoi, gran parte della produzione d’oltralpe.

Il primo vino in degustazione, Alsace Gewürztraminer AOC Réserve 2021 dell’azienda Willm di Eguisheim, ci ha portato subito in medias res, delineando con poche pennellate un efficace ritratto del Gewürztraminer alsaziano, fin dal colore, un vivacissimo dorato brillante. Per l’esame olfattivo, Giordana ci ha giustamente suggerito un approccio a più riprese, apprezzando a bicchiere fermo gli aromi più sottili di petalo di rosa e litchi che, con le successive roteazioni, rischierebbero di essere sopraffatti dai più prestanti profumi presenti nel bagaglio di questo vino. Un po’ come godersi la sottile melodia di due corde d’arpa appena pizzicate prima dell’ingresso poderoso dell’orchestra. E il bagaglio olfattivo è davvero ricco e variegato, visto che spazia dalla frutta tropicale alle erbe aromatiche, per finire con note speziate di zafferano, zenzero e cren. Aromi che, in fase retronasale, vengono ulteriormente “spinti” dalla percettibile presenza zuccherina, ben bilanciata, peraltro, da efficaci contrappunti fresco-sapidi.

Si sale di livello col secondo vino, Alsace Gewürztraminer AOC Grand Cru Hatschbourg 2022 del Domaine Joseph Cattin di Voegtlinshoffen. Nonostante il millesimo più recente, ha mostrato di meritare ampiamente il titolo di Grand Cru: ha riproposto una melodia molto simile al precedente, ma regolata un’ottava sopra, per reiterare la metafora musicale. Maggiore intensità, maggiore struttura (grazie anche all’utilizzo del legno) nonché una lunga e variegata persistenza. Un vino che rappresenta un bel paradigma del Gewürztraminer alsaziano limitatamente alla categoria dei vini secchi (diciamo così), che poi secchi non lo sono mai da queste parti. Si tratta giusto di una semplificazione rispetto alle blasonate categorie VT (Vendange Tardive) e SGN (Sélection de Grains Nobles).

Contraltare italiano può essere considerato l’Alto Adige, per alcune similitudini climatiche (la protezione da parte delle Alpi) e geologiche (suoli diversificati) e, appunto, per l’importante presenza del Gewürztraminer nella produzione vinicola.

La prima etichetta in degustazione, Südtirol – Alto Adige Gewürztraminer DOC “Sanct Valentin” 2022 della Cantina St. Michael Eppan, mostra subito che, al di là delle similitudini geografiche con l’Alsazia, lo stile di vinificazione presenta caratteristiche molto diverse. Il colore paglierino con riflessi oro verde rispecchia pienamente territorio e scelta del periodo vendemmiale. Il primo naso è sorprendente (pepe, note affumicate), poi emergono sentori vegetali (menta, salvia), fruttati (agrume, pesca bianca), per chiudere con una stuzzicante nota di anice. Al gusto la componente alcolica si fa sentire, così come quella glicerica cui fa da contrappunto soprattutto una decisa sapidità.La persistenza si connota principalmente per i richiami vegetali e il finale amaricante.

Si vira verso fisionomie decisamente più opulente col vino successivo, Südtirol – Alto Adige DOC Gewürztraminer Nussbaumer 2022 della Cantina Tramin (Termeno), che già alla vista si presenta con una smagliante e brillante veste dorata. Le prime olfazioni propongono i classici sentori aromatici del varietale (litchi, rosa, frutta tropicale) e via via si presentano affascinanti note vegetali (salvia, rosmarino, mentolo) e speziate (zafferano, cannella, noce moscata), per chiudere con cenni di miele e resina. Al gusto il leggero residuo zuccherino sposta ulteriormente l’asticella dell’opulenza di cui si parlava prima, ma il vino presenta comunque un buon equilibrio e soprattutto una lunga persistenza che si porta appresso tutti i sentori apprezzati all’olfatto, chiudendo con una leggera nota amaricante.

Per l’ultimo campione in degustazione (“Scarpe Toste Unplugged” 2022) ci spostiamo al confine tra Lazio e Umbria, precisamente a Castelfranco, frazione di Rieti, sede della Cantina Le Macchie. Lo scarto non è solo geografico ma anche stilistico, dal momento che si tratta di un vino sottoposto a fermentazione con macerazione sulle bucce per 15 giorni e successiva maturazione sulle fecce per 5 mesi. Lo stile di vinificazione prevale, almeno inizialmente, sulle caratteristiche del varietale, a cominciare dal colore ramato fitto e vivace. Il primo naso presenta una sorprendente nota di cotognata, mentre le successive olfazioni propongono sentori vegetali di foglia d’alloro ed erbe aromatiche e speziati di zenzero, con una chiusura di caramella d’orzo. Al palato presenta un buon equilibrio e una stuzzicante e percettibile nota tannica, mostrandosi nel complesso come un vino saporito e di spiccata bevibilità. Una vera e propria chicca che ha regalato un ulteriore tassello utile a completare il variegato ritratto del Gewürztraminer.

“Un vino – come ha puntualmente chiosato Luca Giordana a fine serata – non solo ‘sfacciato’, ma capace di regalare grande complessità, soprattutto con l’evoluzione. E poi, dote non da poco, un vino decisamente e trasversalmente gastronomico!”

Alsazia – il territorio, i vignaioli, i vini

Alsazia – il territorio, i vignaioli, i vini

Ho sempre creduto che l’Alsazia fosse un’oasi felice per la vitivinicoltura; pensavo che gli splendidi paesaggi, i villaggi pittoreschi, la classe cristallina dei vini, la pulizia dei loro profumi e la coinvolgente emozione sensoriale che deriva dalla loro degustazione bastasse a elevare questa regione e i suoi sfaccettati terroir al di sopra di ogni discussione e controversia. Leggendo il libro Alsazia – il territorio, i vignaioli, i vini, scritto a quattro mani da Samuel Cogliati e Jean-Marc Gatteron per Possibilia Editore, invece, mi sono dovuto ricredere.

L’Alsazia è una regione in assoluta controtendenza con il panorama enoico francese, tutto votato a esaltare il paradigma del terroir, che ha scelto di porre al centro della propria filosofia i vitigni orientandosi verso il varietalism, molto in voga nel nuovo mondo e nei paesi che hanno solo una breve storia di produzione vitivinicola. In realtà il libro svela che questa è stata una sorta di imposizione, accettata obtorto collo dai produttori locali pur di ottenere un riconoscimento, l’Appellation d’Origine Contrôlée, che tanto a lungo si è fatto attendere.

Tutte queste difficoltà sono scritte nella storia di questo territorio, terra di confine spesso contesa tra Francia e Germania, terra di nessuno durante il secondo conflitto mondiale che ha causato l’abbandono delle vigne e importanti cali produttivi; territorio sottovalutato e disprezzato rispetto ai terroir storici che hanno fatto grande il nome del vino francese nel mondo.

Cogliati e Gatteron ci raccontano di un movimento vitivinicolo molto vivace e convinto del valore dei vari terroir che compongono l’Alsazia, incastrati tra i monti Vosgi e il fiume Reno, con il particolare microclima che li rende unici e irripetibili segnando univocamente il carattere dei vini alsaziani. Sintetica e puntuale la narrazione storica, la descrizione del territorio e delle peculiarità geografiche che ne mitigano il clima, la legislazione e il criterio di attribuzione delle appellations, incluse le brevi schede tecniche dei cinquantuno Grand Cru, con la minuziosa descrizione del più celebre e autorevole: il Rangen de Thann. Interessante la descrizione dei vitigni maggiormente coltivati in Alsazia, la spiegazione delle modalità produttive, il filone nature, la svolta biodinamica e la descrizione della singolare bottiglia impiegata storicamente per i vini alsaziani: la Flûte d’Alsace.

Il piccolo volume si chiude con un portfolio di produttori “illuminati” che si distinguono per l’adozione di un approccio naturale o biodinamico nella coltivazione dei vigneti e per il rifiuto di interventi troppo invasivi in cantina. Vignaioli ed enologi appassionati e competenti che cercano di valorizzare il potenziale del proprio terroir proponendo vini di indiscussa qualità, dal carattere forte e dalle sorprendenti e sfaccettate espressioni stilistiche. La frase che chiude il libro, tratta dalla quarta di copertina, è la sintesi perfetta della narrazione di Cogliati e Gatteron: “Vini bianchi (ma non solo) di classe cristallina e una straordinaria complessità espressiva del terroir: questa è l’Alsazia, una delle regioni viticole più sottovalutate”.

Buona lettura!

Kammasutra Muscat Macération 2018

Kammasutra Muscat Macération 2018

Quando ho scoperto i vini d’Alsazia sono stato letteralmente stregato; bianchi di straordinaria pulizia, vini monovitigno con un carattere deciso, marcati da una ricchezza di estratto che li rende quasi masticabili; ciononostante conservano una grande facilità e piacevolezza di beva soprattutto per la indiscutibile verticalità e per il sostegno sapido-minerale che li contraddistingue.
Non tutto, però, è lineare e così rispondente allo stereotipo tradizionale nella regione alsaziana; anche qui ci sono delle avanguardie, dei carbonari e degli integralisti che si discostano dai modelli più conosciuti e riconoscibili. La biodinamica in quest’area è ormai affermata e consolidata quasi ovunque, ma c’è chi va ben oltre ostentando una naturalità che sa quasi di inerzia totale per il quasi mancato intervento dell’uomo.
Tra questi possiamo annoverare Jean-Loius ed Eric Kamm, padre e figlio, titolari dell’omonimo Domain nella cittadina medievale di Dambach-la-Ville a una ventina di chilometri da Colmar. La famiglia Kamm è impegnata da generazioni nella coltivazione di circa sette ettari vitati; diverse parcelle di vigna, tra cui anche un pezzo nel Grand Cru Frankstein, protette dai monti Vosgi che costituisco una barriera naturale per il freddo vento di mistral. I terreni giacciono a una quota media di 500 m e sono costituiti da suoli prevalentemente granitici in cui sono messe a dimora viti delle varietà tipiche dell’Alsazia: riesling, pinot gris, gewürztraminer e muscat, non mancano neanche il pinot noir e l’auxerrois. Il piglio anarchico della famiglia Kamm si evidenzia nella condotta completamente manuale della vigna e con lo sfruttamento della trazione animale per l’aratura; assoluto è il rifiuto per i diserbanti, i fertilizzanti e i fitofarmaci di sintesi chimica. La chimica è bandita anche in cantina con il totale diniego all’uso della solforosa e dei lieviti selezionati. Il loro incondizionato credo è nelle fermentazioni spontanee, nella mancanza di filtrazioni e in alcuni casi nella prolungata macerazione sulle bucce anche per il bianchi.
A questi ultimi appartiene lo stile del Kammasutra Muscat Macération 2018.
È un vino che all’esame visivo si presenta non limpido, opalescente, con un inteso e vivace colore arancione segnato da nuance coralline. Già da subito il vino si dichiara: non è adatto a chi ha qualche pregiudizio degustativo; infatti l’aspetto, più che un vino, ricorda un succo d’arancia rossa o un ACE!
Il bagaglio olfattivo è sorprendente; l’aromaticità dell’uva moscato agisce in incognito, non con il caratteristico piglio varietale, e si estrinseca in intense le note floreali e fruttate, giocate su toni di rosa, fiori d’ibisco, pompelmo rosa, litchi, gelse e lamponi. I profumi hanno cenni di leggera evoluzione che ricordano il tè al bergamotto e al gelsomino, il karkadè, un’infusione di petali di rosa e il rosolio. Chiude con tenui note di miele d’agrumi.
L’assaggio crea subito un disorientamento degustativo; la dinamica del sorso è segnata dalla sinergia tra acidità e sapidità che restituiscono un vino dal carattere squisitamente verticale; l’apporto alcolico è piuttosto contenuto; il residuo zuccherino, appena percettibile, aiuta a limitare la tendenza verticale del vino; mentre la presenza di una leggera tannicità introduce una nota di complessità, creando sensazioni tattili molto contrastanti che rilanciano la piacevolezza del sorso. Chiusura succosa, fruttata e sapida di buona persistenza.
Il vino è sicuramente insolito, a tratti disarmante e poco rispondente ai tradizionali canoni alsaziani, ma è molto gradevole e sicuramente non lascia indifferenti.
Insolita e anche un po’ irriverente è l’etichetta che rappresenta due tralci di vite intrecciati, quasi in un amplesso, a rappresentare una delle posizioni del Kamasutra; da qui il singolare nome del vino, ironico e originale, che gioca col cognome della famiglia: Kamm + Kamasutra = Kammasutra.
Per l’abbinamento lo proporrei con un piatto orientale come la tempura o i gamberi al curry, così giusto per restare sul non convenzionale.