Alsazia – il territorio, i vignaioli, i vini

Alsazia – il territorio, i vignaioli, i vini

Ho sempre creduto che l’Alsazia fosse un’oasi felice per la vitivinicoltura; pensavo che gli splendidi paesaggi, i villaggi pittoreschi, la classe cristallina dei vini, la pulizia dei loro profumi e la coinvolgente emozione sensoriale che deriva dalla loro degustazione bastasse a elevare questa regione e i suoi sfaccettati terroir al di sopra di ogni discussione e controversia. Leggendo il libro Alsazia – il territorio, i vignaioli, i vini, scritto a quattro mani da Samuel Cogliati e Jean-Marc Gatteron per Possibilia Editore, invece, mi sono dovuto ricredere.

L’Alsazia è una regione in assoluta controtendenza con il panorama enoico francese, tutto votato a esaltare il paradigma del terroir, che ha scelto di porre al centro della propria filosofia i vitigni orientandosi verso il varietalism, molto in voga nel nuovo mondo e nei paesi che hanno solo una breve storia di produzione vitivinicola. In realtà il libro svela che questa è stata una sorta di imposizione, accettata obtorto collo dai produttori locali pur di ottenere un riconoscimento, l’Appellation d’Origine Contrôlée, che tanto a lungo si è fatto attendere.

Tutte queste difficoltà sono scritte nella storia di questo territorio, terra di confine spesso contesa tra Francia e Germania, terra di nessuno durante il secondo conflitto mondiale che ha causato l’abbandono delle vigne e importanti cali produttivi; territorio sottovalutato e disprezzato rispetto ai terroir storici che hanno fatto grande il nome del vino francese nel mondo.

Cogliati e Gatteron ci raccontano di un movimento vitivinicolo molto vivace e convinto del valore dei vari terroir che compongono l’Alsazia, incastrati tra i monti Vosgi e il fiume Reno, con il particolare microclima che li rende unici e irripetibili segnando univocamente il carattere dei vini alsaziani. Sintetica e puntuale la narrazione storica, la descrizione del territorio e delle peculiarità geografiche che ne mitigano il clima, la legislazione e il criterio di attribuzione delle appellations, incluse le brevi schede tecniche dei cinquantuno Grand Cru, con la minuziosa descrizione del più celebre e autorevole: il Rangen de Thann. Interessante la descrizione dei vitigni maggiormente coltivati in Alsazia, la spiegazione delle modalità produttive, il filone nature, la svolta biodinamica e la descrizione della singolare bottiglia impiegata storicamente per i vini alsaziani: la Flûte d’Alsace.

Il piccolo volume si chiude con un portfolio di produttori “illuminati” che si distinguono per l’adozione di un approccio naturale o biodinamico nella coltivazione dei vigneti e per il rifiuto di interventi troppo invasivi in cantina. Vignaioli ed enologi appassionati e competenti che cercano di valorizzare il potenziale del proprio terroir proponendo vini di indiscussa qualità, dal carattere forte e dalle sorprendenti e sfaccettate espressioni stilistiche. La frase che chiude il libro, tratta dalla quarta di copertina, è la sintesi perfetta della narrazione di Cogliati e Gatteron: “Vini bianchi (ma non solo) di classe cristallina e una straordinaria complessità espressiva del terroir: questa è l’Alsazia, una delle regioni viticole più sottovalutate”.

Buona lettura!

Kammasutra Muscat Macération 2018

Kammasutra Muscat Macération 2018

Quando ho scoperto i vini d’Alsazia sono stato letteralmente stregato; bianchi di straordinaria pulizia, vini monovitigno con un carattere deciso, marcati da una ricchezza di estratto che li rende quasi masticabili; ciononostante conservano una grande facilità e piacevolezza di beva soprattutto per la indiscutibile verticalità e per il sostegno sapido-minerale che li contraddistingue.
Non tutto, però, è lineare e così rispondente allo stereotipo tradizionale nella regione alsaziana; anche qui ci sono delle avanguardie, dei carbonari e degli integralisti che si discostano dai modelli più conosciuti e riconoscibili. La biodinamica in quest’area è ormai affermata e consolidata quasi ovunque, ma c’è chi va ben oltre ostentando una naturalità che sa quasi di inerzia totale per il quasi mancato intervento dell’uomo.
Tra questi possiamo annoverare Jean-Loius ed Eric Kamm, padre e figlio, titolari dell’omonimo Domain nella cittadina medievale di Dambach-la-Ville a una ventina di chilometri da Colmar. La famiglia Kamm è impegnata da generazioni nella coltivazione di circa sette ettari vitati; diverse parcelle di vigna, tra cui anche un pezzo nel Grand Cru Frankstein, protette dai monti Vosgi che costituisco una barriera naturale per il freddo vento di mistral. I terreni giacciono a una quota media di 500 m e sono costituiti da suoli prevalentemente granitici in cui sono messe a dimora viti delle varietà tipiche dell’Alsazia: riesling, pinot gris, gewürztraminer e muscat, non mancano neanche il pinot noir e l’auxerrois. Il piglio anarchico della famiglia Kamm si evidenzia nella condotta completamente manuale della vigna e con lo sfruttamento della trazione animale per l’aratura; assoluto è il rifiuto per i diserbanti, i fertilizzanti e i fitofarmaci di sintesi chimica. La chimica è bandita anche in cantina con il totale diniego all’uso della solforosa e dei lieviti selezionati. Il loro incondizionato credo è nelle fermentazioni spontanee, nella mancanza di filtrazioni e in alcuni casi nella prolungata macerazione sulle bucce anche per il bianchi.
A questi ultimi appartiene lo stile del Kammasutra Muscat Macération 2018.
È un vino che all’esame visivo si presenta non limpido, opalescente, con un inteso e vivace colore arancione segnato da nuance coralline. Già da subito il vino si dichiara: non è adatto a chi ha qualche pregiudizio degustativo; infatti l’aspetto, più che un vino, ricorda un succo d’arancia rossa o un ACE!
Il bagaglio olfattivo è sorprendente; l’aromaticità dell’uva moscato agisce in incognito, non con il caratteristico piglio varietale, e si estrinseca in intense le note floreali e fruttate, giocate su toni di rosa, fiori d’ibisco, pompelmo rosa, litchi, gelse e lamponi. I profumi hanno cenni di leggera evoluzione che ricordano il tè al bergamotto e al gelsomino, il karkadè, un’infusione di petali di rosa e il rosolio. Chiude con tenui note di miele d’agrumi.
L’assaggio crea subito un disorientamento degustativo; la dinamica del sorso è segnata dalla sinergia tra acidità e sapidità che restituiscono un vino dal carattere squisitamente verticale; l’apporto alcolico è piuttosto contenuto; il residuo zuccherino, appena percettibile, aiuta a limitare la tendenza verticale del vino; mentre la presenza di una leggera tannicità introduce una nota di complessità, creando sensazioni tattili molto contrastanti che rilanciano la piacevolezza del sorso. Chiusura succosa, fruttata e sapida di buona persistenza.
Il vino è sicuramente insolito, a tratti disarmante e poco rispondente ai tradizionali canoni alsaziani, ma è molto gradevole e sicuramente non lascia indifferenti.
Insolita e anche un po’ irriverente è l’etichetta che rappresenta due tralci di vite intrecciati, quasi in un amplesso, a rappresentare una delle posizioni del Kamasutra; da qui il singolare nome del vino, ironico e originale, che gioca col cognome della famiglia: Kamm + Kamasutra = Kammasutra.
Per l’abbinamento lo proporrei con un piatto orientale come la tempura o i gamberi al curry, così giusto per restare sul non convenzionale.