I tonni non nuotano in scatola

I tonni non nuotano in scatola

La scrittrice Carla Fiorentino è nata a Cagliari e alla fine degli anni ‘90 si è trasferita a Roma per frequentare l’Università e iniziare poi il suo percorso professionale nel mondo editoriale. Le due prove narrative finora pubblicate, entrambe per i tipi dell’editore Fandango Libri, denotano immediatamente una certa originalità nella scelta di titoli niente affatto banali. L’esordio, nel 2018, avvenne con “Che cosa fanno i cucù nelle mezz’ore”, mentre il romanzo più recente, pubblicato nel 2020, è “I tonni non nuotano in scatola”, oggetto di questa recensione. La protagonista del romanzo, Violetta (detta Vetta) è una giornalista di viaggio vicina ai 40 anni che vive a Roma ed ha una relazione di lunga data con Federico, in una situazione di “calma piatta” suggellata dalla volontà condivisa di evitare il matrimonio come la peste. La scoperta casuale di una scatoletta con incarto di gioielleria nella tasca della giacca del compagno fa scattare l’allarme nella mente di Vetta, che già intravede l’incubo dell’altare e dello scambio delle fedi. Per questo motivo pone subito in essere il suo piano di fuga, chiedendo con successo al suo giornale di essere inviata in Sardegna, nell’isola di San Pietro – dove ha trascorso parte della sua infanzia – per realizzare un reportage sulla tonnara. L’arrivo a Carloforte, oltre a rimettere in moto la giostra dei ricordi, costituirà per Vetta l’ingresso in una dimensione nuova, in un “altrove” benefico, e la  porterà a cementare un vero e proprio connubio empatico con la comunità tabarchina e la sua anima più profonda, legata indissolubilmente alla pesca, alla lavorazione e al consumo dei tonni, grazie soprattutto all’incontro con due personaggi tratteggiati con grande cura: la “scorbutica (e diffidente) dal cuore d’oro” Caterinetta, proprietaria della casa presso cui Vetta trova alloggio, e il misterioso sommozzatore Pietro (con il suo silente e discreto spinone Tango, segugio nel vero senso della parola) che la guiderà nel suggestivo mondo della mattanza. Proprio la “cruenta” pesca dei tonni sarà teatro di un episodio (l’avvistamento, reale o immaginario, del corpo di una donna in mezzo ai pesci) che conferisce al romanzo anche un risvolto giallo, con qualche puntata nel soprannaturale.

Carla Fiorentino

Carla Fiorentino dimostra una buona padronanza degli strumenti narrativi e una spiccata capacità nel far emergere la cifra distintiva della comunità tabarchina, un “unicum” in Sardegna per appartenenza linguistica, cultura e tradizioni, non ultime quelle culinarie (oltre al tonno di corsa, l’immancabile cascà, variante locale del cous cous). La cura per i dettagli e lo scandaglio narrativo innestato con curiosità e rispetto nelle pieghe di una comunità dalle forti connotazioni identitarie rendono a mio parere il romanzo meritevole della menzione in questa sede. Certo, dal nostro punto di vista, qualche calice di Carignano in più non avrebbe guastato, ma la lettura è piacevole e coinvolgente, oltre che consigliatissima.

Sapere di tappo

Sapere di tappo

Un pomeriggio passato in casa a cercare qualcosa da fare; il meteo non aiuta, fuori piove. Mi metto al computer per ingannare il tempo e mi ritrovo sulla homepage di un noto sito e-commerce; come spesso mi accade sulla barra di ricerca scrivo la parola chiave “vino”, nel filtro seleziono “libri”. Scorro velocemente le varie proposte finché il mio sguardo viene attratto da una copertina dai colori sapientemente scelti, l’azzurro e l’arancio, complementari sulla ruota cromatica che risaltano all’occhio come il sole al tramonto sul mare. Un altro elemento mi cattura: il titolo “Sapere di tappo”. Quella combinazione di parole che richiama alla mente sgradevoli incubi sensoriali, cocenti delusioni in fase di stappatura e bottiglie impietosamente svuotate nel lavandino, mi ricorda il noto difetto del vino dovuto alla presenza del famigerato tricloroanisolo, anche noto come TCA. “Sarà un libro sui difetti del vino” è il primo pensiero che mi passa per la mente e senza alcuna riflessione o approfondimento lo inserisco nel carrello e chiudo l’ordine.

Dopo qualche giorno, con la celerità che ormai contraddistingue questo settore, un corriere mi recapita il pacco con il libro; mosso dalla curiosità, scarto velocemente e mentre sfoglio mi accorgo di aver preso una grossa cantonata; a rivelarmelo è il titolo completo: “Sapere di tappo – La vera storia dell’oggetto più usato del mondo”. Non un testo sui difetti del vino, dunque, ma sui tappi, scritto da Alessandro Zaltron e Francesca Marchetto per Ronzani Editore.

Ormai la frittata è fatta, vedo di cosa si tratta. Inizio a leggere e mentre vado avanti mi ritrovo intrappolato in un viaggio a ritroso nel tempo, alla ricerca dell’origine del tappo. Pare che la prima menzione di questo comunissimo oggetto sia stata trovata nel mito greco, più precisamente nella leggenda del “Vaso di Pandora” riempito coi doni degli dei, molti dei quali in realtà erano sortilegi, custoditi proprio da un tappo. Gli autori ripercorrono la storia del tappo e la sua evoluzione passando per la Mesopotamia, la civiltà sumera, gli antichi Egizi, l’isola di Creta e la città di Cnosso. Fenici, Greci e Romani che trasportano in tutte le coste del Mar Mediterraneo le loro merci, inclusi vino, olio e profumi, rigorosamente custoditi in anfore sigillate con argilla e altri materiali malleabili simili.

Per arrivare all’utilizzo del sughero occorrerà aspettare almeno fino al 1680, quando un gruppo di mercanti/viandanti spagnoli si ferma presso l’abbazia di Hautvillers e fa incontrare delle piccole strisce, quasi dei parallelepipedi, di questo tessuto vegetale con il mitico Dom Pérignon. Proprio grazie all’impiego dei tappi di sughero, infatti, il celeberrimo frate celliere iniziò a dominare l’esuberanza della rifermentazione del vino ponendo le basi per la produzione del moderno Champagne.

Ma la vera rivoluzione per i tappi è avvenuta tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo; con l’avvento delle bevande gassate si è potuto assistere all’impegno di molti inventori che hanno fatto a gara per trovare la miglior soluzione per contenerle e conservarle, fino a quando, il 2 febbraio 1892, William Painter deposita il brevetto del Crown Cork, il tappo a corona, ancora oggi il dominatore incontrastato nel mondo dei tappi. Questa sezione è impreziosita da alcune tavole grafiche dell’epoca, copia di quelle depositate all’ufficio brevetti in quegli anni.

Il resto del libro si concentra sui vari utilizzi e riutilizzi che si possono fare dei tappi, dalle opere letterarie ai proverbi, dalla pop-art all’arte del riciclo, complementi d’arredo, collezioni, usi non convenzionali e per finire un paragrafo sull’arte di stappare, forse quella più congeniale a noi sommelier.

Non è ciò che mi aspettavo ma è veramente un bel libro, molto ben costruito; lettura piacevole che riporta l’attenzione su un oggetto ormai divenuto così familiare che spesso non facciamo più caso a quanto sia utile.

Buona lettura!

Turismo, vino e cibo: cresce l’interesse – Ma la Sardegna resta una cenerentola

Turismo, vino e cibo: cresce l’interesse – Ma la Sardegna resta una cenerentola

Il turismo enogastronomico continua a suscitare grande interesse ma la Sardegna – se non si affretta a dare impulso a questo settore – rischia di restare tagliata fuori dall’imminente ripresa delle attività di svago. Infatti, in Italia l’interesse verso questo tipo di attività è aumentato anche durante la Pandemia. Se prima del Covid era importante nella scelta della meta di viaggio per il 59% degli italiani, nel 2021 siamo arrivati al 71% e riguarda un po’ tutte le fasce di età. Il 55% degli italiani ha fatto almeno un viaggio con motivazione enogastronomica negli ultimi 3 anni (nel 2019 la percentuale era del 45%, nel 2016 del 21%).

I dati sono stati diffusi dalla presidente dell’Associazione Italiana Turismo Enogastronomico, Roberta Garibaldi, alla presentazione al Senato del Rapporto sul Turismo enogastronomico in Italia 2021 alla presenza del Ministro del Turismo, Massimo Garavaglia, e del Sottosegretario all’Agricoltura, Gianmarco Centinaio.

Oltre a degustare i cibi e il vino, si è interessati alla cultura enogastronomica sia quando si è in vacanza sia riguardo al proprio luogo di residenza. Il 70% degli italiani vorrebbe conoscere di più dell’enogastronomia del proprio paese e, nell’ottica delle limitazioni di questo periodo, è un dato molto importante.​

E la Sardegna? Purtroppo non compare nelle prime posizioni della classifica delle regioni con maggiore proposta di turismo legato al vino, al cibo e al territorio. Infatti, Sicilia, Emilia-Romagna e Campania tra le regioni e Napoli, Bologna e Palermo tra le città sono in testa alle mete più desiderate per il turismo enogastronomico in Italia. A livello internazionale troviamo Francia, Spagna e Grecia e come città Parigi, Barcellona e Madrid. Insomma, per la Sardegna la strada è ancora lunga e irta di ostacoli.

Federico Curtaz e i suoi vini sull’Etna

Federico Curtaz e i suoi vini sull’Etna

Federico Curtaz e i suoi vini sull’Etna

Accogliamo con piacere il primo contributo del collega gallurese Gavino Virdis, che ci propone la dettagliata e coinvolgente descrizione di una bella realtà siciliana. (G.D.)

Un territorio affascinante ed unico quello delle pendici dell’Etna, un areale dove la presenza della vite ha radici molto lontane: fu infatti la prima zona della Sicilia orientale ad essere colonizzata dai Greci, nel 729 a.C., i quali apportarono importanti innovazioni nelle tecniche agricole e introdussero anche la viticoltura ed il vino. Già dal V sec. a.C. la zona etnea appariva abbondantemente vitata, e anche durante la dominazione romana la coltivazione vinicola proseguì con sviluppo costante.

I vigneti sono allevati principalmente ad alberello, ad altitudini che in Italia ritroviamo solo in Alto Adige e Valle d’Aosta. Alcuni impianti sperimentali nel versante sud arrivano sino a 1.100 m. mentre la maggior parte delle coltivazioni dimorano tra i 350 e 900 m. di altezza.  Le aree coltivate a vite si trovano nei versanti nord, est e sud, mentre nel rimanente versante ovest si trovano principalmente pascoli e coltivazioni di pistacchi.

Terra di ricca di sabbia, detriti e polveri vulcaniche che costringono le radici a trovare nutrimento in profondità, per produzioni molto limitate che danno vita a vini di montagna ma con l’energia del sole e la luce della Sicilia, un clima ed un “terroir” unico caratterizzato da giornate azzurre, ventilate e fresche che riversano brezza salina nel versante orientale.

La qualità dei vini dell’Etna, tra le prime DOC in Sicilia (1968), cresce in maniera costante e verticale da anni e si tratta probabilmente solo dell’inizio di un nuovo fenomeno che sta già facendo parlare di sé. Un distretto vinicolo in netta espansione e costante crescita che ha raggiunto nel 2017 circa 850 ettari certificati DOC.

È in questa terra antica, aspra ed estrema, fatta di luoghi e di persone, profondamente seducente per chi ama la natura, le sue creazioni ed i momenti di connubio con l’uomo, che Federico Curtaz ha deciso di produrre per la prima volta i vini con la sua firma in etichetta a seguito di un progetto con la Tenuta di Fessina, sempre in territorio etneo, iniziato nel 2007.

I tempi sono maturi, le esperienze di consulenza di Federico Curtaz sono innumerevoli: nel 2014 arriva la forza e la spinta giusta per un progetto tutto suo, dalla pianta alla bottiglia; la sua filosofia di vino si riflette nella sua creatura, senza adattamenti o altre influenze; rispettare il comportamento naturale del vitigno, in primis, ed in seguito, solo se è il caso, accompagnarlo verso l’obiettivo, ma mai viceversa. Tutto questo, come dice lui, in una “terra particolare… ricca della sua povertà”.

Scrive infatti Curtaz:

“(…) a salire verso il cielo in questo piccolo ombelico verde, tra sciare nere che scendono dall’alto, ci sono molte cose. La più appariscente è quel pennacchio di fumo che – si vede quando si alza lo sguardo – sale dal cappello da gnomo che sta in cima al monte. Non smette mai di sbuffare, da cinquecentomila anni e forse più, e riversa cenere e lapilli che si depositano e si distribuiscono nel fluire delle stagioni, a volte accumulati, altre volte spazzati via dall’acqua. A volte rimescolati e coperti da lava fluente, nascosti al verde ed alla coltivazione per centinaia di anni, fino a quando, paziente, la natura ricomincia il suo lavoro di conquista della roccia e ci regala conche irregolari, piccoli vasi di terra che, coltivati per bene, danno frutti meravigliosi.  Le vigne che coltiviamo sono parte di questi vasi di terra particolare, ricca della sua povertà.  Dal versante nord, di Passopisciaro, fino al sud di Biancavilla, passando per Milo si incontrano molte di queste forme che coccolano i vigneti come balie generose. Vigneti che per destino danno vini molto diversi,  generati da suoli e microambienti talmente particolari da renderli unici”.

I vitigni utilizzati per i suoi vini non potevano che essere gli autoctoni del luogo, il carricante per i bianchi, il nerello mascalese e il nerello cappuccio per il rosso.

grappolo di carricante

Un grappolo di carricante

Il carricante

Vitigno coltivato  esclusivamente sull’Etna, si pensa originario della zona di Viagrande. Molto fertile e molto produttivo, ha grappolo grande ed alato, apparentemente neutro sul piano aromatico. Produce vini dall’elevata acidità fissa, da un pH basso (2.9/3.0), e conferisce un alto contenuto in acido malico, caratteristica per cui una buona parte di produttori creano le condizioni per far sviluppare al vino la fermentazione malolattica, che non farebbe naturalmente, al fine di ammorbidirne la componente acida.

Le uve della varietà carricante, con l’invecchiamento, manifestano note complesse e variegate. Grazie alla presenza del composto 1,1,6-Trimetil -1,2-Deidronaftalene, nei vini a base carricante con qualche anno di età si sviluppano le caratteristiche note di idrocarburi, le stesse che rendono così affascinanti i Riesling alsaziani maturi. Gli ettari di carricante iscritti oggi all’Albo dei vigneti Etna a D.O.C. sono circa 200, di cui quasi la metà con oltre 30 anni d’età.

Il nerello mascalese

Il nome ha origine dalla piana di Mascali, zona agricola tra il mare e l’Etna sita sul versante orientale del Vulcano, dove le testimonianze storiche confermano che questo vitigno si coltiva da almeno quattro secoli. È caratterizzato da una grande vigoria vegetativa e produttiva. Sull’Etna ha trovato ottime condizioni di equilibrio dovute principalmente alla scarsa profondità dei terreni agrari e all’abbondante presenza di scheletro. Inoltre, l’alta densità di piantagione (6.000/9.000 ceppi per Ha), l’altitudine piuttosto elevata, il sistema di allevamento ad alberello, ancora ritenuto il migliore, creano le condizioni per ottenere dei vini di straordinaria qualità.

La variabilità di maturazione, tra contrada e contrada – come vengono comunemente definite le zone nell’areale Etneo – è molto alta.

Secondo recenti studi di Rocco Di Stefano, la composizione antocianica di questa varietà è caratterizzata dalla mancanza della famiglia degli antociani acilati, così come è segnalato per il pinot noir. Al momento attuale sembra che il nerello mascalese ed il pinot noir siano le sole uve al mondo ad avere questa caratteristica.

I tannini sono abbondanti, profondi ed avvolgenti a piena maturazione della bacca.

Dal nerello mascalese ci si può aspettare un aroma varietale molto complesso, dalle note terpeniche fino a quelle di tabacco. Gli ettari di nerello mascalese oggi iscritti all’Albo dei vigneti Etna a D.O.C. sono circa 220, di cui quasi la metà con oltre 30 anni d’età.

Il nerello cappuccio

Vitigno presente solo in Sicilia e Calabria, conosciuto anche con il sinonimo di nerello mantellato, la sua origine non è nota, ma con ogni probabilità questo vitigno trova la sua antica collocazione diverse centinaia di anni fa nella piana di Catania, per poi estendersi nelle zone di Messina e spingersi oltre lo stretto raggiungendo le coste della Calabria.

Ha un grappolo più piccolo del nerello mascalese, una buccia fortemente colorata di un blu violaceo e a causa dell’alto indice di antociani totali e del basso livello di proantocianidine, il nerello cappuccio permette di ottenere vini con splendida colorazione, ma non adatti a invecchiamento “estremo”. L’esatto opposto caratterizza i vini ottenuti con il nerello mascalese, e per questo motivo i due vitigni sono vinificati assieme al fine di ottenere un prodotto più complesso e con un progetto di vita più lungo.

Partecipa per un massimo del 20% alla DOC Etna rosso conferendo colore, struttura e aromi fruttati, e ultimamente si è anche sperimentata qualche vinificazione in purezza.

Il nerello cappuccio, come il nerello mascalese, ha una maturazione tardiva, ha quasi rischiato l’estinzione e si trova principalmente all’interno dei vigneti insieme al “cugino”.

 I vini e gli assaggi

Il vigneto del Gamma

Il vigneto del Gamma

Etna Bianco DOC Gamma

Prodotto da uve carricante in purezza provenienti dal suo areale di vocazione, i comuni di Milo e Biancavilla. Uve coltivate in vecchi vigneti tra 750 e 900 metri s.l.m., allevate ad alberello, 7/8000 ceppi per ettaro, con una produzione di circa 60 quintali per ettaro.

Il vino è fermentato in acciaio con rimontaggi dei lieviti (la fermentazione malolattica non viene svolta al fine di fargli offrire ciò che naturalmente è in grado di dare), matura fino all’estate sui suoi sedimenti per poi essere filtrato ed imbottigliato, con una produzione di 6.500 bottiglie.

Etna Bianco DOC Gamma 2018

Calice cristallino, luminoso e invitante di colore giallo paglierino, si presenta delicato e molto fine al naso con ricordi di susina gialla, note agrumate ed erba cipollina, buccia di limone in un’aura salina minerale ben presente.

In bocca entra composto con una netta dominanza della freschezza che ne caratterizza l’intero sorso, buona sapidità in un finale citrino.

Vino con molta vita davanti, il tempo gli permetterà di incorporare meglio tutte le sue componenti aromatiche ed esprimere in maniera più lucida la sua forte personalità.

Ottimo l’abbinamento con i frutti di mare crudi.

 

Etna Bianco DOC Gamma 2016

Veste luminosa e vivace, profumi freschi ed eleganti, zenzero fresco, buccia di agrumi, roccia, iodio  e sabbia marina si alternano piacevolmente sotto il naso.

Il sorso è pieno, succoso, agile e di grande qualità, le componenti ben dosate e in buon equilibrio, freschezza e sapidità ben presenti, non mollano, non stancano e invitano ad un altro assaggio.

Una conferma della longevità di questa etichetta, più spinto verso aromi sviluppati dall’affinamento in bottiglia ma con ancora tanto da dare.

Con bavettine all’astice sarebbe perfetto!

Etna Bianco Superiore DOC Kudos 2018

Vino che proviene da un’unica vigna con viti molto antiche, di quelle attorcigliate come corde del tempo, vigne dai muretti di pietra scolpita che imbrigliano un suolo sciolto e nero.

Si trova in contrada Rinazzo nel comune di Milo, di proprietà degli eredi Di Maio che con lungimiranza hanno mantenuto in vita un vigneto che altri probabilmente avrebbero già espiantato..

Kudos è il risultato del lavoro di molte generazioni, la tenacia della famiglia Di Maio e la sensibilità e la forza di Federico Curtaz che ha l’incarico di modernizzare il risultato di terre vinicole cosi antiche e preziose.

È vinificato con uve carricante ed affinato in botti di legno da 25 hl, la produzione è limitata a 2.000 bottiglie.

Giallo paglierino carico con bagliori di oro nuovo, sentori di buona intensità e grande finezza che rievocano la frutta gialla, la buccia di arancia con sbuffi di timo limone, pepe bianco seguito da note minerali sempre ben presenti.

Al gusto è ben integrato, franco, un ingresso in buon equilibrio dove emergono subito dinamicità e brio, freschezza agrumata in una scia di erbe aromatiche che rimangono a lungo in bocca, con un retrogusto molto pulito di gran livello qualitativo.

Da provare con tagliatelle ai finferli.

Il vigneto del Purgatorio

Etna Rosso DOC Il Purgatorio 2017

Biancavilla è il villaggio dove sono situati i vigneti dell’antica contrada del Purgatorio. Siamo sul versante sud del Vulcano, all’interno di una particolare colata lavica, un rarissimo “lahar”, che prende il nome di “formazione di Montalto”.

Generalmente le colate che si sono susseguite dalla formazione del vulcano sono prevalentemente di colore grigio e nero, con ceneri, lave e sabbie nere. Qui il paesaggio cambia drasticamente, i suoli derivati da questa colata sono rosso arancio. Sono suoli potenti che conferiscono molto carattere al vino, e la buona maturazione dell’uva in questa area non è mai un problema, salvo in annate veramente particolari.

Le viti sono molto vecchie, sovente hanno più di 80 anni, con rese contenute, circa 60 quintali per ettaro. L’alcol è sempre tra i 13.5 e 14 gradi. Ne vengono prodotte 6.000 bottiglie.

L’uvaggio è composto da nerello mascalese con l’aggiunta di circa il 10 % di nerello cappuccio.

Rosso rubino trasparente, vivo e luminoso. Elegante, profondo e di buona complessità all’olfatto, con intensi profumi di frutti rossi, ciliegia e mora, seguiti poi da riconoscimenti di pepe bianco e grafite in uno sfondo di leggera affumicatura.

All’assaggio conferma le promesse: entra pieno e preciso, magistrale nella successione tannico-acida attenuata da un buona componente alcolica; i tannini molto fini e setosi, si muove agile e fresco verso la ricerca di quell’armonia che non tarderà ad arrivare, con ottime potenzialità di invecchiamento.

Chi ben degusta birra è già a metà dell’opera! – Dopo il successo del 1° livello, si pensa già al 2°

Chi ben degusta birra è già a metà dell’opera! – Dopo il successo del 1° livello, si pensa già al 2°

Parlare di birra suscita un crescente interesse tra i Sommelier e quelli della Sardegna si distinguono in questo campo, quasi ad onorare il noto primato isolano che vede il consumo annuo pro capite attestarsi su valori più che doppi rispetto alla media nazionale. Se volessimo avere conferma basterebbe considerare l’elevato numero di lettori degli articoli in ambito birrario che vengono pubblicati sempre più frequentemente sul sito AIS Sardegna ed il successo riportato da due importanti eventi, tenuti via web lo scorso anno in piena clausura pandemica. Il primo, intitolato “WeBeerNar”, è stato incentrato sugli attuali orientamenti della produzione e del mercato delle birre artigianali. Il secondo incontro, “Questione di luppolo”, dello scorso dicembre, ha svelato interessanti aspetti di questo componente fondamentale della ricetta al quale è spesso legato il successo di un prodotto.

L’universo brassicolo si sta ritagliando crescenti fette di mercato con l’utilizzo delle birre a tavola, anche in accompagnamento a menu complessi e di alto livello, grazie alla loro versatilità. I consumatori consapevoli dimostrano di apprezzare i locali in grado di offrire un’articolata scelta di tipologie birrarie e i Sommelier stanno approfondendo le loro conoscenze in questo campo, per soddisfare i loro clienti, studiando i possibili abbinamenti anche con piatti che talvolta non trovano una completa armonia con un vino.

La prima lezione del corso, incentrata sulle materie prime e sulla produzione, è stata tenuta da Riccardo Antonelli, Sommelier della Delegazione di Terni e componente della Commissione Nazionale che sta mettendo a punto la nuova didattica sulla birra. Della medesima Commissione fa parte anche Gabriele Pollio, Sommelier della Delegazione di Napoli, che ha illustrato dettagliatamente la tecnica della degustazione e mostrato l’utilizzo pratico della nuova scheda AIS per la birra, nella sua versione ormai quasi definitiva.

Seguendo un criterio geografico si sono quindi prese in esame le nazioni di lunga tradizione birraria, soffermandosi a descrivere gli stili che ne caratterizzano le produzioni. Si è partiti dalla Repubblica Ceca e dalla Germania, illustrate da Roberto Pisano della Delegazione di Cagliari, Referente didattico del Corso. È stata quindi la volta di UK e USA, curate da Leonardo Taddei della Delegazione di Lucca, e del Belgio presentato da Raffaele Papi della Delegazione Urbino Montefeltro. Ad Antonio Furesi della Delegazione di Sassari, Direttore del Corso e anch’egli componente della Commissione Nazionale, è spettato il compito di presentare le produzioni birrarie del nostro Paese ed illustrare la legislazione nazionale, attuale e pregressa.

Un’intera lezione è stata dedicata ad un primo approccio agli abbinamenti cibo/birra, illustrati anche con alcuni esempi da Antonello Raimondi, Sommelier della Delegazione di Cagliari e Relatore abilitato per Birra e Distillati come tutti i docenti di questo Corso. L’approfondimento della teoria e della pratica dell’abbinamento della birra costituirà l’oggetto del 2° livello.

L’ultimo appuntamento è stato destinato all’autoverifica e alla degustazione di due birre, con caratteristiche molto diverse tra loro, che i corsisti hanno assaggiato individualmente, verificando le loro valutazioni con una proficua interazione con i relatori collegati. Per l’autoverifica è stato utilizzato il programma mentimeter.com che, grazie alla possibilità di visionare in tempo reale le risposte degli allievi, ha fornito l’occasione di rivedere e sottolineare i principali contenuti illustrati nel corso.

Non essendo ancora disponibile il testo ufficiale, i corsisti hanno ricevuto una dispensa tratta dalle due edizioni della “Guida alle birre artigianali della Sardegna” pubblicate da AIS Sardegna nel 2016 e nel 2018, oltre alle slide delle lezioni e una selezionata bibliografia per chi volesse approfondire gli argomenti trattati.

I 50 partecipanti hanno ricevuto una valigetta contenente 4 calici da birra Teku 3.0 da 420 ml, 23 birre scelte in base all’impostazione didattica del corso e i prodotti alimentari per le prove di abbinamento. In dettaglio: un formaggio caprino fresco da abbinare ad una Helles bavarese, una salsiccia sarda campidanese accompagnata da una Hefeweizen e un pecorino sardo maturo DOC in abbinamento con una Belgian Strong Ale.

Particolarmente apprezzata dagli allievi è stata la formula “on line”, tanto che molti di loro hanno espresso l’auspicio che anche il secondo modulo si svolga con la medesima modalità.

A conclusione di questa prima esperienza è doveroso il ringraziamento a tutti coloro che, con un lodevole gioco di squadra, hanno consentito di portare a termine il progetto, creando le condizioni per dare avvio al secondo livello non appena il programma sarà stato definito dai responsabili nazionali della didattica.

L’auspicio pertanto è di ritrovarsi già nel prossimo autunno per completare il percorso formativo e diplomare i primi Sommelier della Birra della Sardegna.

 

Come il vino ti cambia la vita – Storie di rinascita, coraggio e ritorno alla terra

Come il vino ti cambia la vita – Storie di rinascita, coraggio e ritorno alla terra

La forzata segregazione casalinga, legata al prolungarsi della serrata imposta dalla pandemia del COVID-19, ha costretto tutti a trovarsi qualcosa da fare. Chi era solito vivere i periodi di vacanza tra viaggi, visite ai parenti, estenuanti pranzi familiari ha dovuto adattarsi alla nuova realtà che ha portato grande insicurezza e diffidenza e conseguentemente ha imposto una socialità limitata.

Spesso mi è venuto da dire: “per fortuna che c’è internet”, ma ancor di più “grazie a Dio ci sono i libri!”. Libri che si accumulavano in casa, a cui non avevo ancora dato un sguardo, si sono meritati il loro momento d’attenzione. Uno di questi mi era stato donato da un amico all’inizio dell’estate scorsa e lo avevo lasciato un po’ da parte con la solita scusa “poi lo leggo”, ma passava puntualmente al fondo della pila che avevo preparato sulla scrivania. Diciamo che non era ancora il momento.

Un giorno mi accosto alla scrivania per iniziare una nuova lettura e inizio a smontare la piccola catasta di titoli fino a trovare quello che richiama la mia attenzione: “Come il vino ti cambia la vita – Storie di rinascita, coraggio e ritorno alla terra” di Laura Donadoni, Cairo editore. Inizio a leggere la prefazione di Oscar Farinetti e mi ritrovo coinvolto in una serie di racconti, di storie che catalizzano il tuo interesse, destano curiosità e ti trattengono assorto nella lettura. Storie di persone, di vini e di vitigni; come tutti i libri sul vino, ma con la loro singolare unicità.

Laura Donadoni esordisce con la sua personale storia e il suo coinvolgimento, casuale ma non troppo, nello sfaccettato mondo del vino. Vicende private che malgrado le intenzioni dei protagonisti diventano pubbliche e impattano in maniera devastante sul proprio vissuto. La decisione di cambiare vita, di sradicarsi per mettere radici altrove nella speranza di un futuro migliore, la crisi profonda che origina nuove opportunità e poi porta al successo.

Le storie che seguono sono particolari, costruite sul binomio uomo-vitigno (uomo inteso nella sua accezione più ampia, comprendente l’universo maschile e quello femminile); racconti tutti orientati alla realizzazione di sogni, chiusi nel cassetto di ognuno dei protagonisti, animati dal desiderio e dall’intento di creare qualcosa di nuovo rimanendo indissolubilmente legati al proprio passato.

Così prende vita Venissa, il sogno di Gianluca Bisol, affermato produttore di Prosecco che aspira a salvare dall’estinzione il dorona, vitigno lagunare, combattendo una lotta impari con le maree e con l’acqua alta. Albino Armani è, invece, il viticoltore protagonista del recupero di un vitigno abbandonato, il casetta o foja tonda, col quale si adopera per restituire l’identità rubata di un territorio attraverso la propria denominazione, la DOC Terra dei Forti.

C’è poi la instancabile ricerca dell’identità del vitigno misterioso, coltivato in Toscana nelle vecchie vigne di famiglia da Leonardo Becconcini. Selezionato in vigna per la migliore qualità del prodotto, un vino originariamente chiamato “X” per la sua incognita provenienza; solo con l’impiego di strumenti moderni e con l’analisi del DNA si è riusciti a risolvere il mistero di questo vitigno e ad attribuirgli il giusto nome. Segue “Grappolo”, il sogno di Claudio Quarta, affermato imprenditore che ha deciso di tornare nella sua terra e dedicarsi alla produzione di vino, e come un grappolo è composto di acini, è formato da diverse cantine orientate alla riscoperta di vitigni autoctoni per produrre vini legati al territorio.

Non mancano le storie al femminile. Elisa Dilavanzo che rinuncia a una carriera da miss e soubrette televisiva per costruire un sogno, Maeli, tutto centrato sul moscato giallo con l’intento di restituire dignità e lustro a un vino bistrattato e sottostimato. Poi Elena Fucci che per “salvare la propria casa” inizia a produrre il suo “Titolo”, un Aglianico del Vulture oggi molto apprezzato che ha destato nuovo interesse per il vitigno e per quell’aerea produttiva.

Belle storie da leggere e da raccontare, nonostante alcuni ingenerosi attacchi al libro e alla sua autrice. Non è un testo tecnico sulla degustazione o sulle pratiche produttive, non ha questa pretesa; è un libro che vuole intrattenere il lettore, mettendo al centro personaggi e piccole storie singolari che rendono il mondo del vino affascinante e ricco di cose da scoprire e, che per questo motivo, meritano di essere raccontate.

Buona lettura!